Archivio testo: Un microcosmo del poema

Parafrasi Un microcosmo del poema: il Canto I

LUDOVICO ARIOSTO

UN MICROCOSMO DEL POEMA: IL CANTO I

da ORLANDO FURIOSO – Canto 1

PARAFRASI DEL TESTO

Ottava 5

Orlando, che gran tempo innamorato

fu de la bella Angelica, e per lei

in India, in Media, in Tartaria lasciato

avea infiniti ed immortal trofei,

in Ponente con essa era tornato,

dove sotto i gran monti Pirenei

con la gente di Francia e de Lamagna

re Carlo era attendato alla campagna,

5. Orlando, che per lungo tempo era stato innamorato della bella Angelica e per lei in India, in Media e nella terra dei Tartari aveva lasciato innumerevoli e immortali prove di valore, era ora tornato insieme a lei in Occidente, dove, sotto gli alti monti Pirenei, con i Francesi ed i Tedeschi, il re Carlo era accampato in campo aperto,

Ottava 6

per far al re Marsilio e al re Agramante

battersi ancor del folle ardir la guancia,

d’aver condotto, l’un, d’Africa quante

genti erano atte a portar spada e lancia;

l’altro, d’aver spinta la Spagna inante

a destruzion del bel regno di Francia.

E così Orlando arrivò quivi a punto:

ma tosto si pentì d’esservi giunto:

6. con lo scopo di far pentire ancora una volta (battersi la guancia in segno di pentimento) il re Marsilio ed il re Agramante: l’uno per aver condotto dall’Africa tanti uomini quanti fossero in grado di portare spada e lancia, l’altro per avere spinto la Spagna a muovere guerra contro il bel regno di Francia. Dunque Orlando arrivò sul posto al momento opportuno, ma presto si pentì di esservi giunto;

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Ottava 7

Che vi fu tolta la sua donna poi:

ecco il giudicio uman come spesso erra!

Quella che dagli esperi ai liti eoi

avea difesa con sì lunga guerra,

or tolta gli è fra tanti amici suoi,

senza spada adoprar, ne la sua terra.

Il savio imperator, ch’estinguer volse

un grave incendio, fu che gli la tolse.

7. Infatti di lì a poco gli venne tolta la donna che amava: ecco fino a che punto sbaglia spesso il senno umano! La donna che egli aveva difeso dalle coste Orientali a quelle Occidentali con una guerra interminabile, gli viene portata via ora che egli (Orlando) si trova tra tanti suoi amici, sulla sua terra, e senza neppure il bisogno di ricorrere alla spada. A portargliela via è infatti il grande imperatore (Carlo Magno) spinto dalla volontà di estinguere un terribile incendio (ovvero, fuori dalla metafora, “spinto dalla volontà di placare una grave contesa tra paladini”).

Ottava 8

Nata pochi dì inanzi era una gara

tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,

che entrambi avean per la bellezza rara

d’amoroso disio l’animo caldo.

Carlo, che non avea tal lite cara,

che gli rendea l’aiuto lor men saldo,

questa donzella, che la causa n’era,

tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

8. Pochi giorni prima infatti, era sorta una contesa tra il conte Orlando e suo cugino Rinaldo, poiché entrambi, per via della rara bellezza (di Angelica), avevano l’animo infiammato dall’amore (d’amoroso desio: dal desiderio amoroso). Carlo, al quale questo conflitto non piaceva affatto (non avea tal lite cara), poiché rendeva meno sicuro il contributo dei due paladini alla guerra, prese questa fanciulla (Angelica), che ne era la causa (la causa dell’incendio), e la consegnò nelle mani del duca di Baviera (Namo di Baviera),

Ottava 9

in premio promettendola a quel d’essi,

ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,

degl’infideli più copia uccidessi,

e di sua man prestasse opra più grata.

Contrari ai voti poi furo i successi;

ch’in fuga andò la gente battezzata,

e con molti altri fu ’l duca prigione,

e restò abbandonato il padiglione.

9. promettendola in premio a chi tra loro due (tra Orlando e Rinaldo) nello scontro di quel giorno – in quella battaglia campale – avesse ucciso la maggior quantità di infedeli, e avesse offerto così (alla patria) il servizio più gradito. Tuttavia gli eventi mandarono all’aria le promesse (lett.: gli esiti della battaglia furono contrari alle promesse); perché i cristiani (la gente battezzata) furono costretti alla fuga, e il duca Namo di Baviera finì prigioniero insieme a molti altri, cosicché la sua tenda (il padiglione) rimase incustodita (ovvero: Angelica rimase libera di darsi alla fuga).

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Ottava 10

Dove, poi che rimase la donzella

ch’esser dovea del vincitor mercede,

inanzi al caso era salita in sella,

e quando bisognò le spalle diede,

presaga che quel giorno esser rubella

dovea Fortuna alla cristiana fede:

entrò in un bosco, e ne la stretta via

rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.

10. Una volta rimasta sola nella tenda, la fanciulla, che avrebbe dovuto essere la ricompensa del vincitore, prima che gli eventi precipitassero (vale a dire prima della disfatta cristiana), era montata in sella ad un cavallo e, al momento più opportuno, era scappata, presagendo che in quel giorno la sorte sarebbe stata avversa (rubella = avversa) alla fede cristiana (ossia, per metonimia, “all’esercito dei cristiani”). Quindi era entrata in un bosco e, lungo un sentiero stretto, aveva incontrato un cavaliere che avanzava a piedi.

Ottava 11

Indosso la corazza, l’elmo in testa,

la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;

e più leggier correa per la foresta,

ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo.

Timida pastorella mai sì presta

non volse piede inanzi a serpe crudo,

come Angelica tosto il freno torse,

che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse.

11. (Il guerriero) aveva la corazza indosso, l’elmo in testa, al fianco la spada ed al braccio lo scudo, ma, nonostante ciò, correva per la foresta più rapidamente di un contadino seminudo in una gara di corsa (al drappo rosso, lett.: la gara di corsa in cui il premio è un drappo di stoffa rossa). Mai una timida pastorella invertì il passo altrettanto rapidamente alla vista di un serpente velenoso, quanto rapidamente Angelica tirò le redini (per far cambiare direzione al suo cavallo) non appena si accorse del guerriero che sopraggiungeva a piedi.

Ottava 12

Era costui quel paladin gagliardo,

figliuol d’Amon, signor di Montalbano,

a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo

per strano caso uscito era di mano.

Come alla donna egli drizzò lo sguardo,

riconobbe, quantunque di lontano,

l’angelico sembiante e quel bel volto

ch’all’amorose reti il tenea involto.

12. Costui (il guerriero che sopraggiungeva a piedi) era quel valoroso paladino, figlio di Amone, signore di Montalbano (Rinaldo), al quale poco prima il proprio destriero Baiardo, per uno strano caso, era sfuggito di mano. Non appena costui indirizzò lo sguardo verso la fanciulla (verso Angelica), riconobbe, nonostante la distanza, l’angelica figura, e (riconobbe) quel bel volto che lo teneva imprigionato nelle reti dell’innamoramento.

Ottava 13

La donna il palafreno a dietro volta,

e per la selva a tutta briglia il caccia;

né per la rara più che per la folta,

la più sicura e miglior via procaccia:

ma pallida, tremando, e di sé tolta,

lascia cura al destrier che la via faccia.

Di sù di giù, ne l’alta selva fiera

tanto girò, che venne a una riviera.

13. La donna (Angelica) volta indietro il cavallo e lo lancia in corsa a briglia sciolta per il bosco, e non si cura neppure di cercare la via migliore e più sicura dove la selva risulti rada anziché folta. Ma pallida, tremante, e fuori di sé, lascia che il cavallo si trovi la strada da solo. (Angelica) tanto vaga in lungo e in largo (di su e di giù), nella foresta alta e selvaggia, che alla fine giunge alla riva di un fiume.

Ottava 14

Su la riviera Ferraù trovosse

di sudor pieno e tutto polveroso.

Da la battaglia dianzi lo rimosse

un gran disio di bere e di riposo;

e poi, mal grado suo, quivi fermosse,

perché, de l’acqua ingordo e frettoloso,

l’elmo nel fiume si lasciò cadere,

né l’avea potuto anco riavere.

14. Sulla riva del fiume si trovava Ferraù, ricoperto di sudore e di polvere. Un grande desiderio di bere e di riposarsi lo avevano fatto allontanare poco innanzi dalla battaglia, ma poi, suo malgrado, si era dovuto trattenere lì (ovvero nel luogo dov’era giunto), perché, avido d’acqua e frettoloso (nel bere), si era lasciato cadere l’elmo nel fiume e non aveva ancora potuto riprenderlo.

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Ottava 15

Quanto potea più forte, ne veniva

gridando la donzella ispaventata.

A quella voce salta in su la riva

il Saracino, e nel viso la guata;

e la conosce subito ch’arriva,

ben che di timor pallida e turbata,

e sien più dì che non n’udì novella,

che senza dubbio ell’è Angelica bella.

15. La fanciulla spaventata (Angelica) avanzava gridando più forte che potesse. Il Saraceno, udita quella voce, balzò in piedi sulla riva, la guardò fissamente in volto, e, benché ella fosse pallida e turbata per la paura, e nonostante fossero diversi giorni che (Ferraù) non sentisse notizie di lei, egli riconobbe subito e senza dubbi che colei che arrivava era la bella Angelica.

Ottava 16

E perché era cortese, e n’avea forse

non men de’ dui cugini il petto caldo,

l’aiuto che potea tutto le porse,

pur come avesse l’elmo, ardito e baldo:

trasse la spada, e minacciando corse

dove poco di lui temea Rinaldo.

Più volte s’eran già non pur veduti,

m’al paragon de l’arme conosciuti.

16. Poiché (Ferraù) era di animo cortese, e forse era innamorato di lei (di Angelica) non meno dei due cugini (Orlando e Rinaldo), le porse tutto l’aiuto che era in grado di dare: temerario e spavaldo come se avesse indosso l’elmo, sguainò la spada e corse minaccioso verso Rinaldo, che non era particolarmente intimorito da lui (poco di lui temea). Già più volte infatti si erano non solo visti, ma anche confrontati in battaglia.

Ottava 17

Cominciar quivi una crudel battaglia,

come a piè si trovar, coi brandi ignudi:

non che le piastre e la minuta maglia,

ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi.

Or, mentre l’un con l’altro si travaglia,

bisogna al palafren che ’l passo studi;

che quanto può menar de le calcagna,

colei lo caccia al bosco e alla campagna.

17. Cominciò così in quel luogo una battaglia feroce, a piedi – come si trovavano entrambi – con le spade sguainate. Altro che le corazze (“piastre” per metonimia: le piastre sono le lamine delle corazze) e le maglie di ferro! Neppure le incudini avrebbero retto ai loro colpi (tanto essi erano violenti). Intanto, mentre ciascuno dei due si dà affanno per prevalere sull’altro, il destriero di Angelica è costretto ad affrettare il passo, perché, quanto più può spronarlo con gli speroni, ella lo lancia in corsa verso il bosco e l’aperta campagna.

Ottava 18

Poi che s’affaticar gran pezzo invano

i dui guerrier per por l’un l’altro sotto,

quando non meno era con l’arme in mano

questo di quel, né quel di questo dotto;

fu primiero il signor di Montalbano,

ch’al cavallier di Spagna fece motto,

sì come quel ch’ha nel cuor tanto fuoco,

che tutto n’arde e non ritrova loco.

18. Dopo che i due cavalieri (Rinaldo e Ferraù) si furono affaticati per lungo tempo inutilmente, nel tentativo ciascuno di metter sotto l’altro – dal momento che, con la spada in mano, ciascuno era non meno abile dell’avversario – fu il signore di Montalbano (Rinaldo) a rivolgere per primo la parola al cavaliere spagnolo (Ferraù), come l’uomo che nel petto ha tanto fuoco da arderne completamente, senza trovare pace.

Ottava 19

Disse al pagan: – Me sol creduto avrai,

e pur avrai te meco ancora offeso:

se questo avvien perché i fulgenti rai

del nuovo sol t’abbino il petto acceso,

di farmi qui tardar che guadagno hai?

che quando ancor tu m’abbi morto o preso,

non però tua la bella donna fia;

che, mentre noi tardiam, se ne va via.

19. (Rinaldo) Disse al pagano (a Ferraù): “Avrai creduto di danneggiare soltanto me (ingaggiando il duello), e invece, insieme a me, danneggi anche te stesso! Infatti, se questo (duello) avviene perché i raggi rifulgenti di quel secondo sole (riferito ad Angelica: gli occhi di Angelica sono luminosi quanto un altro sole) hanno infiammato d’amore anche il tuo petto, tu che guadagno ne trai a farmi perdere tempo qui? Anche nel caso in cui tu mi catturassi o uccidessi, non avresti comunque fatto tua la bella fanciulla (Angelica), dal momento che, mentre noi ci attardiamo, lei se ne va via”.

Ottava 20

Quanto fia meglio, amandola tu ancora,

che tu le venga a traversar la strada,

a ritenerla e farle far dimora,

prima che più lontana se ne vada!

Come l’avremo in potestate, allora

di chi esser de’ si provi con la spada:

non so altrimenti, dopo un lungo affanno,

che possa riuscirci altro che danno. –

20. “Quanto sarebbe meglio per te – supponendo che anche tu sia innamorato di lei – incrociare la sua strada, trattenerla e costringerla a fermarsi, prima che scappi ancor più lontano! E solo allora, quando ella sarà nelle nostre mani, si decida con la spada (esortativo), di chi tra noi due ella debba essere! Diversamente, non vedo cosa, se non un danno, possa toccarci dopo un lungo affanno (ovvero dopo l’affanno del duello)”.

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Ottava 21

Al pagan la proposta non dispiacque:

così fu differita la tenzone;

e tal tregua tra lor subito nacque,

sì l’odio e l’ira va in oblivione,

che ’l pagano al partir da le fresche acque

non lasciò a piedi il buon figliuol d’Amone:

con preghi invita, ed al fin toglie in groppa,

e per l’orme d’Angelica galoppa.

21. Al pagano (Ferraù) la proposta non dispiacque, per cui il duello venne rimandato; e fra loro si instaurò immediatamente quella tregua (ovvero la tregua appena proposta da Rinaldo); l’odio e l’ira vengono dimenticati al punto che il pagano, al momento di andar via dal fiume (fresche acque per sineddoche), non lascia a piedi il buon figlio di Amone (Rinaldo): lo invita tra le preghiere e, alla fine, lo fa montare a cavallo; quindi galoppa all’inseguimento di Angelica.

Ottava 22

Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!

Eran rivali, eran di fé diversi,

e si sentian degli aspri colpi iniqui

per tutta la persona anco dolersi;

e pur per selve oscure e calli obliqui

insieme van senza sospetto aversi.

Da quattro sproni il destrier punto arriva

ove una strada in due si dipartiva.

22. Oh grande bontà dei cavalieri antichi! Erano rivali, erano diversi per religione, si sentivano ancora dolere per tutto il corpo a causa dei duri colpi crudeli, eppure avanzavano insieme per boschi oscuri e sentieri tortuosi, senza sospetto l’uno dell’altro (ossia senza temersi a vicenda, per via della completa fiducia che ognuno ha nella lealtà dell’altro). Così, spronato da quattro speroni (ovvero i due di Ferraù e i due di Rinaldo, sullo stesso cavallo), il destriero giunge in un punto in cui la strada si biforca.

Ottava 23

E come quei che non sapean se l’una

o l’altra via facesse la donzella

(però che senza differenza alcuna

apparia in amendue l’orma novella),

si messero ad arbitrio di fortuna,

Rinaldo a questa, il Saracino a quella.

Pel bosco Ferraù molto s’avvolse,

e ritrovossi al fine onde si tolse.

23. E non sapendo se la donzella avesse imboccato una strada o l’altra, dal momento che impronte fresche si mostravano, senza alcuna differenza, su entrambi i sentieri, (Rinaldo e Ferraù) si affidarono alla sorte. Rinaldo per una strada, il Saraceno (Ferraù) per l’altra. Ferraù vagò a lungo attraverso il bosco e alla fine si ritrovò nel punto da cui era partito.

Ottava 24

Pur si ritrova ancor su la rivera,

là dove l’elmo gli cascò ne l’onde.

Poi che la donna ritrovar non spera,

per aver l’elmo che ’l fiume gli asconde,

in quella parte onde caduto gli era

discende ne l’estreme umide sponde:

ma quello era sì fitto ne la sabbia,

che molto avrà da far prima che l’abbia.

24. Infatti si ritrovò di nuovo sulla riva (del fiume), nel punto in cui l’elmo gli era caduto tra i flutti. Non confidando più di ritrovare la donna, per riavere l’elmo che il fiume gli nasconde, scende fin sul limitare del bagnasciuga, nel punto in cui (l’elmo) gli era caduto, ma questo (l’elmo) è così ben nascosto nella sabbia, che (Ferraù) dovrà faticare molto prima di poterlo riavere.

Ottava 25

Con un gran ramo d’albero rimondo,

di ch’avea fatto una pertica lunga,

tenta il fiume e ricerca sino al fondo,

né loco lascia ove non batta e punga.

Mentre con la maggior stizza del mondo

tanto l’indugio suo quivi prolunga,

vede di mezzo il fiume un cavalliero

insino al petto uscir, d’aspetto fiero.

25. Con un lungo ramo d’albero sfrondato (ossia “ripulito dai rami e dalle foglie”), che (Ferraù) aveva trasformato in una lunga pertica, egli scandaglia il fiume e cerca fino sul fondo, e non lascia alcun punto senza battere o tastare. Ma mentre, con enorme disappunto, prolunga in questa maniera la sua sosta, vede, nel mezzo del fiume, uscire dall’acqua fino al petto un cavaliere dall’aria sdegnata.

Ottava 26

Era, fuor che la testa, tutto armato,

ed avea un elmo ne la destra mano:

avea il medesimo elmo che cercato

da Ferraù fu lungamente invano.

A Ferraù parlò come adirato,

e disse: – Ah mancator di fé, marano!

perché di lasciar l’elmo anche t’aggrevi,

che render già gran tempo mi dovevi?

26. Costui (il cavaliere che è appena apparso a Ferraù) era completamente armato, con la sola eccezione della testa, e nella mano destra teneva un elmo: lo stesso elmo che Ferraù aveva cercato invano per così lungo tempo. (Il cavaliere) Parlò a Ferraù come fosse adirato, e disse: “Ah bugiardo e spergiuro! Perché ti rammarichi tanto di separarti dall’elmo che invece mi avresti dovuto restituire già da lungo tempo?

Ottava 27

Ricordati, pagan, quando uccidesti

d’Angelica il fratel (che son quell’io),

dietro all’altr’arme tu mi promettesti

gittar fra pochi dì l’elmo nel rio.

Or se Fortuna (quel che non volesti

far tu) pone ad effetto il voler mio,

non ti turbare; e se turbar ti déi,

turbati che di fé mancato sei.

27. Ricordati, oh miscredente, di quando uccidesti il fratello di Angelica, e cioè me (il cavaliere che parla infatti è il fantasma di Argalia, il fratello di Angelica): tu mi facesti promessa di gettare nel fiume, entro pochi giorni, insieme alle altre (mie) armi, anche l’elmo. Ora, se la sorte ha fatto realizzare il mio volere (cosa che tu invece ti sei rifiutato di fare), non ti rammaricare, e se ti devi rammaricare, fallo perché non hai tenuto fede alla parola data!

Ottava 28

Ma se desir pur hai d’un elmo fino,

trovane un altro, ed abbil con più onore;

un tal ne porta Orlando paladino,

un tal Rinaldo, e forse anco migliore:

l’un fu d’Almonte, e l’altro di Mambrino:

acquista un di quei dui col tuo valore;

e questo, ch’hai già di lasciarmi detto,

farai bene a lasciarmi con effetto. –

28. Ma se hai ancora il desiderio di un buon elmo, trovane un altro, e ottienilo con più onore; uno così (ossia “un buon elmo”) lo indossa il paladino Orlando, e un altro, forse anche migliore, lo indossa Rinaldo: il primo appartenne ad Almonte e il secondo a Mambrino: conquistane uno dei due con il tuo valore; questo invece, che avevi già promesso di lasciare a me, farai bene a lasciarmelo effettivamente.

Ottava 29

All’apparir che fece all’improvviso

de l’acqua l’ombra, ogni pelo arricciossi,

e scolorossi al Saracino il viso;

la voce, ch’era per uscir, fermossi.

Udendo poi da l’Argalia, ch’ucciso

quivi avea già (che l’Argalia nomossi)

la rotta fede così improverarse,

di scorno e d’ira dentro e di fuor arse.

29. Quando il fantasma (di Argalia) fece la sua apparizione improvvisa dall’acqua, al Saraceno (a Ferraù) si drizzò ogni singolo pelo, il viso si fece pallido e la voce, che stava per uscire, si strozzò in gola. Quando poi (Ferraù) si sentì rimproverare da Argalia – infatti (il cavaliere) si chiamava Argalia, da lui ucciso in quel luogo – di aver tradito la parola data, si infiammò di vergogna e d’ira sia dentro che fuori.

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Ottava 30

Né tempo avendo a pensar altra scusa,

e conoscendo ben che ’l ver gli disse,

restò senza risposta a bocca chiusa;

ma la vergogna il cor sì gli trafisse,

che giurò per la vita di Lanfusa

non voler mai ch’altro elmo lo coprisse,

se non quel buono che già in Aspramonte

trasse dal capo Orlando al fiero Almonte.

30. Non avendo tempo per pensare una qualche scusa, e sapendo bene che quello (Argalia) aveva detto il vero, (Ferraù) rimase senza rispondere, con la bocca chiusa, ma la vergogna trafisse a tal punto il suo animo, che giurò, sulla vita di Lanfusa (Lanfusa è la madre di Ferraù), che non avrebbe mai più coperto il proprio capo con nessun elmo che non fosse quello, di buona fattura, che in Aspromonte Orlando aveva strappato dalla testa del valoroso Almonte.

Ottava 31

E servò meglio questo giuramento,

che non avea quell’altro fatto prima.

Quindi si parte tanto malcontento,

che molti giorni poi si rode e lima.

Sol di cercare è il paladino intento

di qua di là, dove trovarlo stima.

Altra ventura al buon Rinaldo accade,

che da costui tenea diverse strade.

31. E (Ferraù) mantenne questo giuramento meglio di quanto non avesse fatto con l’altro prestato in precedenza (il giuramento di gettare nel fiume le armi e l’elmo di Argalia). Egli va via dal fiume così turbato che per giorni si tormenta e si cruccia. Pensa solo a cercare il paladino (Orlando), in lungo e in largo, ovunque pensi di poterlo trovare. Una vicenda diversa accade al valoroso Rinaldo, che percorreva sentieri diversi da Ferraù.

Ottava 32

Non molto va Rinaldo, che si vede

saltare inanzi il suo destrier feroce:

– Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede!

che l’esser senza te troppo mi nuoce. –

Per questo il destrier sordo, a lui non riede

anzi più se ne va sempre veloce.

Segue Rinaldo, e d’ira si distrugge;

ma seguitiamo Angelica che fugge:

32. (Rinaldo) non percorre molta strada che vede balzare dinnanzi a sé il proprio riottoso destriero: “Fermati, Baiardo mio, fermati! Perché stare senza di te mi procura troppo danno!”. Ciononostante il destriero, come sordo, non torna da lui, anzi si allontana sempre più veloce. Rinaldo lo segue, rodendosi per la collera; ma ora seguiamo Angelica che fugge:

Ottava 33

Fugge tra selve spaventose e scure,

per lochi inabitati, ermi e selvaggi.

Il mover de le frondi e di verzure,

che di cerri sentia, d’olmi e di faggi,

fatto le avea con subite paure

trovar di qua di là strani viaggi;

ch’ad ogni ombra veduta o in monte o in valle,

temea Rinaldo aver sempre alle spalle.

33. (Angelica) fugge attraverso boschi spaventosi e bui, per luoghi disabitati, solitari e selvaggi. Il rumore che sentiva, provocato dal movimento dei rami e dalle fronde delle querce, degli olmi e dei faggi, aveva fatto sì che, per improvvise paure, ella imboccasse sentieri inconsueti, ora da un lato, ora dall’altro. Infatti, ad ogni sagoma che vedesse su un monte o in una valle, ella temeva di avere ancora alle spalle Rinaldo.

Ottava 34

Qual pargoletta o damma o capriuola,

che tra le fronde del natio boschetto

alla madre veduta abbia la gola

stringer dal pardo, o aprirle ’l fianco o ’l petto,

di selva in selva dal crudel s’invola,

e di paura trema e di sospetto:

ad ogni sterpo che passando tocca,

esser si crede all’empia fera in bocca.

34. Come una cucciola di daino o capriolo, la quale, avendo visto tra i rami del boschetto in cui è nata il leopardo azzannare la gola alla propria madre, o squarciarne il petto o il fianco, fugge dalla bestia crudele di selva in selva, e trema per la paura e per l’ansia, e ad ogni cespuglio che urta al proprio passaggio crede di essere già tra le fauci della bestia spietata,

Ottava 35

Quel dì e la notte a mezzo l’altro giorno

s’andò aggirando, e non sapeva dove.

Trovossi al fin in un boschetto adorno,

che lievemente la fresca aura muove.

Duo chiari rivi, mormorando intorno,

sempre l’erbe vi fan tenere e nuove;

e rendea ad ascoltar dolce concento,

rotto tra picciol sassi, il correr lento.

35. (così Angelica) quel giorno, quella notte e per metà del giorno seguente, vagò senza sapere dove stesse andando, finché si ritrovò in un boschetto accogliente, mosso delicatamente da una brezza fresca. Due ruscelli dalle chiare acque, gorgogliando, rendevano le erbe tutt’intorno sempre fresche e delicate, e lo scorrere lento, interrotto da piccoli sassi, produceva un’armonia (concento) piacevole da ascoltare.

Ottava 36

Quivi parendo a lei d’esser sicura

e lontana a Rinaldo mille miglia,

da la via stanca e da l’estiva arsura,

di riposare alquanto si consiglia:

tra’ fiori smonta, e lascia alla pastura

andare il palafren senza la briglia;

e quel va errando intorno alle chiare onde,

che di fresca erba avean piene le sponde.

36. In questo luogo, ritenendo di trovarsi al sicuro e di essere lontana mille miglia da Rinaldo, (Angelica) decide di riprendersi per un po’ dallo stancante tragitto e dalla calura estiva; ella smonta (da cavallo) tra i fiori e lascia che il cavallo vada senza briglia al pascolo, e quello vaga tutt’intorno all’acqua dei ruscelli, le rive dei quali erano ricoperte di erba fresca.

Ottava 37

Ecco non lungi un bel cespuglio vede

di prun fioriti e di vermiglie rose,

che de le liquide onde al specchio siede,

chiuso dal sol fra l’alte querce ombrose;

così voto nel mezzo, che concede

fresca stanza fra l’ombre più nascose:

e la foglia coi rami in modo è mista,

che ’l sol non v’entra, non che minor vista.

37. A questo punto, non lontano da sé, (Angelica) nota un bel cespuglio di biancospini in fiore e di rose rosse; questo cespuglio, trovandosi sul limitare della riva, si riflette nelle acque limpide, al riparo dal sole, tra le alte querce ombrose, ed è vuoto nel mezzo, così da offrire un fresco giaciglio tra le ombre più nascoste: e le sue foglie ed i suoi rami sono a tal punto intrecciati tra loro che la luce del sole non riesce a penetrarvi, e tantomeno ci riescono i meno penetranti sguardi degli uomini (ossia gli sguardi umani che sono meno filtranti della luce del sole).

Ottava 38

Dentro letto vi fan tenere erbette,

ch’invitano a posar chi s’appresenta.

La bella donna in mezzo a quel si mette,

ivi si corca ed ivi s’addormenta.

Ma non per lungo spazio così stette,

che un calpestio le par che venir senta:

cheta si leva e appresso alla riviera

vede ch’armato un cavallier giunt’era.

38. Al suo interno (all’interno del cespuglio vuoto nel mezzo), morbide erbette formano un giaciglio, invitando a riposare chi vi giunge. La bella donna si ferma nel mezzo (del cespuglio), vi si distende e quindi vi si addormenta. Ma non resta in questo modo molto tempo, che le sembra di sentire avvicinarsi un rumore di passi: si solleva lentamente e vede che un cavaliere armato è giunto presso una delle rive (alla riva di uno dei due ruscelli che si trovano in questo locus amoenus).

Ottava 39

Se gli è amico o nemico non comprende:

tema e speranza il dubbio cor le scuote;

e di quella aventura il fine attende,

né pur d’un sol sospir l’aria percuote.

Il cavalliero in riva al fiume scende

sopra l’un braccio a riposar le gote;

e in un suo gran pensier tanto penètra,

che par cangiato in insensibil pietra.

39. (Angelica) non riesce a capire se (il cavaliere) le sia amico o nemico: timore e speranza le fanno battere il cuore dubbioso, e mentre attende l’esito della faccenda, non muove l’aria neppure con un fiato. Il cavaliere si siede in riva al ruscello, sostenendo la propria testa con un braccio, e sprofonda a tal punto in un suo qualche pensiero, che sembra che sia stato trasformato in pietra inerte.

Ottava 40

Pensoso più d’un’ora a capo basso

stette, Signore, il cavallier dolente;

poi cominciò con suono afflitto e lasso

a lamentarsi sì soavemente,

ch’avrebbe di pietà spezzato un sasso,

una tigre crudel fatta clemente.

Sospirante piangea, tal ch’un ruscello

parean le guance, e ’l petto un Mongibello.

40. Oh Signore (Ariosto si rivolge qui al cardinale Ippolito d’Este, dedicatario dell’Orlando Furioso, apostrofandolo come fosse fisicamente presente alla lettura dell’opera): il cavaliere abbattuto rimase per più di un’ora con il capo chino, assorto nei propri pensieri, dopodiché cominciò con voce afflitta e infelice, a lamentarsi in maniera tanto struggente, che per la compassione avrebbe spezzato una pietra e reso pietosa una tigre spietata. Piangeva e sospirava, al punto che sulle guance sembrava scorrergli un ruscello e il petto sembrava il Mongibello (“Mongibello” è uno dei nomi del vulcano Etna: il paragone vuole suggerire l’idea che il petto del cavaliere è in grande tumulto).

Ottava 41

– Pensier (dicea) che ’l cor m’agghiacci ed ardi,

e causi il duol che sempre il rode e lima,

che debbo far, poi ch’io son giunto tardi,

e ch’altri a corre il frutto è andato prima?

a pena avuto io n’ho parole e sguardi,

ed altri n’ha tutta la spoglia opima.

Se non ne tocca a me frutto né fiore,

perché affligger per lei mi vuo’ più il core?

41. Diceva: “Oh pensiero, che geli e infiammi il mio cuore, e provochi il dolore che lo logora e lo consuma, cosa posso fare se sono arrivato tardi, e qualcun altro è arrivato prima e ha colto il frutto (il cavaliere che parla e si lamenta è Sacripante, re di Circassia e spasimante di Angelica: egli crede che la fanciulla si sia concessa ad un altro uomo ed è di questo che parla e si lamenta). A malapena ho ricevuto (da lei) parole e sguardi, mentre qualcun altro ne possiede il ricco bottino. Se a me non spetta né il frutto, né il fiore, perché vuoi (rivolto al pensiero) tormentare ulteriormente il mio cuore?”.

Ottava 42

La verginella è simile alla rosa,

ch’in bel giardin su la nativa spina

mentre sola e sicura si riposa,

né gregge né pastor se le avvicina;

l’aura soave e l’alba rugiadosa,

l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:

gioveni vaghi e donne inamorate

amano averne e seni e tempie ornate.

42. “La giovane vergine è simile ad una rosa: ad essa, finché riposa sola e sicura in un bel giardino, sul fusto spinoso dal quale è nata, non si avvicina né gregge, né pastore; la brezza delicata e la rugiada del mattino, l’acqua e la terra si inchinano al suo fascino, e giovani innamorati e donne innamorate amano avere il grembo e le tempie ornate con essa.”

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Ottava 43

Ma non sì tosto dal materno stelo

rimossa viene e dal suo ceppo verde,

che quanto avea dagli uomini e dal cielo

favor, grazia e bellezza, tutto perde.

La vergine che ’l fior, di che più zelo

che de’ begli occhi e de la vita aver de’,

lascia altrui corre, il pregio ch’avea inanti

perde nel cor di tutti gli altri amanti.

43. “Ma non appena viene divelta dallo stelo materno e dal suo cespuglio verde, essa (la rosa) perde la grazia, la bellezza e tutta l’ammirazione che aveva da parte degli uomini e del cielo. (Allo stesso modo) La vergine che lascia cogliere a qualcuno quel fiore che ella dovrebbe avere a cuore più dei begli occhi e della stessa vita, perde, nel cuore di tutti gli altri amanti, l’ammirazione di cui godeva precedentemente”.

Ottava 44/span>

Sia Vile agli altri, e da quel solo amata

a cui di sé fece sì larga copia.

Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!

trionfan gli altri, e ne moro io d’inopia.

Dunque esser può che non mi sia più grata?

dunque io posso lasciar mia vita propia?

Ah più tosto oggi manchino i dì miei,

ch’io viva più, s’amar non debbo lei! –

44. “Ella (la fanciulla che si concede a qualcuno) diviene di scarso valore agli occhi degli altri, ed è amata unicamente da colui al quale ha fatto tanto generoso dono di sé. Ah, sorte crudele, sorte ingiusta! Gli altri trionfano mentre io muoio dal bisogno! Potrà mai accadere che ella smetta di piacermi? Potrà mai accadere che io riesca a liberarmi della mia vera vita (la “vera vita” per Sacripante è Angelica). Ah, meglio che i miei giorni finiscano oggi stesso, piuttosto che io viva ancora, se non posso amare lei!

Ottava 45

Se mi domanda alcun chi costui sia,

che versa sopra il rio lacrime tante,

io dirò ch’egli è il re di Circassia,

quel d’amor travagliato Sacripante;

io dirò ancor, che di sua pena ria

sia prima e sola causa essere amante,

è pur un degli amanti di costei:

e ben riconosciuto fu da lei.

45. Se qualcuno mi domanderà chi sia costui che versa così tante lacrime sopra il ruscello, io risponderò che egli è il re di Circassia: Sacripante, tormentato dall’amore; dirò inoltre che, della sua pena dolorosa, la causa prima e unica è il fatto che egli sia innamorato, e, per l’esattezza, sia uno degli spasimanti di lei (Angelica): e infatti viene immediatamente riconosciuto da lei.

Ottava 46

Appresso ove il sol cade, per suo amore

venuto era dal capo d’Oriente;

che seppe in India con suo gran dolore,

come ella Orlando sequitò in Ponente:

poi seppe in Francia che l’imperatore

sequestrata l’avea da l’altra gente,

per darla all’un de’ duo che contra il Moro

più quel giorno aiutasse i Gigli d’oro.

46. Egli (Sacripante), per amore di lei, era venuto nella terra dove il sole tramonta (in Occidente) dall’estremità opposta dell’Oriente. Egli, mentre si trovava in India, era venuto a sapere, con suo grande dolore, che ella (Angelica) aveva seguito Orlando in Occidente; successivamente, una volta in Francia, era venuto a sapere che l’Imperatore (Carlo Magno) l’aveva allontanata (aveva allontanato Angelica) dal resto dell’esercito (l’altra gente) con l’intenzione di consegnarla in premio a quello dei due (Orlando e Rinaldo) che durante quella giornata avesse dato il maggior contributo all’esercito francese contro i Mori (“i Gigli d’oro” è metonimia, essendo il giglio d’oro il simbolo della casata reale di Francia).

Ottava 47

Stato era in campo, e inteso avea di quella

rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo:

cercò vestigio d’Angelica bella,

né potuto avea ancora ritrovarlo.

Questa è dunque la trista e ria novella

che d’amorosa doglia fa penarlo,

affligger, lamentare, e dir parole

che di pietà potrian fermare il sole.

47. (Così) Egli era stato sul campo (di battaglia), e aveva visto la crudele disfatta subita da re Carlo e appena narrata; aveva cercato tracce della bella Angelica, ma non era ancora riuscito a trovarne. Questa è dunque la triste e dolorosa vicenda che, per il male d’amore, lo fa soffrire, affliggere, lamentare, e dire parole capaci di far fermare il sole per la compassione.

Ottava 48

Mentre costui così s’affligge e duole,

e fa degli occhi suoi tepida fonte,

e dice queste e molte altre parole,

che non mi par bisogno esser racconte;

l’aventurosa sua fortuna vuole

ch’alle orecchie d’Angelica sian conte:

e così quel ne viene a un’ora, a un punto,

ch’in mille anni o mai più non è raggiunto.

48. Mentre costui (Sacripante) si affligge e soffre in questa maniera, e trasforma i suoi occhi in una tiepida fonte (di lacrime), e pronuncia queste e molte altre parole, che non mi sembra necessario che siano riferite, la sua buona sorte vuole che (tali parole) siano conosciute dalle orecchie di Angelica: in tal modo, in un solo istante, gli accade di ottenere quello che non (gli) sarebbe stato possibile ottenere in mille anni o forse mai.

Ottava 49

Con molta attenzion la bella donna

al pianto, alle parole, al modo attende

di colui ch’in amarla non assonna;

né questo è il primo dì ch’ella l’intende:

ma dura e fredda più d’una colonna,

ad averne pietà non però scende,

come colei c’ha tutto il mondo a sdegno,

e non le par ch’alcun sia di lei degno.

49. Con molta attenzione l’avvenente fanciulla (Angelica), presta ascolto al pianto, alle parole e al tono di colui che in nulla trascura di amarla, e non è questo il giorno in cui ella lo sente per la prima volta: tuttavia, dura e fredda più di una colonna, non si abbassa ad avere pietà di lui, alla maniera di una donna che disprezzi il mondo intero, e abbia l’impressione che non esista nessuno che sia degno di lei.

Ottava 50

Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola

le fa pensar di tor costui per guida;

che chi ne l’acqua sta fin alla gola

ben è ostinato se mercé non grida.

Se questa occasione or se l’invola,

non troverà mai più scorta sì fida;

ch’a lunga prova conosciuto inante

s’avea quel re fedel sopra ogni amante.

50. E tuttavia il fatto di ritrovarsi sola tra quei boschi le fa pensare (il sogg. è Angelica) di prendere costui (Sacripante) come guida; perché chi sta nell’acqua fino alla gola, è senz’altro molto ostinato se non grida aiuto. Se ora le sfugge questa occasione, non troverà mai più una scorta così fidata; infatti già in passato ha sperimentato con una lunga prova quel re, (trovandolo) fedele più di qualunque altro spasimante.

Ottava 51

Ma non però disegna de l’affanno

che lo distrugge alleggierir chi l’ama,

e ristorar d’ogni passato danno

con quel piacer ch’ogni amator più brama:

ma alcuna finzione, alcuno inganno

di tenerlo in speranza ordisce e trama;

tanto ch’a quel bisogno se ne serva,

poi torni all’uso suo dura e proterva.

51. Tuttavia (Angelica) non per questo intende liberare quell’uomo che la ama (Sacripante) dall’affanno che lo distrugge, né (intende) rimediare ad ogni precedente danno, con quel piacere che ogni spasimante più desidera. Piuttosto ordisce e trama di mantenere viva in lui la speranza con qualche finzione e con qualche inganno, per il tempo necessario a servirsi di lui per il proprio bisogno, e poi tornare insensibile ed ostinata secondo il suo costume abituale.

Ottava 52

E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco

fa di sé bella ed improvvisa mostra,

come di selva o fuor d’ombroso speco

Diana in scena o Citerea si mostra;

e dice all’apparir: – Pace sia teco;

teco difenda Dio la fama nostra,

e non comporti, contra ogni ragione,

ch’abbi di me sì falsa opinione. –

52. Quindi si fa vedere, all’improvviso, bellissima, fuori da quel cespuglio oscuro e buio, così come sarebbe comparsa sulla scena Diana uscendo dalla foresta, oppure Venere uscendo dalla grotta ombrosa, e mentre fa la sua comparsa, dice: “Che la pace sia con te, possa Dio difendere la nostra reputazione presso di te, e non permettere, contro ogni giustizia, che tu abbia di me un’opinione così falsa”.

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Ottava 53

Non mai con tanto gaudio o stupor tanto

levò gli occhi al figliuolo alcuna madre,

ch’avea per morto sospirato e pianto,

poi che senza esso udì tornar le squadre;

con quanto gaudio il Saracin, con quanto

stupor l’alta presenza e le leggiadre

maniere, e il vero angelico sembiante,

improviso apparir si vide inante.

53. Mai una madre alzò lo sguardo con tanta gioia o con tanto stupore verso il proprio figlio dopo averlo pianto credendolo morto, avendo sentito ritornare le truppe senza di lui, quanta fu la gioia e quanto fu lo stupore con cui il Saraceno si vide all’improvviso apparire dinnanzi la nobile figura, i gesti eleganti e il volto “angelico” di nome e di fatto.

Ottava 54

Pieno di dolce e d’amoroso affetto,

alla sua donna, alla sua diva corse,

che con le braccia al collo il tenne stretto,

quel ch’al Catai non avria fatto forse.

Al patrio regno, al suo natio ricetto,

seco avendo costui, l’animo torse:

subito in lei s’avviva la speranza

di tosto riveder sua ricca stanza.

54. Pieno di dolce ed amoroso affetto (Sacripante) corse dalla sua amata (Angelica), dalla sua dea, la quale lo tenne stretto con le sue braccia intorno al collo, come in Catai forse non avrebbe mai fatto. Ora che (Angelica) ha con sé costui (Sacripante), ella rivolge di nuovo il pensiero al regno del padre, al rifugio natìo, e subito in lei si riaccende la speranza di rivedere presto la sua ricca reggia.

Ottava 55

Ella gli rende conto pienamente

dal giorno che mandato fu da lei

a domandar soccorso in Oriente

al re de’ Sericani e Nabatei;

e come Orlando la guardò sovente

da morte, da disnor, da casi rei:

e che ’l fior virginal così avea salvo,

come se lo portò del materno alvo.

55. Ella (Angelica) gli narra (narra a Sacripante) dettagliatamente i fatti (succedutisi) dal giorno in cui egli fu inviato da lei stessa in Oriente, a chiedere soccorso al re dei Sericani e dei Nabatei, (gli narra) di come Orlando l’abbia preservata in più occasioni dalla morte, dal disonore e dalle sventure, e di come ella abbia mantenuto la propria verginità ancora inviolata, così come l’aveva avuta alla nascita.

Ottava 56

Forse era ver, ma non però credibile

a chi del senso suo fosse signore;

ma parve facilmente a lui possibile,

ch’era perduto in via più grave errore.

Quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibiIe,

e l’invisibil fa vedere Amore.

Questo creduto fu; che ’l miser suole

dar facile credenza a quel che vuole.

56. Forse (quello che Angelica ha appena detto riguardo la propria illibatezza) era vero, ma non per questo risultava credibile a chi fosse padrone della propria ragione; ciononostante parve facilmente possibile a lui (a Sacripante), che era vittima di un errore ancor più grande (l’amore per Angelica). L’amore rende invisibile ciò che l’uomo potrebbe vedere, e ciò che non è visibile viene fatto vedere dall’amore. Questo (il racconto di Angelica) fu creduto; infatti l’uomo infelice è solito dare facilmente credito a ciò che ha bisogno di credere.

Ottava 57

– Se mal si seppe il cavallier d’Anglante

pigliar per sua sciocchezza il tempo buono,

il danno se ne avrà; che da qui inante

nol chiamerà Fortuna a sì gran dono

(tra sé tacito parla Sacripante):

ma io per imitarlo già non sono,

che lasci tanto ben che m’è concesso,

e ch’a doler poi m’abbia di me stesso.

57. “Se il cavaliere di Anglante (ossia Orlando) per propria stupidità non ha saputo approfittare della circostanza favorevole, ne pagherà lo scotto, perché da ora in avanti la sorte non gli offrirà mai più un’occasione altrettanto buona” – dice tra sé e sé Sacripante – “Ma io non ho intenzione di imitarlo, lasciando tutto il bene che mi è concesso, per poi dovermi pentire di me stesso”.

Ottava 58

Corrò la fresca e matutina rosa,

che, tardando, stagion perder potria.

So ben ch’a donna non si può far cosa

che più soave e più piacevol sia,

ancor che se ne mostri disdegnosa,

e talor mesta e flebil se ne stia:

non starò per repulsa o finto sdegno,

ch’io non adombri e incarni il mio disegno. –

58. “Coglierò la fresca rosa mattutina, la quale, aspettando ancora, potrebbe perdere la sua freschezza. Io so bene come a una donna non si possa fare nulla di più dolce e di più gradito, anche quando ella si mostra disdegnosa al riguardo, o se ne sta triste e piangente: non accetterò, per un rifiuto o un finto sdegno, di non completare e realizzare il mio piano”.

Ottava 59

Così dice egli; e mentre s’apparecchia

al dolce assalto, un gran rumor che suona

dal vicin bosco gl’intruona l’orecchia,

sì che mal grado l’impresa abbandona:

e si pon l’elmo (ch’avea usanza vecchia

di portar sempre armata la persona),

viene al destriero e gli ripon la briglia,

rimonta in sella e la sua lancia piglia.

59. Questo è ciò che egli (Sacripante) dice (a sé stesso); e mentre si prepara per il dolce assalto, un rumore forte, che risuona dal vicino bosco, gli rimbomba nelle orecchie, cosicché, sebbene contro voglia, abbandona l’intento (di sedurre Angelica), si rimette l’elmo (infatti aveva la vecchia abitudine di essere sempre armato), arriva al cavallo, gli rimette le briglie, rimonta in sella ed impugna la lancia.

Ottava 60

Ecco pel bosco un cavallier venire,

il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero:

candido come nieve è il suo vestire,

un bianco pennoncello ha per cimiero.

Re Sacripante, che non può patire

che quel con l’importuno suo sentiero

gli abbia interrotto il gran piacer ch’avea,

con vista il guarda disdegnosa e rea.

60. A questo punto, attraverso il bosco, sopraggiunge un cavaliere, il cui aspetto è quello di un uomo forte e valoroso: il suo abito è candido come la neve, e come cimiero ha un pennacchio bianco. Re Sacripante, che non può tollerare che quello (il cavaliere vestito di bianco), con il suo percorso inopportuno (ossia passando proprio in quel punto), abbia interrotto la piacevole situazione nella quale egli si trovava (ossia abbia mandato a monte il suo piano di sedurre Angelica), lo fissa con sguardo minaccioso e pieno di sdegno.

Ottava 61

Come è più appresso, lo sfida a battaglia;

che crede ben fargli votar l’arcione.

Quel che di lui non stimo già che vaglia

un grano meno, e ne fa paragone,

l’orgogliose minacce a mezzo taglia,

sprona a un tempo, e la lancia in resta pone.

Sacripante ritorna con tempesta,

e corronsi a ferir testa per testa.

61. Appena (il cavaliere vestito di bianco) è più vicino, (Sacripante) lo sfida a duello, credendo di poterlo disarcionare. L’altro (il cavaliere vestito di bianco), che io non ritengo che valga neppure una briciola meno di Sacripante, e ne dà prova (il narratore esprime qui un proprio punto di vista), interrompe le arroganti minacce (di Sacripante) e sprona subito il cavallo, appoggiando la lancia sulla resta (ossia mettendo la lancia in posizione d’attacco). Sacripante si volta con foga, e si caricano l’un l’altro, in un attacco frontale.

Ottava 62

Non si vanno i leoni o i tori in salto

a dar di petto, ad accozzar sì crudi,

sì come i duo guerrieri al fiero assalto,

che parimente si passar li scudi.

Fe’ lo scontro tremar dal basso all’alto

l’erbose valli insino ai poggi ignudi;

e ben giovò che fur buoni e perfetti

gli osberghi sì, che lor salvaro i petti.

62. Leoni e tori in amore non si affrontano, né si scontrano, con altrettanta durezza come (fanno) i due guerrieri in questa carica feroce, al punto che trapassano l’uno lo scudo dell’altro allo stesso modo. Lo scontro fece tremare dal basso verso l’alto le valli erbose, fino ai poggi spogli. E fu provvidenziale che le (loro) armature fossero di buona qualità e perfette, così da salvare i loro petti.

Ottava 63

Già non fero i cavalli un correr torto,

anzi cozzaro a guisa di montoni:

quel del guerrier pagan morì di corto,

ch’era vivendo in numero de’ buoni:

quell’altro cadde ancor, ma fu risorto

tosto ch’al fianco si sentì gli sproni.

Quel del re saracin restò disteso

adosso al suo signor con tutto il peso.

63. I due cavalli, non deviarono la loro corsa, ma cozzarono tra loro alla maniera dei montoni; quello (il cavallo) del cavaliere pagano (Sacripante), morì sul colpo – un cavallo che finché fu in vita fu un buon animale –, l’altro (il cavallo del cavaliere vestito di bianco) cadde anch’esso, ma si risollevò appena si sentì pungere i fianchi dagli speroni (del cavaliere). Al contrario quello (il cavallo) del re Saraceno (di Sacripante) rimase disteso con tutto il peso sopra al proprio padrone.

Ottava 64

L’incognito campion che restò ritto,

e vide l’altro col cavallo in terra,

stimando avere assai di quel conflitto,

non si curò di rinovar la guerra;

ma dove per la selva è il camin dritto,

correndo a tutta briglia si disserra;

e prima che di briga esca il pagano,

un miglio o poco meno è già lontano.

64. Il paladino senza nome, che rimase in sella, vedendo l’altro (Sacripante) atterrato insieme con il proprio cavallo, ritenne di avere ottenuto sufficiente gloria da quel duello, e non sentì la necessità di continuare il combattimento; al contrario si allontanò correndo a briglia sciolta nella direzione in cui, attraverso il bosco, il cammino era meno tortuoso, e prima che il cavaliere pagano (Sacripante) riuscisse a cavarsi dall’impaccio (di briga esca: prima cioè che Sacripante riesca a sfilarsi da sotto il cavallo), era già lontano un miglio o poco meno.

Ottava 65

Qual istordito e stupido aratore,

poi ch’è passato il fulmine, si leva

di là dove l’altissimo fragore

appresso ai morti buoi steso l’aveva;

che mira senza fronde e senza onore

il pin che di lontan veder soleva:

tal si levò il pagano a piè rimaso,

Angelica presente al duro caso.

65. Come un contadino stupefatto e stordito che, passato il fulmine, si rialza in piedi nel luogo in cui il fragore assordante l’ha scaraventato a terra vicino ai buoi uccisi (uccisi dallo stesso fulmine), e guarda il pino che era solito ammirare da lontano, ora privo di rami e di fogliame (perché bruciato dal fulmine), allo stesso modo si rialzò in piedi il pagano (Sacripante) rimasto a piedi, con Angelica presente alla vergognosa circostanza.

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Ottava 66

Sospira e geme, non perché l’annoi

che piede o braccio s’abbi rotto o mosso,

ma per vergogna sola, onde a’ dì suoi

né pria né dopo il viso ebbe sì rosso:

e più, ch’oltre il cader, sua donna poi

fu che gli tolse il gran peso d’adosso.

Muto restava, mi cred’io, se quella

non gli rendea la voce e la favella.

66. (Sacripante) Sospira e geme, e non perché l’infastidisca il fatto di essersi rotto o slogato un braccio o un piede, ma unicamente per la vergogna, a causa della quale, mai nella sua vita, né prima, né dopo quel momento, ebbe il viso altrettanto rosso; e per giunta, oltre alla caduta, (l’infastidisce il fatto) che sia la sua amata a togliergli il peso (del cavallo) di dosso. Io credo (il narratore esprime qui un proprio punto di vista) che sarebbe rimasto muto se quella (Angelica) non gli avesse ridato la voce ed la parola.

Ottava 67

– Deh! (diss’ella) signor, non vi rincresca!

che del cader non è la colpa vostra,

ma del cavallo, a cui riposo ed esca

meglio si convenia che nuova giostra.

Né perciò quel guerrier sua gloria accresca

che d’esser stato il perditor dimostra:

così, per quel ch’io me ne sappia, stimo,

quando a lasciare il campo è stato primo. –

67. Disse lei (Angelica): “Oh Signore, non vi rammaricate! Perché la colpa della caduta non è vostra, bensì del cavallo, al quale si addiceva di più un po’ di riposo e di cibo che un nuovo combattimento. Per cui, quel guerriero (il cavaliere vestito di bianco) non pensi di aver ricavato chissà quale gloria, perché ha dimostrato di essere stato lui lo sconfitto. Io, per quel che ne capisco, è così che la penso, dal momento che è stato lui il primo ad abbandonare il campo di battaglia.

Ottava 68

Mentre costei conforta il Saracino,

ecco col corno e con la tasca al fianco,

galoppando venir sopra un ronzino

un messagger che parea afflitto e stanco;

che come a Sacripante fu vicino,

gli domandò se con un scudo bianco

e con un bianco pennoncello in testa

vide un guerrier passar per la foresta.

68. Mentre costei (Angelica) confortava il Saraceno (Sacripante), ecco che, con al fianco il corno e la borsa dei dispacci (la tasca), arrivò, galoppando sopra un ronzino, un messaggero che appariva abbattuto e stanco, e appena fu vicino a Sacripante, gli chiese se avesse visto passare attraverso il bosco un guerriero con uno scudo bianco e con in testa un pennacchio anch’esso bianco.

Ottava 69

Rispose Sacripante: – Come vedi,

m’ha qui abbattuto, e se ne parte or ora;

e perch’io sappia chi m’ha messo a piedi,

fa che per nome io lo conosca ancora. –

Ed egli a lui: – Di quel che tu mi chiedi

io ti satisfarò senza dimora:

tu dei saper che ti levò di sella

l’alto valor d’una gentil donzella.

69. Sacripante rispose: “Come vedi, egli (il cavaliere vestito di bianco) mi ha disarcionato in questo punto ed è appena ripartito; ma, affinché io possa sapere chi mi ha ridotto a piedi, fa che io lo conosca anche di nome (sottinteso: dopo averlo conosciuto per valore)”. Ed egli (il messaggero) a lui (a Sacripante): “Io ti soddisferò, in merito a quello che mi chiedi, senza alcuna esitazione: tu devi sapere che a scaraventarti giù dalla sella è stato l’alto valore di una fanciulla”.

Ottava 70

Ella è gagliarda ed è più bella molto;

né il suo famoso nome anco t’ascondo:

fu Bradamante quella che t’ha tolto

quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. –

Poi ch’ebbe così detto, a freno sciolto

il Saracin lasciò poco giocondo,

che non sa che si dica o che si faccia,

tutto avvampato di vergogna in faccia.

70. “Ella (la fanciulla che ha disarcionato Sacripante) è valorosa, ma, ancor di più, è bella; ed io non ti nasconderò oltre il suo famoso nome: è stata Bradamante colei che ti ha tolto più onore di quanto tu ne abbia mai guadagnato nella vita”. Dopo aver parlato in questo modo, ripartì a briglia sciolta, e lasciò Sacripante assai poco allegro, senza che sapesse cosa dire, né cosa fare, e completamente rosso in faccia per la vergogna.

Ottava 71

Poi che gran pezzo al caso intervenuto

ebbe pensato invano, e finalmente

si trovò da una femina abbattuto,

che pensandovi più, più dolor sente;

montò l’altro destrier, tacito e muto:

e senza far parola, chetamente

tolse Angelica in groppa, e differilla

a più lieto uso, a stanza più tranquilla.

71. Dopo aver pensato a lungo a quello che gli era capitato, senza sapersi dare una spiegazione, alla fine si era scoperto disarcionato da una fanciulla, e più ci pensava, più ne soffriva; montò allora sull’altro destriero (il cavallo di Angelica), silenzioso e taciturno, e, senza dire una parola, con calma fece salire Angelica in groppa, rimandando il piano di sedurla ad una momento più lieto e ad un luogo più tranquillo.

Ottava 72

Non furo iti due miglia, che sonare

odon la selva che li cinge intorno,

con tal rumore e strepito, che pare

che triemi la foresta d’ogn’intorno;

e poco dopo un gran destrier n’appare,

d’oro guernito e riccamente adorno,

che salta macchie e rivi, ed a fracasso

arbori mena e ciò che vieta il passo.

72. Non furono avanzati per due miglia, che sentirono risuonare la boscaglia che li circondava con tale rumore e fracasso, che sembrò che tremasse la foresta tutt’intorno, e di lì a poco apparve loro un possente destriero, coperto di ornamenti d’oro e riccamente bardato, che scavalcava fratte e ruscelli, e travolgeva e abbatteva gli alberi e ogni altra cosa che gli impedisse il passaggio.

Ottava 73

– Se l’intricati rami e l’aer fosco,

(disse la donna) agli occhi non contende,

Baiardo è quel destrier ch’in mezzo il bosco

con tal rumor la chiusa via si fende.

Questo è certo Baiardo, io ’l riconosco:

deh, come ben nostro bisogno intende!

ch’un sol ronzin per dui saria mal atto,

e ne viene egli a satisfarci ratto. –

73. “Se l’intreccio di rami e la penombra – disse la donna (Angelica) – non mi impediscono di vedere con chiarezza, quel destriero che in mezzo al bosco si apre la strada con tale frastuono, è Baiardo. Questo è senz’altro Baiardo, io lo riconosco: oh, quanto capita a proposito per la nostra necessità! Infatti un solo cavallo per due persone sarebbe scomodo, e lui, rapido, è arrivato a rimediare!”

Ottava 74

Smonta il Circasso ed al destrier s’accosta,

e si pensava dar di mano al freno.

Colle groppe il destrier gli fa risposta,

che fu presto al girar come un baleno;

ma non arriva dove i calci apposta:

misero il cavallier se giungea a pieno!

che nei calci tal possa avea il cavallo,

ch’avria spezzato un monte di metallo.

74. Il Circasso (Sacripante, re di Circassia) smonta e si accosta al cavallo, credendo di poterne afferrare la briglia. Il destriero risponde al tentativo con i muscoli posteriori, girandosi velocemente come un fulmine, tuttavia non arriva (a colpire) nel punto dove indirizza i propri calci: povero il cavaliere se avesse colpito in pieno! Infatti quel cavallo aveva una tale potenza nei calci, da mandare in pezzi una montagna di metallo.

Ottava 75

Indi va mansueto alla donzella,

con umile sembiante e gesto umano,

come intorno al padrone il can saltella,

che sia duo giorni o tre stato lontano.

Baiardo ancora avea memoria d’ella,

ch’in Albracca il servia già di sua mano

nel tempo che da lei tanto era amato

Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.

75. Poi va mansueto verso la fanciulla (Angelica), con atteggiamento dimesso e fare docile, così come è solito saltellare intorno al proprio padrone il cane che è stato lontano per due o tre giorni. Baiardo serbava ancora il ricordo di lei, che, durante l’assedio di Albracca, badava a lui personalmente, all’epoca in cui ella amava intensamente Rinaldo, che non la ricambiava e la detestava.

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Ottava 76

Con la sinistra man prende la briglia,

con l’altra tocca e palpa il collo e ’l petto:

quel destrier, ch’avea ingegno a maraviglia,

a lei, come un agnel, si fa suggetto.

Intanto Sacripante il tempo piglia:

monta Baiardo e l’urta e lo tien stretto.

Del ronzin disgravato la donzella

lascia la groppa, e si ripone in sella.

76. (Angelica) con la mano sinistra afferra la briglia, e con la destra tasta e accarezza il collo e il petto (di Baiardo): quel destriero, dotato di un’intelligenza fuori dalla norma, le si assoggetta come un agnello. Intanto Sacripante approfitta del momento (favorevole) e monta su Baiardo, quindi lo spinge e lo trattiene. La fanciulla abbandona allora la groppa del suo ronzino, ora alleggerito, e si rimette sulla sella.

Ottava 77

Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira

venir sonando d’arme un gran pedone.

Tutta s’avvampa di dispetto e d’ira,

che conosce il figliuol del duca Amone.

Più che sua vita l’ama egli e desira;

l’odia e fugge ella più che gru falcone.

Già fu ch’esso odiò lei più che la morte;

ella amò lui: or han cangiato sorte.

77. A questo punto, girando a caso lo sguardo intorno a sé, (Angelica) vede sopraggiungere a piedi, tra il tintinnio delle armi, un possente guerriero. (Angelica) si infiamma tutta d’ira e di disappunto perché riconosce in lui il figlio del duca Amone (cioè Rinaldo). Egli la ama e la desidera più della sua stessa vita, lei lo odia e lo evita più di quanto faccia la gru con il falcone. Accadde in passato che egli la detestasse più della morte, e che ella lo amasse: ora le loro sorti risultano invertite.

Ottava 78

E questo hanno causato due fontane

che di diverso effetto hanno liquore,

ambe in Ardenna, e non sono lontane:

d’amoroso disio l’una empie il core;

chi bee de l’altra, senza amor rimane,

e volge tutto in ghiaccio il primo ardore.

Rinaldo gustò d’una, e amor lo strugge;

Angelica de l’altra, e l’odia e fugge.

78. A causare questo fenomeno sono state due fontane, che versano acque che producono effetti contrari, entrambe (si trovano) in Ardenna (la foresta tra la Mosa e il Reno): una riempie il cuore di desiderio d’amore, chi beve dall’altra invece viene svuotato dell’amore, e vede la propria passione trasformarsi interamente in ghiaccio. Rinaldo ha bevuto ad una fonte, ed ora l’amore lo consuma, Angelica ha bevuto dall’altra, per cui odia ed evita Rinaldo.

Ottava 79

Quel liquor di secreto venen misto,

che muta in odio l’amorosa cura,

fa che la donna che Rinaldo ha visto,

nei sereni occhi subito s’oscura;

e con voce tremante e viso tristo

supplica Sacripante e lo scongiura

che quel guerrier più appresso non attenda,

ma ch’insieme con lei la fuga prenda.

79. Quell’acqua intrisa di un misterioso fluido magico, che trasforma in odio la passione amorosa, fa sì che la donna (Angelica), poiché ha visto Rinaldo, immediatamente si rabbui nello sguardo, e che con voce tremante e viso triste, supplichi e scongiuri Sacripante di darsi subito alla fuga insieme a lei, senza aspettare che quel cavaliere si avvicini ancora.

Ottava 80

– Son dunque (disse il Saracino), sono

dunque in sì poco credito con vui,

che mi stimiate inutile e non buono

da potervi difender da costui?

Le battaglie d’Albracca già vi sono

di mente uscite, e la notte ch’io fui

per la salute vostra, solo e nudo,

contra Agricane e tutto il campo, scudo? –

80. “Dunque – disse il Saraceno (Sacripante) – godo di così poco credito ai vostri occhi, che mi giudicate inutile, e non abbastanza capace da potervi difendere da costui? Avete già dimenticato delle battaglie d’Albracca? E di quella notte in cui io, solo e nudo, feci da scudo alla vostra salvezza, contro Agricane e tutto il campo?”

Ottava 81

Non risponde ella, e non sa che si faccia,

perché Rinaldo ormai l’è troppo appresso,

che da lontan al Saracin minaccia,

come vide il cavallo e conobbe esso,

e riconohbe l’angelica faccia

che l’amoroso incendio in cor gli ha messo.

Quel che seguì tra questi duo superbi

vo’ che per l’altro canto si riserbi.

81. Lei non risponde e non sa cosa fare, perché Rinaldo ormai le è troppo vicino, e minaccia il Saraceno da lontano appena vede e riconosce il cavallo, e distingue quel volto angelico che ha scatenato nel suo cuore l’incendio dell’amore. Quello che accadde poi tra questi due superbi (guerrieri) lo voglio serbare per il prossimo canto.