Archivio testo: Purgatorio Canto 3

Purgatorio, Canto III (3), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 3

Divina Commedia, Purgatorio III

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Avvegna che la subitana fuga

dispergesse color per la campagna,

rivolti al monte ove ragion ne fruga,

Sebbene la fuga improvvisa (subitana) avesse spinto costoro (color: costoro) a sparpagliarsi per la campagna, muovendosi nella direzione del monte dove la giustizia divina ci tormenta (ragion ne fruga),

>>> la fuga improvvisa a cui Dante si riferisce, è la fuga delle anime che Catone Uticense ha aspramente rimproverato per essersi fermate ad ascoltare il canto del musico Casella (alla fine del canto precedente).

Versi 4 – 6

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:

e come sare’ io sanza lui corso?

chi m’avria tratto su per la montagna?

io mi strinsi alla mia guida fidata (Virgilio: la fida compagna): e come avrei potuto io correre senza di lui? Chi mi avrebbe condotto su per la montagna?

Versi 7 – 9

El mi parea da sé stesso rimorso:

o dignitosa coscïenza e netta,

come t’è picciol fallo amaro morso!

Egli mi sembrava tormentato dalla sua stessa coscienza (da se stesso rimorso): o coscienza dignitosa e pulita, quale morso insopportabile è per te un piccolo errore! (l’errore per cui Virgilio si tormenta è quello di essersi intrattenuto con le altre anime ad ascoltare il canto di Casella).

Versi 10 – 12

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l’onestade ad ogn’atto dismaga,

la mente mia, che prima era ristretta,

Quando i suoi passi abbandonarono la fretta, che toglie dignità ad ogni atto dell’uomo, la mia mente, che prima era concentrata (ossia: era “tutta intenta a ripensare all’episodio del rimprovero di Catone e ai suoi effetti su Virgilio”),

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Versi 13 – 15

lo ’ntento rallargò, sì come vaga,

e diedi ’l viso mio incontr’al poggio

che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.

Lasciò spaziare (rallargò) la sua attenzione (lo n’tento), come incuriosita, ed io volsi lo sguardo verso l’altura (poggio) che più di qualsiasi altra si innalza verso il cielo (cioè il monte del Purgatorio).

Versi 16 – 18

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

rotto m’era dinanzi a la figura,

ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.

La luce solare, che risplendeva rossa alle mie spalle, era interrotta davanti alla mia persona, dal momento che i suoi raggi trovavano in me un ostacolo (con questa perifrasi Dante vuole dire che egli vede dinnanzi a sé l’ombra proiettata dal proprio corpo).

Versi 19 – 21

Io mi volsi dallato con paura

d’essere abbandonato, quand’io vidi

solo dinanzi a me la terra oscura;

Io mi voltai di fianco, con la paura di essere stato abbandonato, non appena mi resi conto che la terra era scura (ossia “quando mi accorsi che c’era l’ombra”) solo davanti alla mia persona (Dante si intimorisce per il fatto di non vedere l’ombra di Virgilio al fianco della propria);

Versi 22 – 24

e ’l mio conforto: “Perché pur diffidi?”,

a dir mi cominciò tutto rivolto;

“non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

E il mio conforto (cioè Virgilio) mi cominciò a dire, completamente rivolto verso di me: “Perché continui a diffidare? Non credi che io sia con te e che ti conduca?”.

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Versi 25 – 27

Vespero è già colà dov’è sepolto

lo corpo dentro al quale io facea ombra;

Napoli l’ ha, e da Brandizio è tolto.

“La sera è già calata nel luogo dove si trova sepolto il corpo dentro al quale io potevo proiettare l’ombra, ce l’ha Napoli (ossia: “le mie spoglie si trovano a Napoli, dove ora è notte”), e mi è stato tolto a Brindisi (letteralmente: “da Brindisi”)”.

>>> Virgilio infatti è morto a Brindisi, nel 19 a.C. a seguito di una malattia sopraggiunta durante un viaggio di ritorno dalla Grecia. Le sue spoglie erano poi state fatte trasportare e seppellire a Napoli da Augusto.

Versi 28 – 30

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,

non ti maravigliar più che d’i cieli

che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

“Per cui, se dinnanzi a me nulla imbrunisce per via dell’ombra, non ti stupire più quanto non ti stupisca il fatto che i cieli non si impediscono l’un l’altro il passaggio dei raggi” (ossia: “poiché sono un’anima, la mia trasparenza non ti deve stupire più della trasparenza dei cieli”).

Versi 31 – 33

A sofferir tormenti, caldi e geli

simili corpi la Virtù dispone

che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

“A predisporre simili corpi (ossia, “i cieli”) a sopportare le intemperie (tormenti), il caldo e il gelo, è la potenza divina (Virtù), la quale non vuole che a noi sia rivelato in che modo essa riesca a fare ciò”.

Versi 34 – 36

Matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.

“È pazzo chi spera che la nostra ragione (ossia, “la ragione di noi esseri umani”) possa percorrere fino in fondo (trascorrer) la via infinita seguita da Dio, che è uno e trino (letteralmente, “seguita da un’unica sostanza in tre persone”, con riferimento al mistero della Trinità).

Versi 37 – 39

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria;

“O esseri umani, accontentatevi di conoscere il dato di fatto (nel linguaggio filosofico della scolastica il quia è il dato, opposto al quid, che indica la spiegazione), poiché, se aveste potuto vedere tutto, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse (vale a dire, “non sarebbe stato necessario che Dio inviasse un Salvatore che portasse ai mortali la Rivelazione”);

Versi 40 – 42

e disïar vedeste sanza frutto

tai che sarebbe lor disio quetato,

ch’etternalmente è dato lor per lutto:

“Anche perché avete visto nutrire invano il medesimo desiderio (ossia, “avete visto desiderare di comprendere e spiegare tutto con la ragione”) uomini tali (vale a dire, “tanto acuti”) che di certo il loro desiderio sarebbe stato soddisfatto, quando invece si è trasformato in pena eterna (Virgilio si riferisce ai grandi pensatori dell’antichità precristiana, vissuti prima della venuta di Cristo e quindi costretti a contare solo sui mezzi della ragione, insufficienti a comprendere il divino, ed ora condannati al Limbo).

Versi 43 – 45

io dico d’Aristotile e di Plato

e di molt’altri”; e qui chinò la fronte,

e più non disse, e rimase turbato.

“Alludo ad Aristotele e Platone, e a parecchi altri”. E giunto a questo punto chinò la fronte e smise di parlare, restando turbato (nella mente di Virgilio irrompe il triste ricordo del Limbo e lo porta ad incupirsi: segno che il poeta latino, non a caso simbolo della ragione nella Commedia, si considera nel gruppo di questi uomini che hanno errato).

Versi 46 – 48

Noi divenimmo intanto a piè del monte;

quivi trovammo la roccia sì erta,

che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.

Nel frattempo noi giungemmo ai piedi del monte (la montagna del Purgatorio); qui trovammo pareti rocciose così ripide che anche gambe agili (pronte) sarebbero risultate del tutto inutili (indarno).

Versi 49 – 51

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,

la più rotta ruina è una scala,

verso di quella, agevole e aperta.

Al confronto di quelle pareti rocciose, il dirupo (ruina) più impervio e più scosceso tra quelli che si trovano tra le città di Lerici e di Turbia, è una scala agevole e comoda (Lerici e Turbia indicano i confini di un tratto di costa compreso tra la Liguria e la Francia, caratterizzato da pareti rocciose che calano a strapiombo sul mare).

Versi 52 – 54

“Or chi sa da qual man la costa cala”,

disse ’l maestro mio fermando ’l passo,

“sì che possa salir chi va sanz’ala?”.

“Chi sa da quale parte il declivio si addolcisce?” disse il mio maestro arrestando i suoi passi “cosicché riesca a salire anche chi è sprovvisto di ali…”.

Versi 55 – 57

E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso

essaminava del cammin la mente,

e io mirava suso intorno al sasso,

E mentre lui, tenendo lo sguardo rivolto verso il basso, interrogava la sua mente riguardo al cammino, ed io guardavo in alto, nella direzione della roccia,

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Versi 58 – 60

da man sinistra m’apparì una gente

d’anime, che movieno i piè ver’ noi,

e non pareva, sì venïan lente.

alla mia sinistra mi apparve un gruppo di anime (una gente d’anime) che muovevano il passo verso di noi, senza che ciò fosse palese (letteralmente, “pur non sembrando”), tanto lentamente esse avanzavano.

>>> La lentezza, che caratterizza tutti i movimenti delle anime purganti, risente dell’idea del Purgatorio come luogo di attesa, ed è segno del ritardo e della lentezza con cui queste anime, in vita, giunsero alla conversione.

Versi 61 – 63

“Leva”, diss’io, “maestro, li occhi tuoi:

ecco di qua chi ne darà consiglio,

se tu da te medesmo aver nol puoi”.

“Solleva i tuoi occhi, maestro!” dissi io: “Ecco da questa parte chi ci consiglierà, qualora tu non riesca a capire da solo” (letteralmente: “ecco chi ci darà consiglio se tu non riesci ad ottenerlo da te stesso”).

Versi 64 – 66

Guardò allora, e con libero piglio

rispuose: “Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;

e tu ferma la spene, dolce figlio”.

Allora (Virgilio) guardò, e con aspetto sollevato (con libero piglio) rispose: “Andiamo verso di loro, poiché loro avanzano lentamente; e tu rafforza la tua speranza, dolce figliolo”.

Versi 67 – 69

Ancora era quel popol di lontano,

i’ dico dopo i nostri mille passi,

quanto un buon gittator trarria con mano,

Dopo che avevamo compiuto mille passi, quel gruppo di anime (quel popol) era ancora lontano tanto quanto lancerebbe a mano libera un buon lanciatore.

Versi 70 – 72

quando si strinser tutti ai duri massi

de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti

com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.

A questo punto esse si strinsero tutte ai duri massi dell’alta parete, e rimasero ferme e accalcate, come chi, mentre cammina, si ferma ad osservare perché è colto da un dubbio.

Versi 73 – 75

“O ben finiti, o già spiriti eletti”,

Virgilio incominciò, “per quella pace

ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

Virgilio cominciò a dire: “O anime salvate (ben finiti: morti bene, in quanto accolti nel Purgatorio) o anime già elette (“già elette alla beatitudine”), in nome di quella pace che io credo che da parte di tutti voi si attenda (vale a dire “in nome di quella pace che voi tutte attendete”)”

Versi 76 – 78

ditene dove la montagna giace,

sì che possibil sia l’andare in suso;

ché perder tempo a chi più sa più spiace”.

“Diteci dove la montagna declina (giace) in modo che sia possibile salire, poiché a chi più sa, più dispiace perdere tempo” (ossia “all’uomo saggio, che conosce il valore del tempo, dispiace perdere tempo”).

Versi 79 – 81

Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e l’altre stanno

timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

Così come le pecore escono dal recinto prima una, poi due, poi tre, mentre le altre attendono paurose, col muso e lo sguardo rivolto a terra;

Versi 82 – 84

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,

addossandosi a lei, s’ella s’arresta,

semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;

E ciò che fa la prima fanno anche le altre, addossandosi ad essa se essa si ferma, semplici e calme e senza sapere perché facciano così;

Versi 85 – 87

sì vid’io muovere a venir la testa

di quella mandra fortunata allotta,

pudica in faccia e ne l’andare onesta.

(Così come…) allo stesso modo io vidi allora muoversi per venire verso di noi la testa di quella mandria fortunata (ossia “i primi di quella schiera di anime”), pudica nel volto e dignitosa nell’incedere.

Versi 88 – 90

Come color dinanzi vider rotta

la luce in terra dal mio destro canto,

sì che l’ombra era da me a la grotta,

Appena coloro che si trovavano davanti (ossia le anime alla testa del gruppo), videro a terra, sulla mia destra, la luce interrotta, così da formare un’ombra che si estendeva da me fino alla parete,

Versi 91 – 93

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,

e tutti li altri che venieno appresso,

non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.

si arrestarono e indietreggiarono un po’, e tutte le altre anime che seguivano, pur non sapendo il perché, fecero altrettanto.

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Versi 94 – 96

“Sanza vostra domanda io vi confesso

che questo è corpo uman che voi vedete;

per che ’l lume del sole in terra è fesso.

“Senza che me lo domandiate io vi confesso che questo che vedete è un corpo umano (ossia “è il corpo di un uomo vivo”), per questo la luce del sole si interrompe sul terreno”.

Versi 97 – 99

Non vi maravigliate, ma credete

che non sanza virtù che da ciel vegna

cerchi di soverchiar questa parete”.

“Non vi stupite, ma vogliate credere che egli cerca di superare questa parete non senza un potere che discende dal cielo” (ossia, “vogliate credere che è un potere che discende dal cielo a spingerlo a cercare di superare questa parete”).

Versi 100 – 102

Così ’l maestro; e quella gente degna

“Tornate”, disse, “intrate innanzi dunque”,

coi dossi de le man faccendo insegna.

Così disse il maestro; e quel gruppo virtuoso disse “Voltatevi e camminate davanti a noi”, facendo cenno col dorso della mano.

Versi 103 – 105

E un di loro incominciò: “Chiunque

tu se’, così andando, volgi ’l viso:

pon mente se di là mi vedesti unque”.

E uno di loro cominciò a dire: “Chiunque tu sia, senza smettere di camminare (così andando), vòltati: cerca di capire (poni mente) se mi hai mai visto di là (nel mondo terreno)”.

Versi 106 – 108

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Io mi voltai verso di lui e lo guardai fisso: era biondo e bello, e dall’aspetto nobile, ma un colpo di spada aveva tagliato uno dei suoi sopraccigli (ossia, “ma aveva una cicatrice sul sopracciglio”).

Versi 109 – 111

Quand’io mi fui umilmente disdetto

d’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;

e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.

Quando io ebbi cortesemente smentito di averlo mai visto, egli disse “Ora guarda” e mi mostrò una ferita sulla parte alta del petto.

Versi 112 – 114

Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

ond’io ti priego che, quando tu riedi,

Poi disse sorridendo “Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza; per cui io ti prego, quando tornerai (nel mondo terreno),”

Versi 115 – 117

vadi a mia bella figlia, genitrice

de l’onor di Cicilia e d’Aragona,

e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

“di recarti dalla mia bella figlia, madre dell’onore di Sicilia e di Aragona, e di raccontarle la verità, nel caso in cui si dica altro (cioè “ti prego di rivelarle che sono in Purgatorio, e non nell’Inferno, come si racconta”)”.

>>> Manfredi di Svevia è il figlio naturale di Federico II, e perciò il nipote dell’imperatrice Costanza, la madre di Federico II. Manfredi muore nel 1266, nella battaglia di Benevento, combattendo contro le truppe di Carlo d’Angiò. La sua opposizione alla Chiesa, perdurata fino alla morte sul campo di battaglia, gli valse la scomunica. Questa scomunica è all’origine dei sospetti di dannazione che Manfredi invita Dante a fugare riferendo della sua presenza nel Purgatorio. La bella figlia che Manfredi cita al v. 115 ha pure nome Costanza, è la sposa di Pietro d’Aragona e la madre di due figli, Giacomo, re d’Aragona e Federico, re di Sicilia – gli onori di Cicilia e d’Aragona, appunto, del v.116).

Versi 118 – 120

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona.

“Dopo che io ebbi il corpo ferito da due colpi mortali di spada, io mi raccomandai, in lacrime, a colui che perdona volentieri” (vale a dire “in punto di morte io mi pentii davanti a Dio, colui che perdona con benevolenza”).

Versi 121 – 123

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

“I miei peccati furono orribili, ma l’infinita bontà (divina) ha braccia così grandi, che accoglie chiunque si rivolga ad essa”.

>>> I “peccati orribili” di cui parla Manfredi sono diversi: al primo posto viene la durevole opposizione alla Chiesa, nei confronti della quale egli si comportò con forte spirito di ribellione, tenendo in spregio ogni ingiunzione ecclesiastica nei suoi confronti, compresa la scomunica. Inoltre a Manfredi venivano imputati orribili misfatti privati, tra i quali le uccisioni del padre infermo e del fratello Corrado, nonché una condotta epicurea e licenziosa. La mole dei peccati ascritti a Manfredi viene sfruttata da Dante per mettere in evidenza la grandezza della misericordia divina e la sua inclinazione al perdono.

Versi 124 – 126

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,

“Se il vescovo (‘l pastor) di Cosenza, che allora fu mandato a darmi la caccia da papa Clemente VI, avesse compreso (ben letto) questo aspetto del volto di Dio”,

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Versi 127 – 129

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.

“le ossa appartenenti al mio corpo sarebbero ancora sepolte in capo (co) al ponte presso Benevento, sotto la custodia del gravoso peso (il “peso” a cui Manfredi fa riferimento sono i sassi del tumulo eretto sul suo cadavere)”

Versi 130 – 132

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,

dov’e’ le trasmutò a lume spento.

“Ora (invece) le bagna la pioggia e le scuote il vento fuori dal regno (di Sicilia), quasi presso il fiume Garigliano (l’Verde), dove egli le fece riseppellire (trasmutò) senza luce (riferimento alla sepoltura degli eretici, senza croce e senza luce)

>>> Il “pastor di Cosenza” è Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza, inviato dal papa Clemente VI in appoggio a Carlo d’Angiò nella guerra contro Manfredi. La parola “caccia” rende bene l’idea dell’implacabile persecuzione che il vescovo attuò nei confronti di Manfredi e che perdurò anche dopo la morte, quando il suo cadavere, deposto da Carlo d’Angiò nei pressi del campo di battaglia e ricoperto di pietre secondo un’antica usanza militare, fu fatto disseppellire dal vescovo e portare oltre il Garigliano, il fiume che segnava il confine tra Regno di Sicilia e Stato Pontificio. Il trasferimento aveva lo scopo simbolico di gettare il corpo di Manfredi fuori da quel regno – il Regno di Sicilia – che Manfredi aveva ingiustamente tentato di togliere alla Chiesa.

Versi 133 – 135

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, l’etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.

“Conseguentemente alla loro scomunica non si perde l’amore eterno in maniera che esso non possa ritornare finché la speranza ha ancora un po’ di linfa” (ossia “una scomunica papale non è sufficiente a togliere ad un uomo l’amore di Dio in maniera definitiva, perciò l’amore può essere recuperato con un pentimento sincero, se questo avviene prima del sopraggiungere della morte”).

Versi 136 – 138

Vero è che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,

star li convien da questa ripa in fore,

“È tuttavia vero che a colui che muore fuori dalla Santa Chiesa (ossia “muore da scomunicato”), sebbene alla fine si penta, tocca di stare al di fuori di questa parete (la parete che cinge il Purgatorio)”

Versi 139 – 141

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,

in sua presunzïon, se tal decreto

più corto per buon prieghi non diventa.

“Trenta volte il tempo in cui egli è perdurato nella sua ribellione, a meno che, il tempo decretato non diventi più breve per via delle preghiere”.

>>> Con questa teoria Dante tenta una conciliazione tra i concetti di Misericordia divina e Scomunica papale: nella visione offerta da Dante la Chiesa non può impedire con la Scomunica l’azione della Misericordia divina, che salverà quindi comunque il pentito; tuttavia, in virtù della funzione vicaria riconosciuta da Cristo al Papa, la Scomunica ha l’effetto di ritardare tale salvezza. Questa invenzione precisa una questione teorica poco chiara ancorché piuttosto rilevante, e introduce una tematica che sarà centrale in tutto il Purgatorio, quella relativa alla “dottrina del suffragio”. La dottrina del suffragio è la possibilità per i vivi, di ottenere, attraverso le loro preghiere ed opere buone, una riduzione della pena per i loro morti.

Versi 142 – 144

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come m’ hai visto, e anco esto divieto;

“Guarda dunque se puoi farmi felice, rivelando alla mia buona Costanza come mi hai visto e descrivendole questo divieto (cioè “il divieto che mi impedisce di entrare subito tra i purganti);”

Verso 145

ché qui per quei di là molto s’avanza”.

“Poiché qui (in Purgatorio) grazie a quelli di là (ossia: “grazie alle preghiere e alle perorazioni di vivi meritevoli”), si può molto avanzare (ossia “si possono notevolmente accorciare i tempi di espiazione”).