Archivio testo: Una donna più bella assai che ’l sole

Parafrasi Una donna più bella assai che ’l sole

FRANCESCO PETRARCA

UNA DONNA PIÙ BELLA ASSAI CHE ’L SOLE

– PARAFRASI DEL TESTO –


In questo testo, imperniato sulla celebrazione della Gloria, Petrarca affronta, a partire dalla V stanza, il tema del rapporto tra Gloria e Virtù, riscontrabile, con analoghe modalità di trattazione, nel III libro del Secretum. In virtù di questa corrispondenza è stata ipotizzata una data di composizione coincidente con quella del Secretum (1346 – 1347) o corrispondente agli anni in cui il Secretum è ambientato (1342 – 1343).


Una donna più bella assai che ’l sole,

et più lucente, et d’altrettanta etade,

con famosa beltade,

acerbo anchor mi trasse a la sua schiera.

[vv. 1 –  4] Una donna assai più bella del sole, e più luminosa e di pari età (trattasi della Gloria, la quale ha la medesima età del sole perché insieme ad esso ha inizio: con la creazione comincia infatti la gloria del Creatore), per mezzo della sua notoria bellezza, ancora immaturo mi attirò nella schiera dei suoi seguaci.


Questa in penseri, in opre et in parole

(però ch’è de le cose al mondo rade),

questa per mille strade

sempre inanzi mi fu leggiadra altera.

[vv. 5 –  8] Questa, nei pensieri, nelle opere e nelle parole – poiché è una delle cose rare al mondo –, questa per innumerevoli cammini (ossia “imprese” per metafora) mi fu guida attraente e insieme disdegnosa.

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Solo per lei tornai da quel ch’i’ era,

poi ch’i’ soffersi gli occhi suoi da presso;

per suo amor m’er’io messo

a faticosa impresa assai per tempo:

[vv. 9 –  12] Soltanto per opera sua mutai da quel che ero (Petrarca allude forse all’abbandono degli studi giuridici per dedicarsi le humanae litterae), dopo che sostenni da vicino lo splendore dei suoi occhi; per amor suo mi dedicai per lungo tempo ad una faticosa impresa:


tal che, s’i’arrivo al disïato porto,

spero per lei gran tempo

viver, quand’altri mi terrà per morto.

[vv. 13 –  15] tale che, qualora io giunga alla meta desiderata (il compimento dell’impresa), spero grazie ad essa di vivere a lungo nella fama, anche dopo la morte (è molto probabile che la meta desiderata cui Petrarca fa riferimento sia il completamento dell’Africa che, insieme al De viris illustribus, è l’opera alla quale il poeta legava, più che ad ogni altra, l’aspettativa della gloria).


Questa mia donna mi menò molt’anni

pien di vaghezza giovenile ardendo,

sí come ora io comprendo,

sol per aver di me piú certa prova,

mostrandomi pur l’ombra o ’l velo o’ panni

talor di sé, ma ’l viso nascondendo;

[vv. 16 –  21] Questa signora per molti anni mi guidò pieno di ardente desiderio giovanile, così come io ora comprendo, solo per avere una più certa prova della mia fedeltà, mostrandomi di sé, di tanto in tanto, non più che l’ ombra, il velo o i panni, ma nascondendomi il viso (dandomi solo qualche assaggio della gloria);


et io, lasso, credendo

vederne assai, tutta l’età mia nova

passai contento, e ’l rimembrar mi giova,

poi ch’alquanto di lei veggi’or piú inanzi.

[vv. 22 –  25] ed io, poveretto, credendo di veder molto di lei, trascorsi tutta la mia giovinezza appagato, e mi piace ricordare questo mio errore, ora che vedo assai più e meglio cosa essa sia veramente.

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I’dico che pur dianzi

qual io non l’avea vista infin allora,

mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio

nel core, et èvvi anchora,

et sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.

[vv. 26 –  30] Io dico che solamente da poco essa mi si è rivelata quale mai la vidi prima di allora (Petrarca fa riferimento alla vita successiva all’incoronazione poetica, avvenuta nell’aprile 1341): per cui mi è nato un ghiaccio nel cuore (il ghiaccio che nasce nel cuore dell’innamorato dinanzi alla bellezza dell’amata) e vi è ancora e sempre vi sarà, per tutto il tempo che starò fra le sue braccia.


Ma non me ’l tolse la paura o ’l gielo

che pur tanta baldanza al mio cor diedi

ch’i’ le mi strinsi a’ piedi

per piú dolcezza trar de gli occhi suoi;

[vv. 31 –  34] Ma né la paura, né il ghiaccio mi strapparono a quella donna, perché nondimeno io diedi al mio cuore tanta baldanza che abbracciai i piedi di lei (in segno di umiltà) per trarre dai suoi occhi ancor più dolcezza;


et ella, che remosso avea già il velo

dinanzi a’ miei, mi disse: – Amico, or vedi

com’io son bella, et chiedi

quanto par si convenga agli anni tuoi. –

[vv. 35 –  38] ed ella, che già aveva scansato il velo da davanti ai miei occhi, mi disse: “Amico, vedi ora come io sono bella, e chiedi pure quanto ti sembra si addica ai tuoi anni ormai maturi” (in altri termini la Gloria invita il poeta ad aspirare a cose più alte).


– Madonna – dissi – già gran tempo in voi

posi ’l mio amor, ch’i’ sento or sí infiammato,

ond’a me in questo stato

altro volere o disvoler m’è tolto. –

[vv. 39 –  42] “Madonna”, dissi io, “già da lungo tempo ho riposto in voi il mio amore, che ora sento essere così ardente, per cui in questo stato amoroso mi è impedito di avere una volontà diversa dalla vostra”.


Con voce allor di sí mirabil’ tempre

rispose, et con un volto

che temer et sperar mi farà sempre:

[vv. 43 –  45] Rispose allora con una voce così armoniosa e con un’espressione tale che mi farà sempre temere (di essere indegno) e al contempo sperare (di divenire degno):


– Rado fu al mondo fra cosí gran turba

ch’udendo ragionar del mio valore

non si sentisse al core

per breve tempo almen qualche favilla;

[vv. 46 –  49] “Raramente vi fu al mondo, fra una moltitudine tanto grande di uomini, chi, udendo parlare del mio valore, non sentisse accendersi nel cuore almeno qualche scintilla d’amore verso di me;


ma l’adversaria mia che ’l ben perturba

tosto la spegne, ond’ogni vertú more

et regna altro signore

che promette una vita piú tranquilla.

[vv. 50 –  53] ma la mia avversaria (la Voluttà), che guasta il bene, spegne subito quelle favilla, per cui ogni virtù muore e regna un altro signore (l’Ozio), che promette una vita più tranquilla (rispetto ovviamente a quella condotta da chi si dedica alle faticose imprese richieste dalla Gloria).


De la tua mente Amor, che prima aprilla,

mi dice cose veramente ond’io

veggio che ’l gran desio

pur d’onorato fin ti farà degno;

[vv. 54 –  57] Amore, che per primo aprì la tua mente, mi dice cose al riguardo di essa, che mi fanno prevedere con certezza che il tuo grande desiderio ti renderà degno d’onore (la Gloria


profetizza qui la laurea poetica di Petrarca).

et come già se’ de’ miei rari amici,

donna vedrai per segno

che farà gli occhi tuoi via piú felici. –

[vv. 58 –  60] E siccome fai già parte della ristretta cerchia dei miei fedeli, vedrai, per prova d’amicizia, una donna (la Virtù) che renderà i tuoi occhi ancor più felici”.


I’ volea dir: – Quest’è impossibil cosa -;

quand’ella: – Or mira – et leva’ gli occhi un poco

in piú riposto loco –

donna ch’a pochi si mostrò già mai. –

[vv. 61 –  64] Io avrei voluto dire: “Questo è impossibile (che esista una donna che il poeta possa amare più della Gloria)”, ma ella disse: “Ora guarda” e sollevò lo sguardo verso un luogo un po’ in disparte “una donna che a pochi si mostrò prima che a te”.


Ratto inchinai la fronte vergognosa,

sentendo novo dentro maggior foco;

et ella il prese in gioco,

dicendo: – I’ veggio ben dove tu stai.

[vv. 65 –  68] Subito, per la vergogna, chinai lo sguardo, sentendo nascere dentro di me un nuovo e più intenso ardore amoroso; ed ella ne sorrise dicendo: “Io vedo bene cosa provi.


Sí come ’l sol con suoi possenti rai

fa súbito sparire ogni altra stella,

cosí par or men bella

la vista mia cui maggiore luce preme.

[vv. 69 –  72] Così come il sole con i suoi possenti raggi fa subito sparire ogni altra stella, così ora appare meno bello il mio aspetto, offuscato da una luce più intensa”.


Ma io però da’ miei non ti diparto,

ché questa et me d’un seme,

lei davanti et me poi, produsse un parto. –

[vv. 73 –  75] Tuttavia, io non ti escluderò per questo dalla schiera dei miei amici, poiché io e la Virtù siamo gemelle, generate dallo stesso padre (Dio) e partorite insieme, lei prima ed io dopo (in quanto la Virtù è causa e la Gloria effetto)”.


Ruppesi intanto di vergogna il nodo

ch’a la mia lingua era distretto intorno

su nel primiero scorno,

allor quand’io del suo accorger m’accorsi;

[vv. 76 –  79] Nel frattempo si sciolse quel nodo di vergogna che si era stretto intorno alla mia lingua al momento del mio iniziale imbarazzo, quando mi ero reso conto che ella si era accorta del mio maggiore amore per la sorella;


e ’ncominciai: – S’egli è ver quel ch’i’ odo,

beato il padre, et benedetto il giorno

ch’à di voi il mondo adorno,

et tutto ’l tempo ch’a vedervi io corsi;

[vv. 80 –  83] e incominciai a dire: “Se è vero quel che odo (che Gloria e Virtù sono gemelle), beato sia il padre e benedetto sia il giorno che ha adornato il mondo della vostra presenza e sia benedetto tutto il tempo che io trascorsi a contemplarvi;


et se mai da la via dritta mi torsi,

duolmene forte, assai piú ch’i’ non mostro;

ma se de l’esser vostro

fossi degno udir piú, del desir ardo. –

[vv. 84 –  87] e semmai accadde che io deviai dalla retta via (cedendo alla Voluttà), profondamente me ne dolgo, assai più di quanto non mostri; ma qualora fossi degno di udire di più circa la vostra essenza, sappiate che ardo dal desiderio di sapere”.


Pensosa mi rispose, et cosí fiso

tenne il suo dolce sguardo

ch’al cor mandò co le parole il viso:

[vv. 88 –  90] Preoccupata mi rispose, e tenne così fisso il suo dolce sguardo su di me, che il mio cuore rimase egualmente commosso dal volto di lei e dalle sue parole.


– Sí come piacque al nostro eterno padre,

ciascuna di noi due nacque immortale.

Miseri, a voi che vale?

Me’ v’era che da noi fosse il defecto.

 [vv. 91 –  94] “Così come piacque al nostro eterno padre, ciascuna di noi due nacque immortale. Ma poveretti! Che giova questo ai voi mortali? Meglio per voi sarebbe stato se fossimo state noi ad essere mortali.


Amate, belle, gioveni et leggiadre

fummo alcun tempo: et or siam giunte a tale

che costei batte l’ale

per tornar a l’anticho suo ricetto;

[vv. 95 –  98] Un tempo fummo amate, belle giovani e leggiadre: e ora siamo ridotte al punto che costei (la Virtù) spicca il volo per ritornare alla sua antica dimora (il Cielo). Io per mia natura sono un’ombra, tale che da sola non posso esistere (ossia sono l’ombra di quella che fui).


i’ per me sono un’ombra. Et or t’ò detto

quanto per te sí breve intender puossi. –

[vv. 99 –  100] E così ti ho detto tutto ciò che da te, così in breve, può essere compreso”.


Poi che i pie’ suoi fur mossi,

dicendo: – Non temer ch’i’ m’allontani -,

di verde lauro una ghirlanda colse,

la qual co le sue mani

intorno intorno a le mie tempie avolse.

[vv. 101 –  105] Dopo che ebbe mosso i suoi piedi dicendo: “Non temere che io mi allontani”, colse una ghirlanda di verde lauro e con essa mi cinse il capo (Petrarca allude all’incoronazione capitolina).


Canzon, chi tua ragion chiamasse obscura,

di’: – Non ò cura, perché tosto spero

ch’altro messaggio il vero

farà in piú chiara voce manifesto.

[vv. 106 –  109] Canzone, a chi definisse oscuro il tuo contenuto, di’: “Non mi preoccupo, poiché spero che presto un altro messaggio renderà la verità più chiaramente evidente (molto probabilmente Petrarca allude all’Africa, il poema al quale il poeta tornò a dedicarsi, dopo una pausa di molti anni, all’indomani dell’incoronazione poetica).


I’ venni sol per isvegliare altrui,

se chi m’impose questo

non m’inganò, quand’io partí’ da lui. –

[vv. 110 –  112] Io giunsi solo per far si che l’altro messaggio trovi un pubblico desto, pronto a recepirlo, a meno che colui che mi affidò questo compito non m’ingannò, quando mi allontanai da lui (dichiarazione di modestia che vale: a meno che colui che mi compose non presuma troppo di sé).