Archivio testo: S'ei piace ei lice

Parafrasi S’ei piace, ei lice

TORQUATO TASSO

S’EI PIACE, EI LICE

da AMINTA – CORO ATTO 1

– PARAFRASI DEL TESTO –

Versi 656 – 658

O bella età de l’oro,

non già perché di latte

sen’ corse il fiume e stillò mele il bosco;

O età dell’oro (→ tempo mitico di prosperità e abbondanza, ma soprattutto, come si vedrà, tempo di fruizione libera dell’amore sensuale, in beata innocenza e in assenza delle regole della morale e della pudicizia), bella non perché il fiume fluì (s’en corse) fatto di latte (di latte: complemento di materia), né perché il bosco versò miele (stillare: “mandare fuori a gocce”);

Versi 659 – 661

non perché i frutti loro

dier da l’aratro intatte

le terre, e gli angui errar senz’ira o tosco;

(sottinteso: “bella”) non perché le terre offrirono (dier: “diedero, produssero”) i loro frutti senza che fossero state toccate dall’aratro (intatte: “non toccate, senza essere state toccate” e quindi “senza bisogno d’essere lavorate”), e i serpenti vagarono privi di ostilità (senz’ira: senza l’istinto ad attaccare l’uomo) e privi di veleno (tosco);

Versi 662 – 666

non perché nuvol fosco

non spiegò allor suo velo,

ma in primavera eterna,

ch’ora s’accende e verna,

rise di luce e di sereno il cielo;

(sottinteso: “bella”) non perché in quell’epoca (allor) la fosca coltre delle nuvole non dispiegò mai il proprio velo (ossia: “non fece mai cortina impedendo, come un velo, che si vedesse il sereno sovrastante”), ma il cielo, che adesso si scalda (s’accende) e poi si raffredda (verna), risplendé, con la luce e col sereno, in una primavera perpetua (rise è una metafora che suggerisce l’idea del cielo “ameno e sempre benevolo” nei confronti dell’uomo);

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Versi 667 – 668

né portò peregrino

o guerra o merce agli altrui lidi il pino;

e (sottinteso: “bella non perché”) alcuna nave in viaggio (il pino peregrino, lett.: “il pino viaggiatore” è una metonimia e un’immagine figurata insieme) portò guerra o prodotti commerciali (merce) sui litorali stranieri;

Versi 669 – 671

ma sol perché quel vano

nome senza soggetto,

quell’idolo d’errori, idol d’inganno,

ma (sottinteso: “bella”) per un fatto solo (sol: “per un motivo più importante di tutti gli altri, sufficiente anche in mancanza di tutti gli altri”): perché quella parola senza significato (vano nome: “quella parola vuota, priva di un referente materiale all’interno della realtà”), quell’idolo di errori e di inganni (ossia: “quella falsa divinità portatrice di errori e di inganni”),

Versi 672 – 677

quel che dal volgo insano

onor poscia fu detto,

che di nostra natura ‘l feo tiranno,

non mischiava il suo affanno

fra le liete dolcezze

de l’amoroso gregge;

ciò che in seguito (poscia) fu chiamato “pudore” (Tasso usa la parola “onore” per intendere il concetto della “pudicizia”) dal popolo folle (insano), che ne fece (‘l feo) il tiranno della nostra natura (il riferimento è alla morale che ha soffocato l’istinto naturale), non mescolava il suo dolore alle liete dolcezze della schiera degli amanti (ossia: “perché … la pudicizia non inquinava ancora, con le dolorose privazioni da essa pretese, la vita amorosa dolce e lieta dell’umanità dell’età dell’oro, che viveva liberamente, senza restrizioni morali, né organizzazione sociale; amoroso gregge è una metafora);

Versi 678 – 681

né fu sua dura legge

nota a quell’alme in libertate avvezze,

ma legge aurea e felice

che natura scolpì: «S’ei piace, ei lice».

e ad essere nota a quelle anime (alme: “alle anime dell’età dell’oro”), abituate nella libertà, non fu la sua dura legge (ossia: “non fu la dura legge della pudicizia”), ma la legge aurea e felice che aveva scritto (scolpito) la Natura: se a lui piace, allora a lui è permesso (lice → “essere consentito, essere ammesso”, dal latino licet).

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Versi 682 – 684

Allor, tra fiori e linfe

traen dolci carole

gli Amoretti senz’archi e senza faci …

All’epoca, mentre gli Amorini, senza archi e senza fiaccole (perché, non esistendo la ritrosia all’amore, agli amorini non occorrevano archi per colpire i cuori, né fiaccole per accenderli, in quanto l’amore nasceva spontaneamente), conducevano (traen: traendo → mentre traevano) dolci danze (carole) tra i fiori e le acque,

Versi 685 – 688

… sedean pastori e ninfe

meschiando a le parole

vezzi e susurri, ed ai susurri i baci

strettamente tenaci;

i pastori e le ninfe sedevano mescolando alle parole effusioni e sussurri, e (mescolando) ai sussurri baci fitti ed insistenti (strettamente tenaci);

Versi 689 – 692

la verginella ignude

scopria sue fresche rose,

ch’or tien nel velo ascose,

e le poma del seno acerbe e crude;

la fanciulla scopriva le sue tenere rosee carni nude (rose sta per “carni rosee”, “le sue carni giovani e del colore delle rose”), che ora tiene nascoste (ascose) sotto la veste (velo) e (sottinteso: “scopriva”) i pomi acerbi e crudi del seno (ossia: “la fanciulla, che in passato esibiva senza veli le sue bellezze, ora le copre, le nasconde dietro gli abiti”).

Versi 693 – 694

e spesso in fonte o in lago

scherzar si vide con l’amata il vago.

e si poté vedere spesso, ai margini di una fonte o di un lago, scherzare l’amante (il vago, lett.: “colui che desidera”, quindi “l’innamorato”) con la sua amata.

Versi 695 – 697

Tu prima, Onor, velasti

la fonte dei diletti,

negando l’onde a l’amorosa sete;

Tu, o pudicizia (onor ha per tutto il brano il senso specifico di “pudore, pudicizia, divieto morale alla libera fruizione dell’amore”), dapprima copristi la fonte dei piaceri (ossia: “dapprima imponesti che le bellezze del corpo venissero nascoste dalle vesti”), negando l’acqua (l’onde) alla sete d’amore (ossia: “negando al desiderio d’amore la prima basilare soddisfazione”);

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Versi 698 – 700

tu a’ begli occhi insegnasti

di starne in sé ristretti,

e tener lor bellezze altrui secrete;

tu (sottinteso: “o pudicizia”) insegnasti agli occhi belli a stare raccolti, e a tenere le loro bellezze nascoste agli altri;

Versi 701 – 704

tu raccogliesti in rete

le chiome a l’aura sparte;

tu i dolci atti lascivi

festi ritrosi e schivi;

tu (sottinteso: “o pudicizia”) raccogliesti i capelli sciolti al vento (le chiome a l’aura sparte) in una rete (ossia: “tu, pudicizia, pretendesti che le chiome, dapprima sensualmente sciolte al vento, venissero raccolte in acconciature castigate”); tu rendesti (festi: “facesti”) ritrosi e schivi i dolci gesti sensuali (ossi: “tu pretendesti che le movenze, prima maliziose e seducenti, si facessero pudiche e ritrose”);

Versi 705 – 707

ai detti il fren ponesti, ai passi l’arte;

opra è tua sola, o Onore,

che furto sia quel che fu don d’Amore.

(sottinteso: “tu, o pudicizia”) ponesti il freno alle parole e all’incedere imponesti la misura (ossia: “sottoponesti la conversazione e il portamento a rigide convenzioni improntate alla moderazione e all’artificio”); o pudicizia, è solo per opera tua se quello che fu un dono dell’amore è diventato un furto (ossia: “è solo colpa tua se quei piaceri donati all’uomo dall’amore naturale sono adesso qualcosa di illecito, proibito, di cui appropriarsi di nascosto”).

Versi 708 – 709

E son tuoi fatti egregi

le pene e i pianti nostri.

E le nostre sofferenze (dovute alle privazioni) e i nostri pianti sono le tue imprese gloriose.

Versi 710 – 713

Ma tu, d’Amore e di Natura donno,

tu domator de’ Regi,

che fai tra questi chiostri,

che la grandezza tua capir non ponno?

Ma tu (ancora rivolto al pudore), soggiogatore (donno → dominus: “signore”) dell’Amore e della Natura (l’endiadi indica il complesso dei desideri, degli istinti e degli impulsi naturali collegati all’amore), tu che hai sottomesso i Re, che ci fai tra questi piccoli boschi (chiostri: luoghi ristretti e chiusi) che non possono contenere la tua grandezza? (ossia: “che ci fai, o Pudicizia, in questi luoghi abitati da umili pastori che non possono abbracciare – capir è latinismo da capio – la tua grandezza?).

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Versi 714 – 718

Vattene, e turba il sonno

agl’illustri e potenti:

noi qui, negletta e bassa

turba, senza te lassa

viver ne l’uso de l’antiche genti.

(rivolto al Pudore) Va’ via! Disturba (turba) il sonno agli illustri e ai potenti! E lascia invece che noi, moltitudine dimenticata e umile, viviamo senza di te, nell’uso delle antiche genti (ossia: “lascia vivere noi, folla dimenticata e umile, secondo i costumi dell’età dell’oro, cioè fruendo liberamente dell’amore sensuale”).

Versi 719 – 720

Amiam, ché non ha tregua

con gli anni umana vita, e si dilegua.

Amiamo! Perché la vita umana non conosce tregua contro gli anni (ossia: “perché la vita umana combatte una continua battaglia contro il tempo”), e viene a mancare in un attimo.

Versi 721 – 723

Amiam, ché ‘l Sol si muore e poi rinasce:

a noi sua breve luce

s’asconde, e ‘l sonno eterna notte adduce.

Amiamo! Perché il Sole tramonta e poi risorge: a noi la sua breve luce si nasconde, e il sonno porta la notte eterna (ossia: “Amiamo, perché il Sole può tramontare e risorgere, mentre la breve luce della vita umana dopo essersi spenta non torna più, ed è seguita dalla notte eterna della morte”).