Archivio testo: Purgatorio Canto 11

Purgatorio, Canto XI (11), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 11

Divina Commedia, Purgatorio XI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO
Antefatto

Nel canto precedente Dante e Virgilio si sono lasciati alle spalle la porta del Purgatorio ed hanno imboccato un sentiero tortuoso scavato nella roccia. Attraverso questo sentiero i due poeti sono giunti sulla prima cornice del Purgatorio. Arrivando sulla cornice Dante ha potuto ammirare, scolpiti sullo zoccolo della parete rocciosa del monte, alcuni bassorilievi recanti esempi famosi di umiltà (la virtù contraria al vizio della superbia). Di questi bassorilievi Dante ha descritto tre scene in particolare: Maria ritratta nell’atto di accogliere umilmente l’Annunciazione dalla bocca dell’Arcangelo Gabriele, il re David danzante durante la traslazione dell’arca santa dell’Antico Testamento, l’imperatore Traiano raffigurato nell’atto di ascoltare con umiltà le richieste di una vedova sua suddita. A questo punto Virgilio ha indicato a Dante un gruppo anime della prima cornice: Dante ha visto così i superbi, costretti ad espiare il proprio peccato camminando curvi, trasportando sulle spalle il peso di enormi macigni. Con la visione dei superbi sotto i macigni si è concluso il canto 10; inizia quindi il canto 11.

PARAFRASI
Versi 1 – 24: la preghiera dei superbi

Il canto 11 del Purgatorio si apre con 24 versi nei quali viene riportata, in forma di discorso diretto, la preghiera che Dante sente recitare dalle anime dei superbi mentre camminano sotto il peso dei macigni. La preghiera dei superbi costituisce una sorta di parafrasi del “Padre nostro”, che Dante adatta alla condizione dei peccatori della prima cornice. Attraverso le parole della preghiera, infatti, i superbi umiliano sé stessi, dichiarando la loro “pochezza” rispetto a Dio e ad altri elementi del creato, la loro incapacità di ottenere alcunché senza l’aiuto divino, e supplicando perdono ed indulgenza.

Versi 1 – 3

“O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

[vv. 1 – 3] “O Padre nostro, che sei nei cieli, non perché tu sia confinato lì (circunscritto), ma in virtù del maggior amore che tu hai per le tue prime creazioni (i primi effetti), le quali si trovano lassù (le prime creazioni attribuite a Dio nella Genesi sono infatti proprio i cieli),

Versi 4 – 6

laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
da ogne creatura, com’è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.

[vv. 4 – 6] possano il tuo nome e il tuo valore essere lodati da ogni creatura, come pure è giusto rendere grazie al tuo Spirito (“lo Spirito Santo”, che Dio emana come “vapore” tra gli uomini).

Versi 7 – 9

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

[vv. 7 – 9] Possa la pace del tuo regno venire verso di noi, poiché noi, pur con tutto il nostro ingegno, non possiamo da soli giungere ad essa, se essa non si muove verso di noi.

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Versi 10 – 12

Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
così facciano li uomini de’ suoi.

[vv. 10 – 12] Come i tuoi angeli sacrificano a te le loro volontà, cantando Osanna, così facciano gli uomini con le proprie volontà.

Versi 13 – 15

Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi più di gir s’affanna.

[vv. 13 – 15] Dacci oggi il quotidiano cibo spirituale (manna va inteso, infatti, come “cibo spirituale”), senza il quale, in questo impervio deserto, procede all’indietro anche chi più si affatica nel tentativo di avanzare.

Versi 16 – 18

E come noi lo mal ch’avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.

[vv. 16 – 18] E come noi perdoniamo a ciascuno il male che abbiamo sopportato, così anche tu, perdonaci benevolo, e non guardare a ciò che meritiamo realmente.

Versi 19 – 21

Nostra virtù che di legger s’adona,
non spermentar con l’antico avversaro,
ma libera da lui che sì la sprona.

[vv. 19 – 21] Non mettere alla prova (non spermentar) con l’antico avversario (ossia: “per mezzo del diavolo”) la nostra virtù, che facilmente (di legger) viene sconfitta (s’adona), ma liberala da lui che la tenta così accanitamente.

Versi 22 – 24

Quest’ultima preghiera, segnor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro”.

[vv. 22 – 24] Quest’ultima preghiera, caro Signore, non la facciamo per noi, poiché non ne abbiamo più bisogno, ma per coloro che sono rimasti dietro di noi (ossia: “per coloro che, morendo, abbiamo lasciato vivi sulla terra”)”.

Versi 25 – 36: il commento di Dante alla preghiera dei superbi

Dopo la porzione di “discorso diretto” nella quale il lettore ha ascoltato la preghiera dei superbi dalla loro stessa voce, riprende il racconto per bocca di Dante. Il poeta descrive sommariamente la condizione dei superbi ed introduce alcune parole di commento alla loro preghiera. Il commento di Dante ha carattere morale: il poeta osserva, infatti, come sia giusto che, se i purganti pregano a vantaggio dei vivi nella maniera che egli ha riferito, anche i vivi facciano lo stesso a vantaggio delle anime purganti.

Versi 25 – 27

Così a sé e noi buona ramogna
quell’ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
simile a quel che talvolta si sogna,

[vv. 25 – 27] Invocando (orando) un così buon augurio (ramogna è un termine popolare) per sé e per noi, quelle ombre avanzavano sotto un peso (pondo è un latinismo) simile a quello che si sente talvolta in sogno (un peso fisico e morale, dunque, come avviene negli incubi),

Versi 28 – 30

disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.

[vv. 28 – 30] afflitte in misura diseguale (tra loro) e stanche, tutte in circolo, lungo la prima cornice, ripulendosi dalla caligine del mondo (ossia: “purificandosi dai loro peccati terreni”).

Versi 31 – 33

Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei c’ hanno al voler buona radice?

[vv. 31 – 33] Se nell’Aldilà le anime pregano sempre in nostro favore, qui sulla terra che cosa può essere detto o fatto in loro favore, da parte di quelli la cui volontà ha un buon fondamento (ossia: “da parte degli uomini giusti”)?

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Versi 34 – 36

Ben si de’ loro atar lavar le note
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
possano uscire a le stellate ruote.

[vv. 34 – 36] Si deve senz’altro aiutarle a lavar via i segni (del peccato) che portarono con sé da qui (dalla terra), in modo che, ripulite e leggere, esse possano levarsi verso i cieli stellati (ossia: “affinché purificatesi possano ascendere al Paradiso”).

Versi 37 – 72: Colloquio con Omberto Aldobrandeschi

Virgilio si rivolge al gruppo delle anime che trasportano i macigni per chiedere dove si trovi il passaggio meno ripido verso la seconda cornice. Risponde una voce da sotto un macigno. L’anima che parla invita i due poeti a seguire il gruppo nella direzione di destra, quindi dichiara di appartenere ad Omberto Aldobrandeschi e spiega brevemente la propria vicenda di vita: appartenente alla prestigiosissima casata degli Aldobrandeschi, signori di Maremma, Omberto riferisce di essersi comportato per tutta la vita con arroganza e presunzione, e di aver disprezzato gli esseri umani suoi simili; per queste ragioni, egli dice, ora è costretto a scontare le proprie colpe camminando a faccia bassa, schiacciato sotto il peso di un enorme pietra.

Versi 37 – 39

“Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sì che possiate muover l’ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,

[vv. 37 – 39] (A questo punto parla Virgilio, che si rivolge al gruppo delle anime che trasportano i massi) “Deh, augurandovi (“se” nell’italiano antico ha valore ottativo) che giustizia e pietà vi liberino presto dai vostri pesi (“disgrievi” significa “sgravare”), così che possiate battere le ali, e che esse vi possano sollevare in alto secondo il vostro desiderio,

Versi 40 – 42

mostrate da qual mano inver’ la scala
si va più corto; e se c’è più d’un varco,
quel ne ’nsegnate che men erto cala;

[vv. 40 – 42] vi chiediamo di mostrarci da quale direzione si arriva più brevemente verso la scala; e se c’è più di un passaggio, indicateci quello che scende in maniera meno ripida;

Versi 43 – 45

ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
al montar sù, contra sua voglia, è parco”.

[vv. 43 – 45] poiché costui (ossia: “Dante”), che cammina insieme a me, a causa del carico della carne di Adamo di cui è rivestito, malgrado la sua buona volontà, è avaro (ossia: “è avaro di passi”, cioè “è lento”) nel salire”.

Versi 46 – 48

Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu’ io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;

[vv. 46 – 48] Le parole che loro risposero a queste che aveva pronunciato colui che io seguivo (ossia: “alle parole dette da Virgilio”), non fu chiaro da chi provenissero;

Versi 49 – 51

ma fu detto: “A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.

[vv. 49 – 51] Ma venne detto: “Venite con noi verso destra, lungo la ripa, e troverete un passaggio che può esser risalito da una persona viva.

Versi 52 – 54

E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,

[vv. 52 – 54] E se io non fossi ostacolato dal masso che doma il mio collo superbo, per cui sono costretto a tenere gli occhi bassi,

Versi 55 – 57

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.

[vv. 55 – 57] io guarderei costui, che ancor vive e non ha detto il suo nome, per vedere se lo conosco e per indurlo ad avere pietà di questo mio fardello.

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Versi 58 – 60

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se ’l nome suo già mai fu vosco.

[vv. 58 – 60] Fui italiano (latino), e (fui) figlio di un insigne Toscano: Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se avete mai sentito il suo nome (letteralmente: “non so se il suo nome fu mai con voi”).

Versi 61 – 63

L’antico sangue e l’opere leggiadre
d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,

[vv. 61 – 63] Il sangue antico e le opere cavalleresche dei miei antenati mi resero così arrogante che, non pensando alla comune origine (ossia: “dimenticando che gli uomini sono tutti uguali”),

Versi 64 – 66

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante.

[vv. 64 – 66] ebbi in disprezzo ogni uomo a tal punto, che ne morii (vale a dire: “che fui ucciso per via dell’ostilità che mi attirai”), come sanno i Senesi e come sa ogni bambino di Campagnatico.

Versi 67 – 69

Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.

[vv. 67 – 69] Io sono Omberto: e la superbia non fece danno soltanto a me, poiché essa ha portato con sé alla rovina (al malanno) anche tutti i miei compagni di pena (consorti).

Versi 70 – 72

E qui convien ch’io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti”.

[vv. 70 – 72] E per causa sua (ossia: “e a causa della superbia”) sono costretto a portare (convien, nel linguaggio di Dante, indica necessità) questo peso qui tra i morti, dato che non lo feci tra i vivi, finché Dio non ne avrà soddisfazione”.

Versi 73 – 117: Prima parte del colloquio tra Dante e Oderisi da Gubbio

Dante, che si è chinato per ascoltare meglio il racconto di Omberto, viene riconosciuto da un’altra anima, che tenta di attirare la sua attenzione: il poeta riconosce così Oderisi da Gubbio, e lo saluta come il più grande tra i miniatori. Oderisi risponde umilmente che ben più della sua opera vale l’opera di un altro miniatore, Franco da Bologna, e, a margine di questa dichiarazione, denuncia la caducità della gloria umana. A riprova del carattere effimero della gloria umana, Oderisi cita gli esempi di altri due grandissimi artisti superati dai loro successori: Cimabue, superato dall’allievo Giotto, e Guido Guinizzelli, già surclassato da Guido Cavalcanti e destinato ad essere ulteriormente superato da un terzo poeta che dimostrerà un valore ancora superiore (Dante non fa il nome di questo terzo poeta, ma è probabile che si riferisca a sé stesso). Quindi Oderisi conclude la sua meditazione sulla vanità della gloria umana richiamando gli uomini all’umiltà e ricordando come anche la gloria più grande sia destinata ad essere cancellata dal tempo.

Versi 73 – 75

Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li ’mpaccia,

[vv. 73 – 75] Nell’ascoltare chinai il volto in basso; e uno di loro, non quello che parlava, si contorse sotto il peso che impedisce loro i movimenti,

Versi 76 – 78

e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.

[vv. 76 – 78] mi vide e mi riconobbe, e (allora) mi chiamò, tenendo con fatica gli occhi fissi su di me, che avanzavo tutto chino insieme a loro.

Versi 79 – 81

“Oh!”, diss’io lui, “non se’ tu Oderisi,
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?”.

[vv. 79 – 81] “Oh!” gli dissi, “tu non sei forse Oderisi, l’onore di Gubbio e l’onore di quell’arte che a Parigi si chiama “alluminare” (ossia: “dell’arte della miniatura dei codici”)?”

Versi 82 – 84

“Frate”, diss’elli, “più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

[vv. 82 – 84] “O fratello” disse lui, “brillano (ridono è una metafora) maggiormente le carte che Franco di Bologna colora col suo pennello; l’onore è ora tutto suo, e mio solo in parte.

Versi 85 – 87

Ben non sare’ io stato sì cortese
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese.

[vv. 85 – 87] Meglio avrei fatto a non essere così vanaglorioso in vita, per il gran desiderio di eccellere, verso il quale il mio cuore si rivolse interamente.

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Versi 88 – 90

Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

[vv. 88 – 90] Di tale superbia qui si paga il conto; e anzi non sarei qui, se non fosse che, pur potendo ancora peccare, mi rivolsi a Dio.

Versi 91 – 93

Oh vana gloria de l’umane posse!
com’ poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse!

[vv. 91 – 93] O vano vanto delle cose che l’uomo è capace di fare (posse è un latinismo, e qui vuol dire “poteri”, “facoltà”)! Quant’è poco il tempo durante il quale il verde (il “verde” è quello di un metaforico germoglio indicante “la gloria”) resta sul ramo, a meno che non seguano epoche rozze e barbare!

Versi 94 – 96

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.

[vv. 94 – 96] Cimabue credette di occupare la ribalta (tener lo campo) nella pittura, e ora è Giotto che detiene la celebrità (il grido), tanto che la fama di Cimabue è stata oscurata.

Versi 97 – 99

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

[vv. 97 – 99] Così un Guido ha tolto all’altro Guido la gloria della nuova poesia; e forse è già nato chi caccerà dal nido (cioè “chi spodesterà”) sia l’uno che l’altro.

Versi 100 – 102

Non è il mondan romore altro ch’un fiato
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.

[vv. 100 – 102] La fama terrena (il mondan romore) non è altro che un soffio di vento, che ora soffia da una parte e ora dall’altra, e cambia nome a seconda della direzione in cui soffia.

Versi 103 – 105

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il ’pappo’ e ’l ’dindi’,

[vv. 103 – 105] Se abbandonerai la tua carne mortale da vecchio (ossia: “se morirai in tarda età”), avrai forse più gloria che se fossi morto prima di imparare a parlare (letteralmente: “prima di lasciare il linguaggio dell’infanzia”, il “pappo” per dire “il cibo” e il “dindi” per dire “i soldi”),

Versi 106 – 108

pria che passin mill’anni? ch’è più corto
spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto.

[vv. 106 – 108] una volta che saranno passati mille anni? I quali mille anni sono, in confronto all’eternità, uno spazio di tempo più corto di quanto sia un battito di ciglia in confronto al movimento del cielo più lento di tutti (il cielo più lento del cosmo Dantesco è cielo ottavo, anche detto “cielo delle stelle fisse”).

Versi 109 – 111

Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,

[vv. 109 – 111] Del nome di colui che cammina così piano davanti a me, echeggiò tutta la Toscana; e ora a malapena se ne bisbiglia a Siena,

Versi 112 – 114

ond’era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta.

[vv. 112 – 114] la città della quale egli era il padrone quando fu schiacciata la protervia di Firenze, che allora era superba tanto quanto oggi è meretrice (putta).

Versi 115 – 117

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba”.

[vv. 115 – 117] La vostra fama (ossia: “la fama di voi esseri umani”) è come il colore dell’erba, che viene e poi se ne va, e a togliere colore all’erba è quello stesso (sole) grazie al quale essa spunta tenera dal terreno”.

Versi 118 – 142: Seconda parte del colloquio tra Dante e Oderisi da Gubbio

A corredo della sua riflessione sulla caducità della gloria umana, Oderisi indica a Dante l’esempio di un’altra anima che cammina poco distante. Oderisi rivela che si tratta di Provenzano Salvani, alla metà del Duecento potentissimo signore ghibellino di Siena, ed ora a malapena ricordato nella sua stessa città. Dante, che durante il viaggio nell’Antipurgatorio ha imparato che tutte le anime sono costrette ad attendere nella parte bassa del monte prima di poter iniziare l’espiazione vera e propria, si stupisce che Provenzano, che egli sa morto nel 1269, si trovi già sulla prima cornice. Oderisi spiega che a Provenzano l’attesa nell’Antipurgatorio è stata condonata per un gesto di umiltà e generosità compiuto in vita, quando, per ottenere la liberazione di un amico prigioniero di Carlo d’Angiò, egli si mise a mendicare sulla pubblica piazza di Siena. Infine Oderisi, predicendo a Dante l’esilio che lo attende, lo informa che presto egli comprenderà in prima persona quale grandezza d’animo sia necessaria ad un uomo per mendicare il pane.

Versi 118 – 120

E io a lui: “Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?”.

[vv. 118 – 120] E io gli risposi: “Le tue parole veritiere mi infondono nel cuore (m’incora) una buona umiltà, e tu riduci in me un grosso male (tumore); ma chi è quello di cui mi hai appena parlato?”.

Versi 121 – 123

“Quelli è”, rispuose, “Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani.

[vv. 121 – 123] “Quello” rispose, “è Provenzan Salvani; ed è qui perché ebbe la presunzione di avere tutta Siena nelle sue mani.

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Versi 124 – 126

Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là troppo oso”.

[vv. 124 – 126] Da quando è morto ha camminato in questa maniera, e continua a camminare senza riposo; questo è il debito che paga per dare giusta soddisfazione chi sulla terra (di là) osa troppo”.

Versi 127 – 129

E io: “Se quello spirito ch’attende,
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende,

[vv. 127 – 129] E io dissi: “Se uno spirito che per pentirsi aspetta l’ultimo momento della vita (l’orlo de la vita) resta giù (ossia: “è costretto a stare nell’Antipurgatorio”), e non arriva quassù

Versi 130 – 132

se buona orazïon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta lui largita?”.

[vv. 130 – 132] prima che passi tanto tempo quant’è durata la sua vita, a meno che non lo aiuti la preghiera delle anime buone, come mai a lui è già stato concesso l’arrivo (ossia: “come mai egli si trova già qui sulla cornice del Purgatorio”)?

Versi 133 – 135

“Quando vivea più glorïoso”, disse,
“liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;

[vv. 133 – 135] “Quando era al culmine della sua gloria” disse, “di sua libera scelta, messa da parte ogni vergogna, si piantò (s’affisse) in mezzo alla piazza del Campo di Siena,

Versi 136 – 138

e lì, per trar l’amico suo di pena,
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena.

[vv. 136 – 138] e lì, per liberare un amico dalla prigionia che scontava nelle carceri di Carlo, si spinse fino al punto da tremare in ogni vena.

Versi 139 – 141

Più non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
faranno sì che tu potrai chiosarlo.

[vv. 139 – 141] Non dirò di più, e so che parlo oscuramente; ma non passerà molto tempo, che i tuoi concittadini (sottinteso: “esiliandoti dalla tua patria”) faranno in modo che tu sarai in grado di interpretare ciò che ho detto.

Verso 142

Quest’opera li tolse quei confini”.

[v. 142] Questo gesto fece sì che egli fosse dispensato dall’attesa nell’Antipurgatorio.