Archivio testo: Purgatorio Canto 9

Purgatorio, Canto IX (9), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 9

Divina Commedia, Purgatorio IX

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

La concubina di Titone antico

già s’imbiancava al balco d’orïente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;

L’amante del vecchio Titone (che nel mito greco è Aurora, dea del mattino), dopo essersi liberata dall’abbraccio dell’amato, si tingeva ormai di bianco, affacciata al balcone d’oriente (metafora per dire: “l’aurora andava assumendo un colore chiaro in corrispondenza dell’orizzonte orientale”);

Versi 4 – 6

di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

e la sua fronte (metafora per dire: “la parte più alta del bagliore emanato dall’aurora”) era illuminata da gemme (da stelle) disposte nella figura dell’animale freddo che colpisce la gente con la coda (lo scorpione);

>>> La perifrasi che apre il canto indica che nell’emisfero boreale, quello abitato dagli uomini, è l’ora in cui l’aurora muta il suo colore rosso in bianco, prima di lasciare il posto alla luce del sole. Aurora è la dea del mattino: nel mito ella si invaghisce del mortale Titone, lo rapisce e lo fa rendere immortale da Giove per farne il suo amante. Dimentica tuttavia di chiederne anche l’eterna giovinezza, per cui Titone diventa nel tempo via via più vecchio e decrepito (perciò Dante lo definisce “antico”). Dante immagina l’apparire dell’aurora sull’orizzonte orientale come l’atto della dea, di liberarsi dall’abbraccio del suo amante e alzarsi dal letto per mostrarsi agli uomini dal balcone d’oriente. La seconda terzina specifica la stagione, dicendoci che siamo in primavera: è questo infatti il periodo in cui il gruppo di stelle (le gemme, nella metafora) che formano la costellazione dello scorpione (l’animale freddo che punge gli uomini con la coda) appare visibile nella parte alta del bagliore che l’aurora emana dall’orizzonte (nella metafora la fronte d’aurora). L’allusione all’aurora ha anche un altro significato: l’aurora è infatti un simbolo di rinascita spirituale, il primo di una serie di simboli dello stesso genere con i quali Dante introduce l’entrata nel Purgatorio, luogo appunto di espiazione e di rinascita.

Versi 7 – 9

e la notte, de’ passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov’eravamo,

e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;

E la notte, nel luogo dove noi eravamo (l’emisfero australe, dove si trova il Purgatorio), aveva già fatto due dei passi con i quali sale, e il terzo passo volgeva ormai al termine (già chinava in giuso l’ale: letteralmente, “ormai volgeva le ali verso il basso”);

>>> Questa seconda perifrasi indica l’orario nell’emisfero australe, quello dove si trova il Purgatorio e dunque dove sono ora Dante e Virgilio: i passi con cui la notte avanza corrispondono alle ore della notte, pertanto essi, dal tramonto all’alba sono in tutto 12, dei quali 6 in salita, fino alla mezzanotte e 6 in discesa, dalla mezzanotte all’alba. La perifrasi dantesca ci dice che due passi sono già compiuti e un terzo sta per terminare, ossia che sono passate quasi tre ore dal tramonto: sono perciò le 9 di sera, corrispondenti, a settentrione, alle 6 del mattino, ora dell’aurora.

Pubblicità

Versi 10 – 12

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,

vinto dal sonno, in su l’erba inchinai

là ’ve già tutti e cinque sedavamo.

quando io, che portavo con me l’eredità di Adamo (vale a dire: “che portavo con me il corpo”), vinto dal sonno, mi stesi sull’erba, là dove già sedevamo tutti e cinque (i cinque sono Dante, Virgilio, Sordello incontrato al canto VI, il giudice Nino Visconti e Corrado Malaspina incontrati al canto VIII).

Versi 13 – 15

Ne l’ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso a la mattina,

forse a memoria de’ suo’ primi guai,

Nell’ora in cui la rondinella comincia i suoi tristi lamenti (lai è un francesismo che vuol dire canto doloroso, melodia triste), sul far del mattino, forse ricordando le sue sventure di un tempo,

>>> Le sventure cui fa riferimento Dante sono quelle narrate nel mito di Progne e Filomela. In questo mito il giovane Tereo, marito di Progne, abusa di Filomela, sorella della moglie. Saputo il fatto Progne, per vendicarsi, dà segretamente in pasto al marito le carni del figlioletto. Quando scopre il delitto, Tereo tenta di uccidere le due sorelle, ma esse, fuggendo, vengono trasformate l’una in rondine (Filomela), e l’altra in usignolo (Progne). L’allusione a Filomela, tuttavia, non è solo un riferimento erudito, ma costituisce altresì un richiamo all’idea di rinascita, sulla quale Dante insiste per introdurre il suo ingresso nel Purgatorio.

Versi 16 – 18

e che la mente nostra, peregrina

più da la carne e men da’ pensier presa,

a le sue visïon quasi è divina,

e in cui la nostra mente, più distaccata dalla carne (peregnina più) e meno presa dai pensieri, è quasi premonitrice nelle sue visioni (la tradizione voleva infatti che i sogni veritieri fossero infatti quelli fatti nelle prime ore del mattino),

Versi 19 – 21

in sogno mi parea veder sospesa

un’aguglia nel ciel con penne d’oro,

con l’ali aperte e a calare intesa;

avevo l’impressione di vedere in sogno, sospesa nel cielo, un’aquila (aguglia) dalle piume d’oro, con le ali aperte, intenta a calare verso il basso;

>>> Il sogno che si apre, descrive l’arrivo di un’aquila che rapisce Dante e lo porta nella sfera del fuoco. Sebbene la presentazione del sogno richiami la tradizione dei sogni premonitori, in realtà questo sogno non preannuncia eventi futuri, bensì mostra per figura quello che sta avvenendo contemporaneamente al corpo di Dante: esso infatti, durante il sonno, viene preso da Santa Lucia e portato davanti alla porta del Purgatorio. L’intervento della santa permette a Dante di superare la parete che fino a questo punto del racconto ha impedito a lui e Virgilio l’accesso alle cornici dei purganti. L’aquila è dunque figura di Lucia, che a sua volta, come si evince dal fatto che viene in soccorso di Dante nei momenti difficili – è già accaduto nell’Inferno – è figura della Grazia Divina.

Pubblicità

Versi 22 – 24

ed esser mi parea là dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.

E mi sembrava di essere in quello stesso luogo dove Ganimede lasciò i suoi compagni, quando fu rapito per essere condotto al supremo concilio (degli dei).

>>> Secondo il mito Ganimende fu rapito mentre cacciava con i suoi compagni sul monte Ida, nella Troade, e fu portato in cielo per diventare il coppiere degli dei. Il “luogo in cui Ganimede lasciò i compagni” è dunque il monte Ida: il senso nascosto è tuttavia un altro e più profondo. Nel cristianesimo medievale la storia di Ganimede era letta come un’allegoria dell’ascensione dell’anima, chiamata da Dio a partecipare al banchetto celeste, quello della vita eterna. Il riferimento a Ganimende, dunque, come quello all’Aurora e a Filomela, è artificioso da parte di Dante, ed è funzionale a suggerire un terzo simbolo dell’idea di rinascita spirituale, che l’entrata al Purgatorio, qui narrata, vuole rappresentare.

Versi 25 – 27

Fra me pensava: ’Forse questa fiede

pur qui per uso, e forse d’altro loco

disdegna di portarne suso in piede’.

Pensavo fra me e me: “Forse quest’aquila scende a cacciare (fiede, da fedire: scendere a colpire) sempre in questo luogo per abitudine e forse disdegna di portare su la preda, tra gli artigli (in piede), da altri luoghi”.

[separattore2]
Versi 28 – 30

Poi mi parea che, poi rotata un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.

Poi mi pareva che, dopo aver girato un poco in cerchio, scendesse terribile come la folgore, e mi rapisse in alto, fino alla sfera del fuoco.

Versi 31 – 33

Ivi parea che ella e io ardesse;

e sì lo ’ncendio imaginato cosse,

che convenne che ’l sonno si rompesse.

Qui avevo l’impressione che io e lei bruciassimo; e l’incendio sognato mi scottò così fortemente, che inevitabilmente il sonno si interruppe.

Versi 34 – 36

Non altrimenti Achille si riscosse,

li occhi svegliati rivolgendo in giro

e non sappiendo là dove si fosse,

In modo non diverso Achille si destò all’improvviso, rivolgendo in giro gli occhi risvegliati, e senza sapere dove fosse,

Versi 37 – 39

quando la madre da Chirón a Schiro

trafuggò lui dormendo in le sue braccia,

là onde poi li Greci il dipartiro;

quando la madre lo portò via, addormentato tra le sue braccia, da Chirone, verso l’isola di Sciro, da dove poi i Greci lo portarono via,

>>> Dante si sta riferendo ad un episodio narrato nell’Achilleide di Stazio: Teti, madre di Achille, per impedire al figlio di partecipare alla guerra di Troia, dove sa che egli troverà la morte, lo sottrae di nascosto a Chirone, il centauro che lo istruisce in Tessaglia, e lo porta a Sciro; qui lo nasconde, vestito da fanciulla, tra le giovani figlie del re Licomede. Ulisse, tuttavia, scopre l’identità di Achille e lo porta a Troia.

Versi 40 – 42

che mi scoss’io, sì come da la faccia

mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,

come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

da come mi riscossi io (Non diversamente si riscosse Achille… da come mi riscossi io), non appena il sonno mi fuggì dalla faccia, e diventai pallido, come fa chi, spaventato, si sente gelare.

Versi 43 – 45

Dallato m’era solo il mio conforto,

e ’l sole er’alto già più che due ore,

e ’l viso m’era a la marina torto.

Al mio fianco era rimasto solo il mio conforto (cioè Virgilio: quindi non ci sono più né Sordello, né Nino, né Corrado), e il sole era alto ormai più di due ore, e il mio viso era rivolto verso il mare.

Versi 46 – 48

“Non aver tema”, disse il mio segnore;

“fatti sicur, ché noi semo a buon punto;

non stringer, ma rallarga ogne vigore.

“Non aver timore” disse il mio signore; “tranquillizzati, poiché siamo a un buon punto; non ridurre, ma espandi ogni tua forza”.

Versi 49 – 51

Tu se’ omai al purgatorio giunto:

vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;

vedi l’entrata là ’ve par digiunto.

“Tu sei ormai arrivato al Purgatorio: vedi là la parete rocciosa (lo balzo) che lo cinge tutto attorno, vedi l’entrata, là dove essa (la parete) sembra spaccata”.

Pubblicità

Versi 52 – 54

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,

quando l’anima tua dentro dormia,

sovra li fiori ond’è là giù addorno

“Poco fa, durante l’alba che precede il giorno, mentre il tuo spirito dormiva dentro il tuo corpo, sopra i fiori dei quale è adorno laggiù (nella valletta)”,

Versi 55 – 57

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

sì l’agevolerò per la sua via”.

“venne una donna, e disse – Io sono Lucia, lasciatemi prendere costui che dorme; così l’aiuterò nel suo cammino – ”.

Versi 58 – 60

Sordel rimase e l’altre genti forme;

ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,

sen venne suso; e io per le sue orme.

“Sordello e le altre anime nobili rimasero là; ed ella (S. Lucia) ti sollevò, e quando il giorno fu chiaro, si mosse verso l’alto; e lo stesso feci anch’io, seguendo le sue orme”.

Versi 61 – 63

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro

li occhi suoi belli quella intrata aperta;

poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro”.

“Ti poggiò qui, ma prima i suoi begli occhi mi mostrarono quell’entrata aperta; poi ella e il tuo sonno se ne andarono insieme (ad una: contemporaneamente)”.

Versi 64 – 66

A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta

e che muta in conforto sua paura,

poi che la verità li è discoperta,

Come un uomo che, dapprima dubbioso, d’un tratto riprende sicurezza, e muta la sua paura in fiducia, dopo che gli è stata rivelata la verità,

Versi 67 – 69

mi cambia’ io; e come sanza cura

vide me ’l duca mio, su per lo balzo

si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

allo stesso modo mi trasformai io; e quando la mia guida mi vide senza preoccupazioni, si incamminò su per la roccia, e io (mi incamminai) dietro a lui verso l’altura.

Versi 70 – 72

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo

la mia matera, e però con più arte

non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Lettore, tu vedi bene come io innalzo la mia materia (ossia “tu sei consapevole del fatto che il Purgatorio propriamente detto costituisce un argomento più elevato dell’Antipurgatorio”), e perciò non ti meravigliare se io tratto i nuovi argomenti con uno stile più alto.

Versi 73 – 75

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

che là dove pareami prima rotto,

pur come un fesso che muro diparte,

Ci avvicinammo, e arrivammo in un luogo in cui, là dove prima mi sembrava spaccato, esattamente come se una fenditura dividesse il muro,

Versi 76 – 78

vidi una porta, e tre gradi di sotto

per gire ad essa, di color diversi,

e un portier ch’ancor non facea motto.

vidi una porta, e sotto di essa (vidi) tre gradini per raggiungerla, di colori diversi, e un guardiano che per il momento non diceva una parola.

Versi 79 – 81

E come l’occhio più e più v’apersi,

vidil seder sovra ’l grado sovrano,

tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

E man mano che aprii meglio gli occhi per guardarlo, vidi che (l’angelo guardiano) sedeva sul gradino più alto (sovrano), (ed era) talmente luminoso (tal) nel volto che non sopportai la sua vista;

Pubblicità

Versi 82 – 84

e una spada nuda avëa in mano,

che reflettëa i raggi sì ver’ noi,

ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

e aveva in mano una spada sguainata, che rifletteva così intensamente verso di noi i raggi (i raggi emanati dal volto dell’angelo guardiano), che io continuavo a rivolgergli lo sguardo senza successo.

>>> La figura che Dante scorge è l’angelo guardiano del Purgatorio, ministro del sacramento della confessione. La spada è la spada biblica che rappresenta la parola di Dio, la quale entra nei cuori discernendo pensieri e intenzioni. I tre gradini sono le tre parti del sacramento della confessione codificate nella teologia scolastica dell’epoca: la contrizione del cuore, la confessione della bocca e l’espiazione resa con le opere buone.

Versi 85 – 87

“Dite costinci: che volete voi?”,

cominciò elli a dire, “ov’è la scorta?

Guardate che ’l venir sù non vi nòi”.

“Dite da lì dove vi trovate: che volete?”, cominciò a dire, “dov’è la scorta? (vale a dire: “chi vi ha condotti qui?”). State attenti che l’essere venuti fin quassù non vi debba rincrescere”.

Versi 88 – 90

“Donna del ciel, di queste cose accorta”,

rispuose ’l mio maestro a lui, “pur dianzi

ne disse: “Andate là: quivi è la porta”.

“Una donna del cielo, esperta di queste cose” gli ripose il mio maestro, “un momento fa ci disse: Andate là: là c’è la porta”.

Versi 91 – 93

“Ed ella i passi vostri in bene avanzi”,

ricominciò il cortese portinaio:

“Venite dunque a’ nostri gradi innanzi”.

“Ed ella, dunque, vi aiuti ad avanzare felicemente”, ricominciò il cortese custode: “Venite pure avanti verso i nostri gradini”.

Versi 94 – 96

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

Arrivammo fin là; e il primo scalino era di marmo bianco, così levigato e nitido, che io mi specchiai in esso così come appaio.

Versi 97 – 99

Era il secondo tinto più che perso,

d’una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.

Il secondo era scuro più del color perso (il color “perso” è un marrone scuro, quasi nero), ed era fatto di una pietra ruvida e riarsa, attraversata da crepe per lungo e per largo.

Versi 100 – 102

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante

come sangue che fuor di vena spiccia.

Il terzo, poggiato come un blocco compatto, mi pareva porfido, fiammeggiante come il sangue che sgorga (spiccia) fuori dalle vene.

Versi 103 – 105

Sovra questo tenëa ambo le piante

l’angel di Dio sedendo in su la soglia

che mi sembiava pietra di diamante.

L’angelo di Dio teneva entrambi i piedi sopra quest’ultimo (gradino), stando seduto sulla soglia, che mi sembrava pietra di diamante.

Versi 106 – 108

Per li tre gradi sù di buona voglia

mi trasse il duca mio, dicendo: “Chiedi

umilemente che ’l serrame scioglia”.

La mia guida mi condusse di buona voglia per i tre gradini, dicendo: “Chiedi umilmente che apra la serratura”.

Versi 109 – 111

Divoto mi gittai a’ santi piedi;

misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Pieno di devozione mi gettai ai santi piedi (dell’angelo); chiesi misericordia e che egli mi aprisse, ma prima mi battei per tre volte (la mano) sul petto (in segno di pentimento).

Versi 112 – 114

Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e “Fa che lavi,

quando se’ dentro, queste piaghe” disse.

Con la punta della spada mi tracciò sette P sulla fronte e disse: “Quando sarai dentro, vedi di lavar via queste ferite”.

>>> Le sette P indicano i peccati capitali (sette appunto) e Dante potrà cancellarle via via che attraverserà le sette balze riservate all’espiazione di questi peccati.

Versi 115 – 117

Cenere, o terra che secca si cavi,

d’un color fora col suo vestimento;

e di sotto da quel trasse due chiavi.

La cenere, o la terra scavata quando è secca, avrebbe fatto (fora) colore unico con la sua veste (ossia: “l’angelo aveva una veste di colore grigio scuro”); e da sotto a quella (veste) tirò fuori due chiavi.

Versi 118 – 120

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.

Una era d’oro e l’altra era d’argento; prima con la bianca e poi con la gialla agì sulla porta, così da soddisfare il mio desiderio (ossia: “così da aprire la porta per lasciarmi entrare”).

Pubblicità

Versi 121 – 123

“Quandunque l’una d’este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa”,

diss’elli a noi, “non s’apre questa calla.

“Ogni qualvolta una di queste chiavi fallisce, e non gira nel giusto modo nella serratura”, egli ci disse, “questa porta non si apre”.

Versi 124 – 126

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa

d’arte e d’ingegno avanti che diserri,

perch’ella è quella che ’l nodo digroppa.

“Una è più preziosa; ma la seconda ha bisogno di più scienza e doti naturali prima che riesca ad aprire, poiché è quella che scioglie (digroppa) il nodo”.

Versi 127 – 129

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri

anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri”.

“Le ho ricevute da S. Pietro; e mi disse di sbagliare piuttosto nell’aprire che nel tener chiusa la porta, purché la gente si prostri ai miei piedi”.

>>> Le due chiavi rappresentano, l’una – quella d’oro – l’autorità di assolvere i peccati, che discende direttamente da Dio, l’altra – quella d’argento – la sapienza del sacerdote nel giudicare i peccati e l’idoneità del penitente ad essere assolto. La prima chiave dunque è più preziosa, la seconda è più facile che sbagli. Entrambe sono egualmente indispensabili affinché la confessione abbia buon esito.

Versi 130 – 132

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,

dicendo: “Intrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi ’n dietro si guata”.

Poi spinse l’uscio della porta santa, dicendo: “Entrate; ma vi avverto (letteralmente: “vi rendo avvertiti”) che chi si guarda indietro torna fuori” (ossia: “perde la grazia ottenuta con la confessione chi ricade nel peccato”).

Versi 133 – 135

E quando fuor ne’ cardini distorti

li spigoli di quella regge sacra,

che di metallo son sonanti e forti,

E quando dentro i cardini furono ruotati i puntoni di quel portone sacro (regge è un arcaismo), che risuonano e pesano per via del metallo,

Versi 136 – 138

non rugghiò sì né si mostrò sì acra

Tarpëa, come tolto le fu il buono

Metello, per che poi rimase macra.

(la porta emise un rumore tanto forte che) non ruggì altrettanto fortemente, né si rivelò così stridente Tarpea, quando le fu tolto il buon Metello, per cui poi rimase magra (cioè “quando fu depredata”).

>>> Dante fa qui riferimento ad un episodio di storia antica narrato nella Farsalia di Lucano: Cesare, passato il Rubicone, entra a Roma e si dirige verso il tempio di Saturno, sulla rupe Tarpea, per impadronirsi del tesoro contenuto nel tempio. Al suo tentativo si oppone Metello, ma poi abbandona, persuaso dell’inutilità della sua opposizione. Cesare arriva così al tempio, ma, all’apertura delle porte, lo stridore e il rumore dei battenti è tale, da sembrare l’urlo della rupe Tarpea, consapevole di essere sul punto di essere depredata.

Versi 139 – 141

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

e ’ Te Deum laudamus’ mi parea

udire in voce mista al dolce suono.

Io mi voltai facendo attenzione al primo confuso suono (proveniente dall’interno del Purgatorio), e mi parve di udire “Te Deum laudamus” cantato da una voce mista a dolci suoni.

Versi 142 – 144

Tale imagine a punto mi rendea

ciò ch’io udiva, qual prender si suole

quando a cantar con organi si stea;

Ciò che io udivo mi dava la stessa identica impressione (imagine) che si suole avere quando si canta a più voci (organum, nei testi antichi, indica il canto polifonico),

Verso 145

ch’or sì or no s’intendon le parole.

e le parole si comprendono qualcuna distintamente, qualcuna no.

>>> Il Te Deum è l’inno di ringraziamento a Dio, che il coro canta ogni volta che un’anima viene ammessa all’espiazione. Il Gloria è invece il canto che le anime intonano quando un’anima, uscendo dal Purgatorio, sale al cielo.