Archivio testo: Purgatorio Canto 6

Purgatorio, Canto VI (6), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 6

Divina Commedia, Purgatorio VI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Quando si parte il gioco de la zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;

Quando finisce il gioco della zara (la zara è un gioco di dadi, praticato nelle strade e nelle piazze durante tutto il Medioevo), colui che ha perso si sofferma dolente, ripetendo i lanci (dei dadi), e impara tristemente (come avrebbe dovuto giocare);

Versi 4 – 6

con l’altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;

Tutti gli spettatori se ne vanno con l’altro (il vincitore); qualcuno gli cammina davanti, qualcuno lo afferra da dietro, qualcuno, da un lato, gli dice di ricordarsi di lui;

Versi 7 – 9

el non s’arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

e così da la calca si difende.

Egli non si ferma, e li ascolta tutti (e questo e quello); colui al quale porge la mano (dandogli un po’ della vincita), smette di fare pressione; e così egli (il vincitore) si difende dalla calca.

Versi 10 – 12

Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro, e qua e là, la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.

Tale e quale (ossia, “alla stessa maniera del vincitore in mezzo alla calca”), stavo io in mezzo a quella fitta folla di anime, rivolgendo il viso verso di loro, un po’ di qua e un po’ di là, e, facendo promesse, mi liberavo dalla calca (da essa).

Versi 13 – 15

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

In questa folla (quivi) si trovava l’Aretino che ricevette la morte dalle mani feroci di Ghino di Tacco, e quell’altro che annegò mentre correva nell’inseguimento.

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>>> “L’Aretin che da le braccia” è Benincasa da Laterina in Valdarno, giudice ucciso da Ghino di Tacco per avergli condannato un fratello e uno zio. “L’altro che annegò correndo” è Guccio dei Tarlati di Pietramala, capo ghibellino che morì annegato nell’Arno, secondo alcuni inseguendo alcuni guelfi fuoriusciti da Arezzo, secondo altri mentre era inseguito dopo la sconfitta di Campaldino.

Versi 16 – 18

Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

che fé parer lo buon Marzucco forte.

In questo gruppo (quivi) pregava, con le mani protese in avanti, Federico Novello e quello di Pisa che fece apparire forte il buon Marzucco.

>>> Federico Novello è un esponente dei ghibellini ucciso dai guelfi aretini per essersi recato in aiuto dei Tarlati di Pietramala. Quel da Pisa è Gano degli Scornigiani, che fu fatto uccidere dal conte Ugolino perché parteggiava per i Visconti, la fazione avversa al conte nelle lotte per l’egemonia su Pisa. Marzucco è il padre di Gano degli Scornigiani, fu uno degli uomini più potenti della Pisa di fine ‘200. Dopo la morte del figlio, sopportò con cristiana pazienza l’evento, rinunciando alla vendetta e anzi esortando le fazioni alla pace.

Versi 19 – 21

Vidi conte Orso e l’anima divisa

dal corpo suo per astio e per inveggia,

com’e’ dicea, non per colpa commisa;

Vidi il conte Orso e l’anima che era stata divisa dal suo corpo per odio e per invidia, come egli diceva, e non perché egli avesse commesso qualche colpa;

>>> Il conte Orso è Orso degli Alberti conti di Mangona, ucciso dal cugino Alberto.

Versi 22 – 24

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

mentr’è di qua, la donna di Brabante,

sì che però non sia di peggior greggia.

E aggiungo (che c’era anche) Pietro dalla Brocca: e a tal proposito, provveda, finché è sulla terra (di qua), la signora di Brabante, in modo da non finire, a causa di questa vicenda (però), in una schiera anche peggiore.

>>> Pietro della Brocca è Pierre de La Brosse, ciambellano del re Filippo III, fatto impiccare dal re a seguito di un’accusa di tradimento mossa nei suoi confronti da Maria di Brabante, seconda moglie del re. Dante, ritenendo falsa quell’accusa, invita Maria – la signora di Brabante – a pentirsi del suo gesto, evitandosi così di finire tra i dannati dell’Inferno, la “greggia anche peggiore” di quella in cui si trova Pierre (v. 24).

Versi 25 – 27

Come libero fui da tutte quante

quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,

sì che s’avacci lor divenir sante,

Quando fui libero da tutte quante quelle ombre, che pregarono soltanto che altri pregassero per loro, in modo da accelerare la loro salvezza,

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Versi 28 – 30

io cominciai: “El par che tu mi nieghi,

o luce mia, espresso in alcun testo

che decreto del cielo orazion pieghi;

cominciai a dire (rivolto a Virgilio): “Sembra che tu, o luce mia, neghi (“mi” è affettivo) espressamente, in un certo passo della tua opera, che la preghiera possa piegare (cioè “mutare”) un decreto del cielo (una decisione di Dio);

Versi 31 – 33

e questa gente prega pur di questo:

sarebbe dunque loro speme vana,

o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?”.

eppure queste anime supplicano continuamente di questo (ossia: “tutte le anime chiedono che i loro cari preghino per loro”): sarebbe dunque la loro speranza vana, o non mi è ben chiara la tua affermazione?”

>>> Con queste parole Dante si riferisce ad un passo dell’Eneide, in cui la Sibilla, di fronte a Palinuro che prega di essere traghettato nell’al di là pur non essendo stato sepolto, risponde: “Deponi la speranza di piegare con le preghiere il destino divino”.

Versi 34 – 36

Ed elli a me: “La mia scrittura è piana;

e la speranza di costor non falla,

se ben si guarda con la mente sana;

Ed egli mi rispose: “Ciò che ho scritto è facile da capire, e la loro speranza non è fallace, se si osserva bene e con mente non corrotta:

>>> L’espressione “mente corrotta” non è casuale, ma costituisce una velata accusa di “corruzione mentale” agli eretici catari e valdesi, che negavano l’efficacia della dottrina del suffragio.

Versi 37 – 39

ché cima di giudicio non s’avvalla

perché foco d’amor compia in un punto

ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;

“infatti la cima del giudizio divino non si abbassa (s’avvalla), per il fatto che il fuoco dell’amore (l’amore di chi prega) compia in un solo istante ciò che sono tenuti a soddisfare coloro che sono trattenuti qui;”

>>> La metafora dell’albero che non si piega ha questo significato: le preghiere di suffragio accelerano l’ingresso in Purgatorio di coloro che non vi entrano direttamente, fanno in sostanza quel lavoro che farebbe comunque il tempo, quindi le preghiere non cambiano la volontà divina, fanno solo sì che essa si realizzi prima.

Versi 40 – 42

e là dov’io fermai cotesto punto,

non s’ammendava, per pregar, difetto,

perché ’l priego da Dio era disgiunto.

“inoltre, quando (là dove) io formulai quel pensiero (in quel verso dell’Eneide), non era possibile fare ammenda di una colpa per mezzo della preghiera, perché la preghiera era disgiunta da Dio (cioè “perché all’epoca la preghiera non poteva raggiungere Dio”)”.

>>> Quello che Virgilio sta dicendo è che all’epoca in cui egli scrisse l’Eneide, non era possibile pregare in suffragio di qualcuno, perché prima della venuta di Cristo sulla terra, l’intera razza umana era in disgrazia presso Dio, non essendoci stata ancora redenzione (per questo la preghiera non avrebbe raggiunto Dio).

Versi 43 – 45

Veramente a così alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.

“Tuttavia (Veramente) di fronte a un dubbio così profondo non ti accontentare, a meno che non te lo dica (nol ti dice) colei che sarà luce tra la tua mente e il vero” (un modo per dire che, questa che è appena stata data da Virgilio, è una spiegazione della ragione, Beatrice, che è la fede, potrà dare una spiegazione più profonda).

Versi 46 – 48

Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

di questo monte, ridere e felice”.

“Non so se capisci: sto parlando di Beatrice; tu la vedrai qui in alto, sulla cima di questo monte, ridente e felice”.

Versi 49 – 51

E io: “Segnore, andiamo a maggior fretta,

ché già non m’affatico come dianzi,

e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta”.

Ed io dissi: “Signore, camminiamo con maggior fretta, ché ormai non mi affatico come prima, e come puoi vedere, il monte proietta ormai la sua ombra (vale a dire “come puoi vedere comincia a fare sera”)”.

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Versi 52 – 54

“Noi anderem con questo giorno innanzi”,

rispuose, “quanto più potremo omai;

ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.

Rispose: “Con la luce di questo giorno ormai andremo avanti quanto più potremo; ma le cose stanno diversamente da come tu credi”.

Versi 55 – 57

Prima che sie là sù, tornar vedrai

colui che già si cuopre de la costa,

sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.

“Prima che tu possa arrivare lassù, vedrai tornare nuovamente colui che ora viene coperto dalla costa del monte, cosicché tu ormai non sei più d’ostacolo ai suoi raggi” (vale a dire: “prima che tu possa arrivare in vetta al Purgatorio passerà un altro giorno, e il sole che a quest’ora sta tramontando dietro la montagna del Purgatorio, tant’è vero che tu non proietti più ombra, farà a tempo a ritornare, a risorgere di nuovo”).

Versi 58 – 60

Ma vedi là un’anima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

quella ne ’nsegnerà la via più tosta”.

“Ma vedi là un’anima che, completamente sola, guarda verso di noi: quella ci indicherà la via più veloce”.

Versi 61 – 63

Venimmo a lei: o anima lombarda,

come ti stavi altera e disdegnosa

e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Giungemmo presso di lei. O anima lombarda, come te ne stavi altera e sdegnosa, e com’eri lenta e piena di dignità nel muovere gli occhi!

Versi 64 – 66

Ella non ci dicëa alcuna cosa,

ma lasciavane gir, solo sguardando

a guisa di leon quando si posa.

L’anima (ella) non ci diceva nulla, ma lasciava che passassimo, semplicemente seguendoci con lo sguardo, alla maniera del leone quando sta a riposo.

Versi 67 – 69

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

e quella non rispuose al suo dimando,

Tuttavia Virgilio si avvicinò a lei, pregandola di mostrarci la via migliore per risalire il monte; e quella non rispose alla sua domanda,

Versi 70 – 72

ma di nostro paese e de la vita

ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava

“Mantüa …”, e l’ombra, tutta in sé romita,

ma ci interrogò sul nostro paese (di provenienza) e sulla nostra vita. E la mia dolce guida cominciò a dire: “Mantova…”, e quell’ombra tutta raccolta in se stessa (romita),

Versi 73 – 75

surse ver’ lui del loco ove pria stava,

dicendo: “O Mantoano, io son Sordello

de la tua terra!”; e l’un l’altro abbracciava.

si sollevò dal luogo dove si trovava e si mosse verso di lui, dicendo: “O Mantovano, io sono Sordello, della tua terra!”; e si abbracciarono l’un l’altro.

>>> Sordello da Goito (presso Mantova) è il maggiore tra i trovatori italiani. Oltre che poeta in lingua d’oc, Sordello fu consigliere di Carlo d’Angiò durante la guerra contro Manfredi, e suo feudatario dopo la vittoria e la spartizione delle terre normanne e sveve. Dante ne fa un simbolo di dirittura politico-morale, perché conosce una sua poesia, un compianto funebre scritto in memoria del signore provenzale Blacatz, in cui Sordello rimprovera con fierezza i signori d’Europa per le loro mancanze.

Versi 76 – 78

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!

Ahi schiava Italia, albergo di dolore, nave senza timoniere in una gran tempesta, non più signora delle nazioni, ma meretrice!

>>> Comincia qui un’invettiva che occuperà il canto fino alla sua conclusione. Da questo momento la narrazione si interrompe e Dante dà libero sfogo al proprio dolore per l’ingiustizia del vivere civile e lo scadimento delle istituzioni. L’invettiva si apre con un’apostrofe all’Italia, definita schiava – perché in balìa di tiranni e usurpatori – e albergo di dolore – perché i suoi abitanti sono condannati a vivere in tanto strazio. L’immagine della nave senza timoniere, riferita allo stato, è un topos della letteratura civile. L’allusione allo scadimento del ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale si fonda sull’implicito confronto con i tempi dell’impero romano.

Versi 79 – 81

Quell’anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

Quell’anima gentile (l’anima di Sordello), fu così pronta a far festa in quel luogo (: nel Purgatorio) al suo concittadino (Virgilio), per il solo fatto di aver sentito menzionare il nome della sua dolce terra!

Versi 82 – 84

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

di quei ch’un muro e una fossa serra.

E invece ora in te (rivolto all’Italia) i tuoi abitanti non sanno stare senza farsi guerra, e coloro che si trovano all’interno di un unico muro e di un unico fossato (vale a dire “ persino gli abitanti di una stessa città”) si dilaniano gli uni con gli altri.

Versi 85 – 87

Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s’alcuna parte in te di pace gode.

Osserva, oh infelice, tutt’intorno alle tue coste, le tue spiagge, e poi guarda nell’entroterra, e vedi se c’è una sola tua regione che goda della pace.

Versi 88 – 90

Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vòta?

Sanz’esso fora la vergogna meno.

A cosa è servito che Giustiniano ti abbia raccomodato la briglia, se la sella è vuota? Senza di essa (la briglia) la vergogna sarebbe minore.

>>> La metafora, tratta dal mondo dell’equitazione, fa riferimento alla riforma del diritto civile introdotta da Giustiniano. Il senso è chiaro: a cosa è servita quella riforma, a cosa sono servite quelle leggi, se non c’è nessuno che le faccia rispettare? Se quelle leggi non esistessero lo stato delle cose sarebbe meno vergognoso, così invece è ancor più riprovevole.

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Versi 91 – 93

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

Ah popolo, che dovresti essere devoto (il popolo a cui Dante si riferisce è quello degli ecclesiastici), e lasciare che sia Cesare a sedere sulla sella (vale a dire “che dovresti lasciare all’Imperatore il governo dell’Italia”), se ben comprendessi ciò che Dio stesso ti indica di fare,

>>> La nuova apostrofe è ai rappresentanti della Chiesa, i quali dovrebbero occuparsi delle questioni spirituali (dovresti esser devota) senza intromettersi in questioni che riguardano il potere temporale, appannaggio esclusivo dell’impero e dell’imperatore (lasciar sedere Cesare sulla sella).

Versi 94 – 96

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

poi che ponesti mano a la predella.

Guarda come si è inselvatichito quest’animale (l’Italia) a forza di non essere indirizzato dagli speroni, da quando tu (rivolto alla Chiesa) hai messo mano alla briglia.

Versi 97 – 99

O Alberto tedesco ch’abbandoni

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

O tu, Alberto di Germania, che abbandoni costei (l’Italia), che si è fatta indomita e selvatica, quando invece dovresti inforcare il suo arcione,

>>> La terza apostrofe è all’imperatore, Alberto I d’Austria. A costui Dante rimprovera il fatto che all’Italia mancano gli sproni del suo naturale cavaliere – che è appunto l’imperatore Alberto – e perciò, la misera condizione della penisola, è la conseguenza diretta dell’abbandono da parte di lui, ed egli ne ha perciò tutta la colpa.

Versi 100 – 102

giusto giudicio da le stelle caggia

sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!

Possa una giusta punizione cadere dal cielo sulla tua stirpe, e possa questa (punizione) essere straordinaria e manifesta a tutti, in modo che chi verrà dopo di te ne abbia timore!

>>> Dante scrive questi versi dopo le morti sia di Alberto, ucciso nel 1308, sia del figlio primogenito, Rodolfo, stroncato a 26 anni da una fulminea malattia. La finzione letteraria colloca tuttavia il viaggio di Dante al 1300, per cui l’autore può trasformare le sue conoscenze sul destino dei due imperatori in una profetica maledizione.

Versi 103 – 105

Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.

Perché tu e tuo padre (il padre di Alberto I è Rodolfo d’Asburgo) avete tollerato, presi dalla cupidigia delle cose di Germania, che il giardino dell’Impero (l’Italia) restasse abbandonato.

Versi 106 – 108

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

Vieni a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, o uomo incurante dei tuoi doveri (sanza cura), gli uni già sconfitti, e gli altri timorosi di esserlo presto.

>>> Il significato di questi versi è che il non-controllo da parte dell’impero ha esposto le maggiori famiglie italiane a una situazione di incessante conflitto, in cui esse si sono logorate fino a ridursi sul lastrico. Questo destino è già toccato ai Montecchi e Cappelletti di Verona e Cremona, e presto toccherà ai Monaldi e ai Filippeschi di Orvieto.

Versi 109 – 111

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni, uomo crudele (riferito ancora all’imperatore Alberto), vieni e guarda l’oppressione in cui vivono i tuoi nobili e preoccupati dei loro guai; vedrai Santafiora com’è oscurata!

>>> Con questi versi Dante vuole dire che l’abbandono da parte dell’imperatore ha comportato la rovina per i suoi vassalli sul suolo italiano. Come esempio di questo fenomeno il poeta porta il caso di un feudo degli Aldobrandeschi, la contea di Santafiora, un tempo fiorentissima, poi logorata dalle continue guerre contro i senesi.

Versi 112 – 114

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

“Cesare mio, perché non m’accompagne?”.

Vieni a vedere la tua Roma, vedova e sola, che piange e invoca il tuo nome di giorno e di notte: “Mio Cesare, perché non stai con me?”

Versi 115 – 117

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.

Vieni a vedere come la gente si ama! E se non ti smuove compassione alcuna nei nostri confronti, vieni a vergognarti della tua nomea (vale a dire “vieni a vergognarti della cattiva reputazione di cui godi in queste terre”).

Versi 118 – 120

E se licito m’è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

E se mi è lecito, o sommo Giove (“Giove” sta per “Dio”), che sulla terra fosti crocifisso per noi, sono forse i tuoi occhi giusti rivolti altrove?

>>> La nuova apostrofe è rivolta a Dio, interrogato da Dante su quale sia la ragione per cui consenta un simile stato delle cose.

Versi 121 – 123

O è preparazion che ne l’abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto de l’accorger nostro scisso?

O si tratta di una “premessa”, che tu disponi nell’abisso del tuo pensiero, per un qualche bene del tutto separato dalla nostra capacità di comprendere? (vale a dire “per un bene futuro che al momento è del tutto incomprensibile per noi mortali”)

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Versi 124 – 126

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

Perché le città italiane sono tutte piene di tiranni, e ogni zotico che arriva dalla campagna per sostenere una fazione diventa un Marcello!

>>> Il Marcello a cui si riferisce Dante è Claudio Marcello, indomito repubblicano avversario di Cesare; il senso è perciò: “qualsiasi signorotto di campagna, lasciato libero di agire dall’inerzia dell’imperatore, crede di poter strappare porzioni di territorio al governo imperiale”.

Versi 127 – 129

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercé del popol tuo che si argomenta.

Firenze mia, ben puoi essere contenta di questa digressione che non ti riguarda. Merito del tuo popolo che si dà da fare (per questo).

>>> L’ultima apostrofe dell’invettiva si rivolge a Firenze, il tono si allenta e la scrittura si vena di amarezza.

Versi 130 – 132

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l’arco;

ma il popol tuo l’ ha in sommo de la bocca.

Molti uomini che in cuor loro sanno cosa è giusto fare, tuttavia esprimono il loro pensiero in ritardo, affinché quel pensiero non venga divulgato senza prima un’opportuna riflessione, mentre i tuoi cittadini non fanno altro che dire cosa sarebbe giusto fare (letteralmente: “molti dentro di sé hanno l’idea corretta, ma “scoccano” il loro pensiero in ritardo, affinché esso non giunga all’”arco” senza riflessione, mentre i tuoi cittadini hanno sempre il loro pensiero sulla bocca”).

Versi 133 – 135

Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida: “I’ mi sobbarco!”.

Molti uomini rifiutano i ruoli di governo, mentre ciascun tuo cittadino risponde con prontezza, senza che nessuno abbia richiesto il suo contributo (al governo della città) e grida: “Mi sacrifico io!”.

Versi 136 – 138

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace e tu con senno!

S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.

Ora rallegrati, dal momento che ne hai ben ragione: tu che sei ricca, pacificata e saggia! Se io dico la verità i fatti non lo nascondono.

Versi 139 – 141

Atene e Lacedemona, che fenno

l’antiche leggi e furon sì civili,

fecero al viver bene un picciol cenno

Atene e Sparta (Lacedemona), che fecero le leggi dell’antichità e furono tanto civili, furono solo una minima manifestazione (picciol cenno) del retto vivere,

Versi 142 – 144

verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch’a mezzo novembre

non giugne quel che tu d’ottobre fili.

rispetto a te, che emani provvedimenti estremamente sottili, e che in ottobre ordisci (fili è una metafora dal mondo della tessitura) cose che non arrivano alla metà di novembre.

Versi 145 – 147

Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato, e rinovate membre!

Quante volte, nel tempo che riesci a ricordare, hai cambiato legge, moneta, cariche (officio) e forma di governo (costume) e hai rinnovato i tuoi cittadini (l’allusione è ai continui esili e ritorni)?

Versi 148 – 150

E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

E se ti ricordi bene e discerni il vero (vedi lume), ti vedrai somigliante a quella donna malata che non riesce a trovare pace neppure su un letto di piume,

Verso 151

ma con dar volta suo dolore scherma.

e che, girandosi e rigirandosi, cerca di allontanare da sé il dolore.