Archivio testo: Purgatorio Canto 1

Purgatorio, Canto I (1), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 1

Divina Commedia, Purgatorio I

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO
Antefatto

Nel corso del Canto 34 dell’Inferno Dante e Virgilio raggiungono il fondo dell’Inferno, dove Dante assiste alla dannazione di Lucifero; quindi i due poeti intraprendono il percorso per uscire dalla voragine infernale e ritornare sulla superficie terrestre. Questo percorso prevede che i due poeti dapprima si arrampichino lungo le zampe di Lucifero, quindi che si introducano in un cunicolo sotterraneo buio e accidentato che li conduce fino alla superficie della Terra. All’uscita dalla galleria Dante e Virgilio si trovano nell’emisfero meridionale della Terra – l’emisfero opposto a quello abitato dall’uomo – sulla spiaggia di un’isola situata al centro di una enorme distesa d’acqua, e dalla quale si solleva verso il cielo l’altissima montagna del Purgatorio. Il racconto riprende dagli istanti immediatamente successivi al momento in cui i due poeti sono riemersi all’aria aperta.

PARAFRASI
Versi 1 – 12: Proemio del Purgatorio

I primi 12 versi del canto 1 del Purgatorio svolgono la funzione di proemio alla seconda cantica. Questo proemio, sul modello dei proemi classici, è organizzato da Dante in due parti: la prima parte è costituita dalla protasi o proposizione (vale a dire dall’enunciazione della materia della cantica), la seconda parte è costituita dall’invocazione (rivolta in questo caso alle Muse e in maniera particolare a Calliope). L’enunciazione della materia occupa i primi 6 versi: in questi versi Dante dichiara che l’argomento della seconda cantica sarà la descrizione del secondo tra i regni ultraterreni, quello nel quale si compie la purgazione delle anime destinate ad essere ammesse in Paradiso e tuttavia non ancora pronte ad entrarvi. Nell’invocazione, che occupa anch’essa 6 versi, Dante si rivolge alle Muse – e in particolare a Calliope, musa della poesia epica e massima tra tutte – e invita le divinità della poesia a sostenere la sua ispirazione.
Versi 1 – 3

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

Il mio ingegno, come una piccola imbarcazione, innalza ora le vele per percorrere acque più calme, lasciandosi alle spalle quel mare tanto terribile (vale a dire, fuori dalla metafora: “per affrontare il racconto del viaggio nel Purgatorio, meno agitato del viaggio attraverso l’Inferno”),

Versi 4 – 6

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

per cui ora narrerò in versi (canterò) del secondo tra i regni eterni, nel quale l’anima degli umani è chiamata a purificarsi, per diventare così degna di ascendere in Paradiso.

Versi 7 – 9

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Caliopè alquanto surga,

Perciò, a questo punto, la morta poesia (morta nel senso “che fino a questo punto del racconto ha trattato la materia della morte eterna”) risorga, o sacre Muse, perché io sono vostro adepto; e qui Calliope si sollevi almeno in parte,

Versi 10 – 12

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

accompagnando i miei versi con quella musica di cui le povere Piche sentirono così fortemente il colpo, che persero del tutto la speranza di poter essere perdonate.

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Versi 13 – 27: Descrizione dell’atmosfera del Purgatorio

Concluso il proemio, il racconto riprende al verso 13 con una descrizione dell’ambiente nel quale Dante si ritrova immerso una volta riaffiorato dalla tenebra infernale. Questa descrizione è interamente dedicata al cielo, del quale Dante mette in risalto dapprima il colore – un azzurro terso che il poeta può vedere estendersi fino all’orizzonte – e quindi gli astri  (il pianeta Venere, la costellazione dei Pesci ed una seconda costellazione formata da quattro luminosissime stelle invisibili dall’emisfero settentrionale). Scopo di Dante, con questa descrizione, è portare sin da subito il lettore in un’atmosfera di luce e serenità, nella quale si riflette l’atmosfera “morale” del secondo regno, che per Dante costituisce la ritrovata pace del cuore dopo il viaggio nell’Inferno e per le anime in generale costituisce il regno della speranza e dell’attesa dell’ammissione ormai sicura in Paradiso.

Versi 13 – 15

Dolce color d’oriental zaffiro,

che s’accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro,

Un dolce colore, simile a quello degli zaffiri che provengono dall’Oriente, che si diffondeva nell’aria serena (il mezzo, in quanto l’aria è “ciò che sta tra le cose”), limpida fino all’orizzonte (l’orizzonte è il primo dei cerchi che circondano la terra, per cui Dante lo definisce “il primo giro”),

Versi 16 – 18

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta

che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.

restituì il piacere (della vista) ai miei occhi, non appena io uscii fuori dalle tenebre del regno dei morti, che avevano riempito di tristezza i miei occhi e il mio cuore (petto è metonimia).

Versi 19 – 21

Lo bel pianeto che d’amar conforta

faceva tutto rider l’oriente,

velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

Il bel pianeta che invita ad amare (ossia, “Venere”), faceva risplendere (rider) tutta la parte orientale del cielo, offuscando con la sua luce lo splendore delle stelle della costellazione dei Pesci, che si trovavano nelle sue vicinanze.

Versi 22 – 24

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

a l’altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Io mi volsi alla mia destra, e indirizzai la mia attenzione al polo sud (l’altro polo, in quanto è il polo meno familiare per gli abitanti della terra, che nel sistema geografico dantesco possono vedere il polo nord, ma non il polo sud), e vidi quattro stelle mai viste prima da nessun essere umano, ad eccezione dei primi abitanti della terra (ossia “Adamo ed Eva”, i quali, abitando l’Eden, posto sulla sommità del Purgatorio, avevano la possibilità di vedere l’emisfero meridionale del cielo).

Versi 25 – 27

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo sito,

poi che privato se’ di mirar quelle!

Il cielo sembrava rallegrarsi del loro bagliore: o cielo dell’emisfero settentrionale, sei come un vedovo, in quanto sei privato della possibilità di vedere quelle stelle!

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Versi 28 – 108: Incontro con Catone l’Uticense

Mentre Dante è impegnato a guardarsi intorno, il suo sguardo si imbatte nella figura maestosa di un vecchio barbato e dai capelli lunghi e canuti. Il vecchio si rivolge a Dante e Virgilio con severità, invitando i due poeti, che egli crede due anime dannate fuggite dall’Inferno, a dichiararsi e a spiegare come si trovino sulla spiaggia del Purgatorio. Virgilio si affretta a far inginocchiare Dante in segno di rispetto, quindi spiega la vicenda dello smarrimento di Dante, dell’intervento di Beatrice in suo favore, e del viaggio compiuto attraverso l’Inferno fino alla spiaggia del Purgatorio. A questo punto il poeta latino rivolge al vecchio la preghiera di lasciare che Dante entri nel secondo regno, e, nel corredare questa preghiera di una captatio benevolentiae, introduce alcuni riferimenti (all’amore per la libertà, alla morte ad Utica, all’amore per la moglie “Marzia”) che permettono al lettore di capire che il vecchio a cui di Virgilio sa di parlare è Catone l’Uticense. Catone, ascoltando che il viaggio di Dante è voluto dal cielo, acconsente all’ingresso dei due poeti nel Purgatorio, ma ingiunge che prima Dante compia due riti simbolici di purificazione: che si cinga di uno dei giunchi che crescono sul bagnasciuga dell’isola e che si lavi il viso dalla caligine rimasta sul suo volto dopo il transito attraverso l’Inferno. Quindi Catone scompare.

Versi 28 – 30

Com’io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l ‘altro polo,

là onde il Carro già era sparito,

Appena ebbi smesso di guardarle, volgendomi di poco nella direzione dell’altro polo, là verso il punto nel quale ormai non mi era più possibile vedere le stelle della costellazione del Carro (in quanto esse sono scomparse al di sotto dell’orizzonte e dunque sono nascoste alla vista del poeta),

Versi 31 – 33

vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che più non dee a padre alcun figliuolo.

vidi che vicino a me c’era un vecchio solitario, dall’aspetto tanto degno di rispetto, che nessun figlio ne deve di più al proprio padre.

>>> Il vecchio che appare a Dante è un personaggio dell’antica Roma, Catone Uticense, un pompeiano avversatore di Cesare. Egli, dopo essere stato sconfitto ad Utica, si dette la morte per non finire prigioniero dei cesariani, e divenne, per questo suo gesto, un simbolo dell’amore per la libertà. Dante ne fa il guardiano della spiaggia sulla quale approdano le anime destinate alla purgazione.

Versi 34 – 36

Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a’ suoi capelli simigliante,

de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Egli aveva una barba lunga e brizzolata (di pel bianco mista), e lunghi e brizzolati erano anche i suoi capelli, che scendevano sul suo petto in due fasce.

Versi 37 – 39

Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan sì la sua faccia di lume,

ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.

I raggi emanati dalle quattro sacre stelle (le stelle che Dante ha avvistato al di sopra del polo sud) illuminavano in maniera tale il suo volto, che io potevo vederlo come se fosse stato rivolto verso il sole (vale a dire che pur essendo ancora notte, le quattro stelle illuminano a giorno il volto del vecchio)

Versi 40 – 42

«Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?»,

diss’el, movendo quelle oneste piume.

Il vecchio, scuotendo la sua barba degna di venerazione, disse “Chi siete voi, che risalendo il fiume sotterraneo (cieco), siete fuggiti dalla prigione eterna?” (il vecchio crede che Dante e Virgilio siano due anime dannate, fuggite dall’Inferno).

Versi 43 – 45

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna?

“Chi via ha fatto da guida e che cosa ha illuminato il vostro cammino (letteralmente “cosa vi ha fatto da lucerna”), mentre uscivate dalle profonde tenebre che rendono sempre buia la voragine dell’Inferno?”.

Versi 46 – 48

Son le leggi d’abisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?».

“Sono forse state sovvertite fino a questo punto le leggi dell’Inferno? O forse nel cielo è cambiata la recente decisione, per cui ora, pur essendo dannati, potete giungere fino a queste pietre che io sorveglio?” (il vecchio definisce “novo”, ossia “recente”, il decreto della dannazione eterna delle anime dei malvagi, perché esso risale al momento della morte di Cristo e non al momento originario della creazione).

Versi 49 – 51

Lo duca mio allor mi diè di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio.

A quel punto la mia guida (Virgilio), mi afferrò e con le parole, con la forza delle mani e con l’espressione del volto insieme, mi fece inginocchiare e abbassare lo sguardo in segno di rispetto (reverenti mi fe…, letteralmente: “rese rispettosi le mie gambe e i miei occhi”).

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Versi 52 – 54

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

de la mia compagnia costui sovvenni.

Quindi rispose al vecchio (lui: pronome complemento di termine): “Non giunsi qui per mia decisione, scese una donna dal Paradiso, e, spinto dalle sue preghiere, io mi offrii di accompagnare costui perché fosse soccorso”.

Versi 55 – 57

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi

di nostra condizion com’ell’è vera,

esser non puote il mio che a te si nieghi.

“Ma, dal momento che il tuo volere è che ti sia spiegato in maniera più dettagliata qual è la nostra reale condizione, non può avvenire che il mio volere sia che ciò ti sia negato”.

Versi 58 – 60

Questi non vide mai l’ultima sera;

ma per la sua follia le fu sì presso,

che molto poco tempo a volger era.

“Costui (Dante) non ha mai vissuto la sua ultima ora (ossia, fuori della perifrasi “non è ancora morto”, “è ancora vivo”), ma, a causa della sua follia (la follia di Dante è il peccato), egli è giunto così vicino alla morte, che, perché egli morisse, mancava davvero poco”.

Versi 61 – 63

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare; e non lì era altra via

che questa per la quale i’ mi son messo.

“Così come ho già detto io fui inviato da lui affinché lo salvassi; e non c’era altra via (per salvarlo), se non questa sulla quale io mi sono messo”.

Versi 64 – 66

Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

che purgan sé sotto la tua balìa.

“Io gli ho mostrato tutto il popolo dei dannati; ed ora la mia intenzione è di mostrargli quelle anime che si purificano sotto la tua sorveglianza”.

Versi 67 – 69

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;

de l’alto scende virtù che m’aiuta

conducerlo a vederti e a udirti.

“Sarebbe troppo lungo descriverti come l’ho portato fin qui (tratto); una forza che proviene dal cielo mi ha aiutato a condurlo fino ad incontrarti (letteralmente: “fino a poterti vedere ed ascoltare”)”.

Versi 70 – 72

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

“Ora accetta di accogliere con benevolenza il suo arrivo, egli è alla ricerca della libertà, condizione molto preziosa, come sa bene chi per la libertà affronta la morte” (Virgilio sa che il vecchio è Catone l’Uticense, il luogotenente di Pompeo che ad Utica si dette la morte pur di non finire nelle mani dei cesariani che lo avrebbero imprigionato e ridotto in schiavitù).

Versi 73 – 75

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

“Tu sai bene cosa intendo, perché in nome della libertà non ti risultò dolorosa la morte nella città di Utica, dove hai lasciato quella veste che nel grande giorno risplenderà potentemente” (fuori dalla metafora: “perché tu, sul suolo di Utica, hai lasciato il corpo che avvolgeva la tua anima, quel corpo che, nel giorno del Giudizio Universale, quando tutte le anime si ricongiungeranno ai loro corpi, risplenderà potentemente della gloria di Dio”).

Versi 76 – 78

Non son li editti etterni per noi guasti,

ché questi vive, e Minòs me non lega;

ma son del cerchio ove son li occhi casti

“Le leggi eterne non sono state infrante da noi, poiché costui (ossia Dante) è ancora vivo ed io mi trovo fuori dalla giurisdizione di Minosse (infatti Virgilio si trova nel Limbo, e Minosse, il diavolo posto a guardia del punto in cui comincia l’Inferno vero e proprio, si trova solo dopo, al di là dell’Acheronte); infatti io sto in quel cerchio (cioè il Limbo) nel quale si trovano anche gli occhi onesti (metonimia: Virgilio dice “gli occhi” per intendere “la persona”)”

Versi 79 – 81

di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

per lo suo amore adunque a noi ti piega.

“della tua Marzia, che con il suo atteggiamento sembra ancora pregarti, o santo cuore (apostrofe a Catone), di considerarla tua (Marzia è la sposa che Catone, secondo un costume romano, ha ceduto all’amico Ortensio; Virgilio vuole dire che la devozione della donna è rimasta verso Catone): dunque, per amor suo, sii benevolo verso di noi (a noi ti piega, letteralmente: “esaudisci la nostra volontà”)”.

Versi 82 – 84

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riporterò di te a lei,

se d’esser mentovato là giù degni».

“Lasciaci attraversare i sette regni che tu sorvegli (i sette regni sono le sette “balze” che cingono la montagna del Purgatorio), ed io renderò grazie a lei della tua benevolenza, se non disdegni di essere menzionato nell’Inferno (vale a dire: “a meno che tu non ritenga offensivo che il tuo nome venga pronunciato all’interno del Limbo”)”.

>>> Il Purgatorio è una montagna il cui pendio è solcato da una serie di “cigli”, le “balze”, sulle quali le anime purganti patiscono le pene con cui si purificano.

 

Purgatorio

Versi 85 – 87

«Marzia piacque tanto a li occhi miei

mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,

«che quante grazie volse da me, fei.

Allora egli (Catone) disse “Marzia piacque così tanto ai miei occhi, finché io fui in vita (di là: nel mondo dei vivi), che io feci tutto ciò che lei desiderasse che io facessi per lei”.

Versi 88 – 90

Or che di là dal mal fiume dimora,

più muover non mi può, per quella legge

che fatta fu quando me n’usci’ fora.

“Ma ora che ella si trova al di là del fiume (l’Acheronte), non può più avere nessuna influenza su di me, in virtù di quella legge che fu fatta allorché io uscii da lì”.

>>> La legge a cui si riferisce Catone è quella che vuole i precristiani nel Limbo. La storia è questa: prima della venuta di Cristo il Purgatorio e il Paradiso non esistono, e tutti gli uomini giusti, alla loro morte, finiscono nel Limbo. Dopo essere stato crocifisso Cristo scende nel Limbo, libera gli ebrei giusti (ossia i personaggi positivi della Bibbia) e li porta con sé nel Paradiso. In quell’occasione libera anche Catone e lo pone a guardia del Purgatorio, e contestualmente stabilisce la legge per cui tutti gli altri personaggi dell’antichità, come Marzia e Virgilio, restino nel Limbo fino al giorno del giudizio universale.

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Versi 91 – 93

Ma se donna del ciel ti muove e regge,

come tu di’, non c’è mestier lusinghe:

bastisi ben che per lei mi richegge.

“Tuttavia, se una donna appartenente al Paradiso (Beatrice) ti ha spinto a metterti in viaggio e ti dirige, come tu dici, non c’è bisogno di lusinghe: è del tutto sufficiente che tu me lo chieda in nome suo”.

Versi 94 – 96

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,

sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;

“Va’ dunque, e cingi quest’uomo di un giunco liscio e lavagli il viso, in modo da cancellarne ogni sudiciume (il sucidume è la sporcizia che si è depositata sul volto di Dante durante la permanenza nell’Inferno, metafora del peccato)”;

>>> Il rituale di ammissione in Purgatorio non è casuale: il giunco è infatti simbolo di umiltà e il lavaggio indica la purificazione dell’animo dalle tracce del peccato, rappresentate dalle impurità lasciate sul volto di Dante dall’aria infernale.

Versi 97 – 99

ché non si converria, l’occhio sorpriso

d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

ministro, ch’è di quei di paradiso.

“dal momento che non sarebbe appropriato, con l’occhio ancora offuscato dalla nebbia infernale, comparire davanti al primo ministro tra quelli del Paradiso” (Catone si sta riferendo ad un angelo che, più avanti nel racconto, si farà incontro a Dante e Virgilio sulla spiaggia del Purgatorio).

Versi 100 – 102

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

là giù colà dove la batte l’onda,

porta di giunchi sovra ‘l molle limo;

“Questa piccola isola (il monte del Purgatorio è un’isola al centro dell’oceano che occupa interamente l’emisfero meridionale della terra) tutt’intorno, nel punto più basso (ad imo ad imo: in fondo in fondo), laggiù dove le onde percuotono la costa, ospita dei giunchi sopra il fango molle;”

Versi 103 – 105

null’altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

però ch’a le percosse non seconda.

“Nessuna altra pianta dotata di rami o di un fusto rigido potrebbe vivere là, perché non si piegherebbe ai colpi (semplicità e flessibilità sono dunque le caratteristiche che fanno del giunco il simbolo dell’umiltà e della remissione alla volontà di Dio)”.

Versi 106 – 108

Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterrà, che surge omai,

prendere il monte a più lieve salita».

“Poi, non tornate da questa parte (letteralmente: “il vostro ritorno non passi di qua”), il sole, che ormai sta sorgendo, vi mostrerà dove affrontare il monte attraverso una salita più dolce”.

Versi 109 – 136: Rituale di purificazione di Dante

A questo punto Dante, che durante tutto il colloquio tra Virgilio e Catone l’Uticense è rimasto in ginocchio, si rimette in piedi e segue Virgilio verso la battigia, per cingersi del giunco e lavarsi il viso come gli è stato raccomandato da Catone. Così i due poeti si avviano verso la spiaggia e, una volta giunti al limitare del mare, Virgilio dapprima deterge il volto di Dante, e poi ne cinge la vita con un giunco che, non appena colto, ricresce miracolosamente l’attimo successivo.

Versi 109 – 111

Così sparì; e io sù mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

Così scomparve ed io mi tirai su senza parlare, e mi strinsi tutto alla mia guida (Virgilio), e alzai lo sguardo verso di lui.

Versi 112 – 114

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ché di qua dichina

questa pianura a’ suoi termini bassi».

Egli (Virgilio) cominciò a dire: “Figliolo, segui i miei passi: volgiamoci indietro, poiché da questo lato questa pianura declina verso la sua parte più bassa”.

Versi 115 – 117

L’alba vinceva l’ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

Il chiarore dell’alba vinceva l’ultima ora della notte, la quale fuggiva da davanti a lei (vale a dire: “il chiarore dell’alba cominciava a prevalere sull’oscurità della fine della notte”), cosicché da lontano riuscii a distinguere il tremolio delle onde del mare.

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Versi 118 – 120

Noi andavam per lo solingo piano

com’om che torna a la perduta strada,

che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.

Noi camminavamo per la pianura deserta come colui che ritorna verso la strada che ha smarrito, e, finché non la raggiunge, ha la sensazione di camminare a vuoto.

Versi 121 – 123

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

Quando raggiungemmo quel luogo in cui la rugiada resiste meglio (pugna: combatte, si scontra) al calore del sole, perché, trovandosi sotto il soffio della brezza marina (ad orezza vuol dire “sotto vento”) evapora meno,

Versi 124 – 126

ambo le mani in su l’erbetta sparte

soavemente ‘l mio maestro pose:

ond’io, che fui accorto di sua arte,

il mio maestro pose dolcemente entrambe le mani aperte (sparte) sull’erba tenera (erbetta). Per cui io, che capii l’intenzione del suo gesto,

Versi 127 – 129

porsi ver’ lui le guance lagrimose:

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l’inferno mi nascose.

porsi verso di lui le guance rigate di lacrime: e allora egli (Virgilio) rese di nuovo del tutto visibile su di me quel colore che l’Inferno mi aveva nascosto (vale a dire: “il colore della pelle che l’inferno aveva ricoperto di fuliggine”).

Versi 130 – 132

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.

Arrivammo quindi sulla spiaggia deserta, che mai non vide le sue acque venir navigate da un uomo capace poi di tornare indietro (di tornar esperto > nel verso si nasconde una velata allusione ad Ulisse, che Dante ha incontrato nell’Inferno).

Versi 133 – 135

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:

oh maraviglia! ché qual elli scelse

l’umile pianta, cotal si rinacque

E qui (Virgilio) mi cinse, secondo il volere di Catone (ossia: “mi cinse con un giunco”), e, oh meraviglia! La pianta che egli scelse rinacque tale e quale,

Verso 136

subitamente là onde l’avelse.

e all’istante, nel punto in cui egli l’aveva sradicata.