Archivio testo: Purgatorio Canto 2

Purgatorio, Canto II (2), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 2

Divina Commedia, Purgatorio II

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto

lo cui meridïan cerchio coverchia

Ierusalèm col suo più alto punto;

Il sole ormai era giunto all’orizzonte del cielo il cui meridiano sovrasta Gerusalemme col suo punto più alto (ossia: “il meridiano il cui zenith si torva a perpendicolo su Gerusalemme”)

Versi 4 – 6

e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

e la notte, che gira (cerchia) intorno alla terra in direzione opposta a lui (al sole), sorgeva dal Gange congiunta con la costellazione della Bilancia, la quale le sfugge dalle mani (vale a dire: “esce dalla notte ed entra nel giorno”), quando essa prevale (ossia: “quando la notte prevale sul giorno”, e cioè quando, dopo l’equinozio d’autunno, la notte comincia ad essere più lunga del giorno: infatti la Bilancia è una costellazione notturna in primavera ed estate e diventa una costellazione diurna – cioè “esce dalle mani della notte” – in autunno ed inverno).

>>> La comprensione dell’indicazione temporale richiede la conoscenza del cosmo dantesco: per Dante Gerusalemme si trova al centro dell’emisfero boreale, in posizione equidistante da Cadice e dal Gange che sono rispettivamente i confini occidentale ed orientale dell’emisfero abitato. Il percorso del sole in questo emisfero vede l’astro spuntare ad est , dal Gange, raggiungere lo zenith esattamente sopra a Gerusalemme e tramontare all’orizzonte ad ovest, nella direzione di Cadice. Al tramonto del sole a Cadice ovviamente, corrisponde sul Gange, il sorgere della notte. L’indicazione dantesca dunque, non è altro che una lunga perifrasi per dire che nell’emisfero boreale è l’ora del tramonto e nell’emisfero opposto, dove si trovano ora lui e Virgilio, è l’alba. Per quanto riguarda il riferimento alla Bilancia esso va interpretato come segue: la Bilancia è una costellazione visibile durante la notte per tutto il periodo della primavera e dell’estate (quando i giorni sono più lunghi delle notti). All’arrivo dell’autunno (quando la lunghezza della notte supera quella del giorno) la Bilancia diventa una costellazione diurna, e pertanto risulta invisibile agli uomini perché viene oscurata dalla luce del sole. Poiché il viaggio dantesco si colloca alla primavera del 1300, il dettaglio della presenza della Bilancia nella notte appare perfettamente realistico.

Versi 7 – 9

sì che le bianche e le vermiglie guance,

là dov’i’ era, de la bella Aurora

per troppa etate divenivan rance.

così che le guance della bella Aurora, che abitualmente sono bianche e rosse, nel punto in cui mi trovavo io si erano fatte, a causa del passare del tempo (vale a dire: “con l’avvicinarsi del giorno pieno”), dorate.

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Versi 10 – 12

Noi eravam lunghesso mare ancora,

come gente che pensa a suo cammino,

che va col cuore e col corpo dimora.

Noi eravamo ancora lungo (lunghesso) il mare, nell’atteggiamento di coloro che riflettono su quale strada intraprendere (perché incerti sul giusto cammino), i quali con la mente (il cuore, per metonimia) procedono, ma con il corpo restano fermi.

Versi 13 – 15

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giù nel ponente sovra ’l suol marino,

Quand’ecco che, allo stesso modo in cui Marte, a causa dei fitti vapori, all’arrivo dei primi raggi del mattino, proietta i suoi bagliori di colore rosso giù verso occidente, sulla distesa del mare.

Versi 16 – 18

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,

un lume per lo mar venir sì ratto,

che ’l muover suo nessun volar pareggia.

allo stesso modo mi apparve – possa io rivederla ancora – una luce che avanzava sul mare tanto velocemente, che nessun volo potrebbe eguagliare in velocità il suo movimento.

Versi 19 – 21

Dal qual com’io un poco ebbi ritratto

l’occhio per domandar lo duca mio,

rividil più lucente e maggior fatto.

E immediatamente dopo che io ebbi distolto da essa (dalla luce) il mio sguardo, per interrogare la mia guida, la rividi che era diventata più luminosa e più grande.

Versi 22 – 24

Poi d’ogne lato ad esso m’appario

un non sapeva che bianco, e di sotto

a poco a poco un altro a lui uscìo.

Poi, su entrambi i suoi lati, mi apparve un non avrei saputo dire cosa di bianco, e al di sotto di essa, a poco a poco, uscì un’altra luce bianca.

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Versi 25 – 27

Lo mio maestro ancor non facea motto,

mentre che i primi bianchi apparver ali;

allor che ben conobbe il galeotto,

Il mio maestro non aveva ancora aperto bocca quando le prime due luci bianche (quelle ai lati dell’oggetto che Dante vede avvicinarsi) apparvero chiaramente essere due ali; a quel punto (Virgilio) riconobbe il nocchiero (ossia l’angelo traghettatore che conduce le anime dei defunti alle rive del Purgatorio),

Versi 28 – 30

gridò: “Fa, fa che le ginocchia cali.

Ecco l’angel di Dio: piega le mani;

omai vedrai di sì fatti officiali.

E gridò: “Presto, inginocchiati. Ecco l’angelo di Dio: congiungi le mani, d’ora in poi vedrai simili ministri divini”.

>>> L’angelo traghettatore rappresenta l’esatto corrispondente in positivo del Caronte infernale, egli infatti raccoglie le anime dei defunti destinati al Purgatorio e le trasporta nel loro mondo di destinazione.

Versi 31 – 33

Vedi che sdegna li argomenti umani,

sì che remo non vuol, né altro velo

che l’ali sue, tra liti sì lontani.

“Osserva come disdegna i mezzi degli esseri umani, così che non necessita di remi, né di altra vela che non siano le sue ali, pur dovendo navigare tra spiagge così lontane (Nella visione dantesca l’angelo fa un lunghissimo tragitto, perché raccoglie le anime dalla foce del Tevere, e le porta all’isola del Purgatorio che si trova al centro dell’oceano nell’emisfero opposto)”.

Versi 34 – 36

Vedi come l’ ha dritte verso ’l cielo,

trattando l’aere con l’etterne penne,

che non si mutan come mortal pelo”.

“Osserva come le tiene alzate (le ali) verso il cielo, toccando (trattando) l’aria con le piume eterne, che non sono soggette al cambiamento, diversamente dalle piume dei mortali (vale a dire “a differenza delle piume degli uccelli, che cadono e vengono cambiate con piume nuove”)”.

Versi 37 – 39

Poi, come più e più verso noi venne

l’uccel divino, più chiaro appariva:

per che l’occhio da presso nol sostenne,

Poi, mano a mano che quell’uccello divino (l’angelo) si avvicinò a noi, apparve più luminoso: per la qual cosa il mio sguardo, da vicino, non sostenne la sua vista,

Versi 40 – 42

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva

con un vasello snelletto e leggero,

tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.

E io dovetti abbassarlo (“dovetti abbassare lo sguardo”); e quello (l’angelo) raggiunse la riva, con un vascello veloce e leggero al punto che non sprofondava neanche di poco nell’acqua.

Versi 43 – 45

Da poppa stava il celestial nocchiero,

tal che faria beato pur descripto;

e più di cento spirti entro sediero.

Il nocchiero celeste (l’angelo) stava dalla parte di poppa, tale nell’aspetto che sembrava portare la beatitudine scritta nel volto (per iscripto); e all’interno (del vascello) sedevano più di cento anime.

Versi 46 – 48

’In exitu Isräel de Aegypto’

cantavan tutti insieme ad una voce

con quanto di quel salmo è poscia scripto.

Esse cantavano tutte in coro “Nell’uscita di Israele dall’Egitto” (è il primo verso del salmo 113), insieme al resto del contenuto di quel salmo (letteralmente: “insieme a tutto ciò che in quel salmo è scritto dopo”).

>>> Il riferimento al salmo 113 non è casuale: nella tradizione cristiana. l’esodo, vale a dire l’uscita del popolo di Israele dall’Egitto, dove si trovava in schiavitù, è figura della liberazione dell’anima ad opera di Cristo, un tema in perfetta sintonia con la tematica centrale del Purgatorio.

Versi 49 – 51

Poi fece il segno lor di santa croce;

ond’ei si gittar tutti in su la piaggia:

ed el sen gì, come venne, veloce.

A questo punto (l’angelo) fece loro (alle anime) il sacro segno della croce, per cui esse si gettarono tutte sulla spiaggia ed egli se ne andò (: dal verbo gire = andare), veloce come era arrivato.

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Versi 52 – 54

La turba che rimase lì, selvaggia

parea del loco, rimirando intorno

come colui che nove cose assaggia.

La folla (delle anime), che rimase lì, sembrava del tutto ignara del luogo (selvaggia del loco: come straniera in quel luogo), e si guardava intorno alla maniera di chi vede qualcosa di completamente nuovo.

Versi 55 – 57

Da tutte parti saettava il giorno

lo sol, ch’avea con le saette conte

di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,

Il sole proiettava i suoi raggi di luce, come dardi, in ogni direzione, e con le sue frecce infallibili, aveva cacciato il Capricorno dal centro del cielo, (il Capricorno si trova al centro del cielo nel momento esatto in cui il sole spunta da oriente, e mano a mano che il sole continua a sorgere il Capricorno lascia il centro del cielo declinando verso occidente: la perifrasi indica dunque che è passato qualche tempo dal momento del sorgere del sole).

Versi 58 – 60

quando la nova gente alzò la fronte

ver’ noi, dicendo a noi: “Se voi sapete,

mostratene la via di gire al monte”.

quando i nuovi arrivati alzarono il volto verso di noi, dicendoci: “Se la conoscete, mostrateci la strada per raggiungere il monte”.

Versi 61 – 63

E Virgilio rispuose: “Voi credete

forse che siamo esperti d’esto loco;

ma noi siam peregrin come voi siete.

E Virgilio rispose: “Può darsi che voi crediate che noi conosciamo questo luogo, ma noi siamo pellegrini tanto quanto voi”.

Versi 64 – 66

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,

per altra via, che fu sì aspra e forte,

che lo salire omai ne parrà gioco”.

“Siamo arrivati da poco (dianzi), appena prima di voi, attraverso un’altra strada che è stata a tal punto impervia e dura (Virgilio allude al viaggio attraverso l’Inferno), che salire il monte ormai ci sembrerà un gioco”.

Versi 67 – 69

L’anime, che si fuor di me accorte,

per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,

maravigliando diventaro smorte.

Le anime, appena si resero conto che io ero ancora in vita dal fatto che respiravo, impallidirono per lo stupore.

Versi 70 – 72

E come a messagger che porta ulivo

tragge la gente per udir novelle,

e di calcar nessun si mostra schivo,

E come la gente accorre verso il messaggero che porta l’ulivo per ascoltare le notizie, e nessuno si fa scrupolo di accalcarsi (letteralmente: “nessuno si mostra timido”),

Versi 73 – 75

così al viso mio s’affisar quelle

anime fortunate tutte quante,

quasi oblïando d’ire a farsi belle.

alla stessa maniera tutte quelle anime fortunate fissarono i loro sguardi sul mio volto, quasi dimenticando di andare a purificarsi,

Versi 76 – 78

Io vidi una di lor trarresi avante

per abbracciarmi, con sì grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.

Io vidi una di esse farsi avanti per abbracciarmi, con tale affetto da indurmi a fare lo stesso (con lei).

Versi 79 – 81

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!

tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

e tante mi tornai con esse al petto.

Ohi ombre vane (vane: “prive di reale consistenza”) fuorché a vedersi! Per tre volte strinsi le braccia intorno a lei e per tre volte le braccia mi ritornarono al petto.

Versi 82 – 84

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;

per che l’ombra sorrise e si ritrasse,

e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Credo che arrossii per la meraviglia; per cui l’ombra sorrise e si tirò in disparte, ed io, seguendola, mi feci avanti.

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Versi 85 – 87

Soavemente disse ch’io posasse;

allor conobbi chi era, e pregai

che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

Mi disse dolcemente di fermarmi; allora riconobbi chi era e pregai che si fermasse un poco a parlare con me.

>>> Si tratta di Casella, un musicista che musicò e intonò i versi dei poeti toscani attivi alla fine del ‘200 e col quale, come risulta da questi versi, collaborò anche Dante.

Versi 88 – 90

Rispuosemi: “Così com’io t’amai

nel mortal corpo, così t’amo sciolta:

però m’arresto; ma tu perché vai?”.

Mi rispose: “Anche ora che sono libera (sciolta: “disciolta dal corpo”, il femminile si deve al fatto che Casella parla di sé come di un’anima), io provo per te lo stesso affetto che provavo quando ero in un corpo mortale, per questo mi fermo (a parlare con te), ma tu dimmi, per quale ragione sei in cammino?”

Versi 91 – 93

“Casella mio, per tornar altra volta

là dov’io son, fo io questo vïaggio”,

diss’io; “ma a te com’è tanta ora tolta?”.

“Oh mio Casella, faccio questo viaggio al fine di poter ritornare di nuovo (dopo la morte) qui dove mi trovo (vale a dire “per non essere dannato dopo la morte e poter ritornare qui nel Purgatorio”) ”, dissi io, “ma a te come mai è stato tolto tanto tempo?” (Dante sa che Casella è morto da diverso tempo, per cui chiede come mai egli giunga solo ora sulla spiaggia del Purgatorio).

Versi 94 – 96

Ed elli a me: “Nessun m’è fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

più volte m’ ha negato esto passaggio;

Ed egli mi rispose “Non mi è stato fatto alcun torto, se colui che prende a bordo chi vuole e quando vuole (vale a dire: “se l’angelo traghettatore”), mi ha più volte negato questo passaggio”;

Versi 97 – 99

ché di giusto voler lo suo si face:

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace.

“infatti il suo volere nasce da un volere giusto (il volere dell’angelo, pur nel suo arbitrio, rispecchia infatti in ogni caso il volere divino). Tuttavia da tre mesi egli ha cominciato a prendere (a bordo) chiunque abbia voluto entrare, in tutta tranquillità”.

>>> I tre mesi a cui Casella sta facendo riferimento sono i tre mesi trascorsi dall’inizio del Giubileo del 1300. Dante dunque immagina che la prassi delle indulgenze collegata al Giubileo abbia effettivo valore modificando l’operato dell’angelo traghettatore.

Versi 100 – 102

Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto

dove l’acqua di Tevero s’insala,

benignamente fu’ da lui ricolto.

“Per cui io, che ero rivolto alla riva del mare (la marina), nel punto in cui l’acqua del fiume Tevere diventa salata (ossia: “nel luogo dove si trova la foce del Tevere”, infatti il punto di partenza delle anime destinate al Purgatorio è la foce del Tevere, sulla riva del Tirreno), fui raccolto da lui con benevolenza (nel vascello)”.

Versi 103 – 105

A quella foce ha elli or dritta l’ala,

però che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala”.

“È verso quella foce (la foce del Tevere), che egli ha diretto ora le sue ali, dal momento che è lì che si radunano tutti coloro che non scendono all’Acheronte (ossia “è lì che si radunano le anime di tutti coloro che non sono destinati alla dannazione nell’Inferno”)”.

Versi 106 – 108

E io: “Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a l’amoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,

E io dissi: “Se la legge che regola la tua nuova condizione (la condizione di anima purgante) non ti toglie il ricordo o la possibilità di eseguire quel canto pieno d’amore che era solito placare tutti i miei desideri,”

Versi 109 – 111

di ciò ti piaccia consolare alquanto

l’anima mia, che, con la sua persona

venendo qui, è affannata tanto!”.

ti piaccia con esso (di ciò: per mezzo di quel canto) consolare un poco la mia anima, che, arrivando fino a qui insieme al corpo, si è parecchio affaticata!”.

Versi 112 – 114

’Amor che ne la mente mi ragiona’

cominciò elli allor sì dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Amor che nella mente mi ragiona”, attaccò lui a quel punto, in maniera così dolce che la dolcezza risuona ancora dentro di me.

>>> Amor che nella mente mi ragiona è l’incipit della canzone dantesca che apre il terzo libro del Convivio. Questo testo è un elogio della Filosofia, che Dante presenta come la donna che nel suo cuore ha vinto persino l’amore per Beatrice. La presenza di questa lirica nel canto sembra da leggere in modo negativo (come risulta chiaro anche dall’esito della situazione, con la dispersione delle anime ad opera del severo Catone, descritta nei versi successivi). Dante sembra voler mettere in guardia l’uomo dall’indugiare su quelle passioni – come il canto di Casella o il suo amore per la filosofia – le quali, pur rappresentando nobili interessi, restano tuttavia incanti terreni, che l’uomo deve avere la forza di non anteporre a ciò che è divino.

Versi 115 – 117

Lo mio maestro e io e quella gente

ch’eran con lui parevan sì contenti,

come a nessun toccasse altro la mente.

Il mio maestro ed io, e quella folla di anime che accompagnavano Casella, sembravamo tutti così appagati, come se la mente di nessuno fosse toccata da altro pensiero (che non fosse il canto di Casella),

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Versi 118 – 120

Noi eravam tutti fissi e attenti

a le sue note; ed ecco il veglio onesto

gridando: “Che è ciò, spiriti lenti?

Noi eravamo tutti attenti e concentrati sulle sue note; quand’ecco (che giunse) il vecchio venerando (Catone Uticense, il guardiano della spiaggia che Dante e Virgilio hanno incontrato in Purgatorio I), gridando: “Che storia è questa? Anime lente!”.

Versi 1 21- 123

qual negligenza, quale stare è questo?

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

ch’esser non lascia a voi Dio manifesto”.

“Cos’è questa negligenza? Questo sostare? Correte al monte a togliervi di dosso l’impurità (lo scoglio = la scorza) che vi impedisce di vedere Dio!”.

Versi 124 – 126

Come quando, cogliendo biado o loglio,

li colombi adunati a la pastura,

queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,

Come quando, beccando la biada o il loglio, i colombi radunatisi per il pasto, calmi, senza mostrare l’abituale orgoglio,

Versi 127 – 129

se cosa appare ond’elli abbian paura,

subitamente lasciano star l’esca,

perch’assaliti son da maggior cura;

se appare una cosa della quale essi abbiano paura, immediatamente lasciano stare il cibo perché sono assaliti da una preoccupazione più grande,

Versi 130 – 132

così vid’io quella masnada fresca

lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,

com’om che va, né sa dove rïesca;

allo stesso modo io vidi quel gruppetto (masnada) arrivato da poco (fresca), lasciar perdere il canto e correre verso la costa, alla maniera di chi procede senza sapere dove vada.

Versi 133

né la nostra partita fu men tosta.

e anche la nostra dipartita non fu meno celere.