Archivio testo: Purgatorio Canto 16

Purgatorio, Canto XVI (16), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 16

Divina Commedia, Purgatorio XVI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Buio d’inferno e di notte privata
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant’esser può di nuvol tenebrata,

[vv. 1 – 3] Il buio dell’inferno come anche il buio di una notte priva di ogni stella, coperta da un cielo desolato (ossia: “senza splendore”), e resa quanto più è possibile tenebrosa dalle nuvole,

Versi 4 – 6

non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,

[vv. 4 – 6] non produsse (mai) davanti ai miei occhi una cortina altrettanto fitta quanto quel fumo che ci circondò in quel luogo, né altrettanto pungente da sentire,

Versi 7 – 9

che l’occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s’accostò e l’omero m’offerse.

[vv. 7 – 9] al punto che gli occhi non riuscirono a rimanere aperti; per cui la mia guida saggia e fidata (ossia: “Virgilio”) mi si accostò e mi offrì la sua spalla.

Versi 10 – 12

Sì come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che ’l molesti, o forse ancida,

[vv. 10 – 12] Così come un cieco va dietro alla sua guida per non smarrirsi e per non urtare in qualcosa che possa fargli male o eventualmente ucciderlo,

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Versi 13 – 15

m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: “Guarda che da me tu non sia mozzo”.

[vv. 13 – 15] alla stessa maniera camminavo io in quell’aria acre da respirare e sporca, ascoltando la mia guida che intanto diceva: “Fa’ attenzione a non separarti da me”.

Versi 16 – 18

Io sentia voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l’Agnel di Dio che le peccata leva.

[vv. 16 – 18] Sentivo delle voci, e ciascuna sembrava pregare l’Agnello di Dio che toglie i peccati, al fine di ottenere pace e misericordia.

Versi 19 – 21

Pur ’Agnus Dei’ eran le loro essordia;
una parola in tutte era e un modo,
sì che parea tra esse ogne concordia.

[vv. 19 – 21] Tutte le voci esordivano dicendo “Agnello di Dio”; in tutte quante (quelle voci) erano uguali le parole ed uguale l’intonazione, tanto che tra loro c’era una concordia perfetta (ossia: “tanto quelle voci sembravano parlare perfettamente all’unisono”).

Versi 22 – 24

“Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?”,
diss’io. Ed elli a me: “Tu vero apprendi,
e d’iracundia van solvendo il nodo”.

[vv. 22 – 24] “Coloro che sento parlare, o maestro, sono anime?” dissi. Ed egli (ossia: “e Virgilio”) mi rispose: “Hai colto la verità, e stanno sciogliendo il vincolo (ossia: “e stanno scontando la punizione”) del peccato dell’ira”.

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Versi 25 – 27

“Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?”.

[vv. 25 – 27] “Chi sei mai tu, che fendi il nostro fumo (ossia: “che camminando fendi con il corpo il fumo che ci avvolge”), e parli di noi come se tu ancora calcolassi il tempo in mesi (ossia: “come se tu fossi ancora un uomo vivo”)?”

Versi 28 – 30

Così per una voce detto fue;
onde ’l maestro mio disse: “Rispondi,
e domanda se quinci si va sùe”.

[vv. 28 – 30] Così venne detto da una voce; per cui il mio maestro disse: “Rispondi, e domanda se da questo lato è possibile salire alla cornice superiore”.

Versi 31 – 33

E io: “O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi”.

[vv. 31 – 33] E io dissi: “O creatura, che ti purifichi per tornare bella a colui che ti creò (ossia: “O anima che espii i tuoi peccati per essere ammessa in Paradiso al cospetto di Dio”), ascolterai una storia che ti sorprenderà, se mi seguirai”.

Versi 34 – 36

“Io ti seguiterò quanto mi lece”,
rispuose; “e se veder fummo non lascia,
l’udir ci terrà giunti in quella vece”.

[vv. 34 – 36] “Ti seguirò fin dove mi è permesso” rispose; “e se il fumo non ci consente di vederci, ci terrà uniti l’udito, anziché la vista”.

Versi 37 – 39

Allora incominciai: “Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l’infernale ambascia.

[vv. 37 – 39] Allora cominciai a dire: “Con quella fascia che la morte scioglie (ossia: “ancora provvisto del mio corpo mortale”) procedo verso l’alto, e sono arrivato qui passando attraverso la sofferenza che si sconta nell’Inferno (l’infernale ambascia).

Versi 40 – 42

E se Dio m’ ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,

[vv. 40 – 42] Per cui, poiché Dio mi ha accolto nella sua grazia, tanto che vuole che io veda la sua corte (ossia: “tanto da concedermi di vedere il Paradiso”), in maniera del tutto inconsueta nel tempo moderno,

Versi 43 – 45

non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte”.

[vv. 43 – 45] non nascondermi chi sei stato prima di morire, ma dimmelo, e dimmi se vado nella direzione giusta per raggiungere il passaggio (“il passaggio verso la cornice successiva”); e le tue parole saranno le nostre guide”.

Versi 46 – 48

“Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l’arco.

[vv. 46 – 48] “Fui lombardo, e mi chiamai Marco; ebbi esperienza del mondo, e amai quel codice morale verso il quale tutti hanno smesso di tendere l’arco (ossia: “quel codice morale che nessuno ricerca più, a cui nessuno mira più”, si tratta del codice cavalleresco).

Versi 49 – 51

Per montar sù dirittamente vai”.
Così rispuose, e soggiunse: “I’ ti prego
che per me prieghi quando sù sarai”.

[vv. 49 – 51] Per salire prosegui diritto”. Così rispose, poi aggiunse: “Ti prego di pregare per me, quando sarai lassù (ossia: “quando avrai raggiunto il Paradiso”)”.

Versi 52 – 54

E io a lui: “Per fede mi ti lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

[vv. 52 – 54] Allora io gli dissi: “Mi impegno con un giuramento solenne (per fede) a fare ciò che mi chiedi; ma io sento che potrei scoppiare a causa di un dubbio (che mi attanaglia), a meno che io non me ne liberi (spiego).

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Versi 55 – 57

Prima era scempio, e ora è fatto doppio
ne la sentenza tua, che mi fa certo
qui, e altrove quello ov’io l’accoppio.

[vv. 55 – 57] Esso (ossia: “il mio dubbio”) prima era semplice (ossia: “nasceva dall’aver parlato con una persona sola”), ed ora è divenuto doppio per via della tua affermazione (ne la tua sentenza), che mi conferma
il pensiero a cui io lo collego (ossia: “il pensiero che mi ha fatto venire in mente”) ora, come nell’altra occasione (in altre parole Dante vuole dire: “quello che tu hai detto mi conferma qualcosa che avevo già pensato in un’altra occasione – parlando con Guido del Duca – e ciò acuisce in me un dubbio”).

Versi 58 – 60

Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;

[vv. 58 – 60] Il mondo è effettivamente del tutto spoglio di ogni virtù, proprio come tu dici, e ricolmo e ricoperto di malvagità;

Versi 61 – 63

ma priego che m’addite la cagione,
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone”.

[vv. 61 – 63] ma ti prego di indicarmi la causa di ciò, in modo che io la capisca e la mostri agli altri; poiché alcuni la pongono in cielo (ossia: “poiché alcuni imputano il fenomeno della corruzione morale del mondo all’influenza dei corpi celesti”), ed altri la pongono quaggiù (ossia: “altri imputano il fenomeno della corruzione morale del mondo all’operato dell’uomo”)”.

Versi 64 – 66

Alto sospir, che duolo strinse in “uhi!”,
mise fuor prima; e poi cominciò: “Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

[vv. 64 – 66] Egli dapprima emise un profondo sospiro, che il dolore strozzò in un “Ohi!” (ossia: “in un’esclamazione di sconforto”); poi cominciò a dire: “O fratello, il mondo è cieco, e tu vieni proprio di là (ossia: “il genere umano è incapace di vedere la verità e tu ne sei il perfetto esempio”).

Versi 67 – 69

Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.

[vv. 67 – 69] Voi vivi riconducete ogni causa sempre al cielo (ossia: “giustificate ogni cosa con l’influsso degli astri”), proprio come se esso (“il cielo”), col suo moto determinasse (movesse) in maniera preordinata ogni cosa che avviene.

Versi 70 – 72

Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.

[vv. 70 – 72] Se le cose stessero così, il libero arbitrio dell’uomo sarebbe ridotto a zero (fora distrutto), e non costituirebbe giustizia (non fora giustizia) l’avere in premio la beatitudine per il bene compiuto, e l’avere in punizione la sofferenza per il male commesso.

Versi 73 – 75

Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia,

[vv. 73 – 75] (Invece) gli influssi astrali danno (soltanto) un primo impulso alle vostre azioni; non dico a tutte, ma anche ammettendo che io lo dica, vi è stata (comunque) data una luce (“la ragione”) per distinguere il bene dal male,

Versi 76 – 78

e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.

[vv. 76 – 78] e (vi è stata data) una volontà libera, la quale, se anche fa difficoltà nei suoi primi scontri con gli influssi celesti, in seguito, a patto che sia ben nutrita, vince su ogni inclinazione o tendenza malvagia (vince tutto).

Versi 79 – 81

A maggior forza e a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.

[vv. 79 – 81] Voi siete sottoposti, pur restando liberi, ad una potenza maggiore e a una natura più alta, e quella crea in voi la mente sulla quale il cielo non ha alcun potere (ossia: “voi siete sottoposti a Dio, che ha più potenza dei cieli, e Dio mette dentro di voi la ragione, che non soggiace agli influssi dei cieli”),

Versi 82 – 84

Però, se ’l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.

[vv. 82 – 84] Perciò, se il mondo attuale va per una strada sbagliata (disvia), la causa è in voi, e va cercata solo in voi; ed ora te lo dimostrerò in maniera inconfutabile.

Versi 85 – 88

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia, l’anima semplicetta che sa nulla

[vv. 85 – 88] L’anima umana esce dalla mano del suo Creatore (letteralmente: “esce dalla mano di Colui che la vede prima ancora che essa esista”) come una fanciulla che, piangendo e ridendo senza motivo, si comporta alla maniera dei bambini, del tutto inconsapevole e ignara di tutto

Versi 89 – 90

salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.

[vv. 89 – 90] salvo per il fatto che essa, nata da un creatore felice (lieto fattore), si muove spontaneamente (volontier) verso le cose che le procurano diletto (trastulla).

Versi 91 – 93

Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.

[vv. 91 – 93] Essa (“l’anima”), all’inizio, prova piacere per beni piccoli; resta ingannata da questo piacere, e corre dietro a quei beni, a meno che non intervenga una guida o un freno che correggano la sua volontà (ossia: “che riconducano la volontà dell’anima verso il vero bene”).

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Versi 94 – 96

Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver, che discernesse
de la vera cittade almen la torre.

[vv. 94 – 96] È per questo motivo che si rese necessario stabilire una legge come freno; fu necessario avere un re in grado di discernere quantomeno la torre della vera città (ossia: “fu necessario istituire un’autorità in grado di individuare, quantomeno per grandi linee, la direzione verso la quale ci si dovesse dirigere”).

Versi 97 – 99

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che ‘l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

[vv. 97 – 99] Le leggi ci sono, ma chi le fa applicare? Nessuno, perché il pastore (“il papa”) che va avanti agli altri, è sì capace di ruminare (ossia: “ha i requisiti per conoscere la legge divina”), ma non ha il piede biforcuto (ossia: “non ha il discernimento per applicarla”);

Versi 100 – 102

per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.

[vv. 100 – 102] per cui la massa, che vede la sua guida tendere unicamente a quel bene che la massa stessa brama (“il denaro”), si nutre di quello, e non cerca altro (ossia: “per cui la massa, venuto meno il modello che avrebbe dovuto indirizzarla ai veri beni, i beni spirituali, si abbandona all’avidità e alla brama di beni materiali”).

Versi 103 – 105

Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
e non natura che ’n voi sia corrotta.

[vv. 103 – 105] Ben puoi capire ora che la causa che ha reso malvagio il mondo è il fatto che esso sia stato guidato male, e non il fatto che la vostra natura umana sia guasta.

Versi 106 – 108

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.

[vv. 106 – 108] Roma, che organizzò il mondo nel modo corretto, aveva due soli (ossia: “rispondeva a due autorità, l’autorità papale e l’autorità imperiale”), che mostravano l’una e l’altra strada: quella del mondo e quella di Dio.

Versi 109 – 111

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada;

[vv. 109 – 111] (Oggi) uno dei due soli ha spento l’altro (ossia: “oggi il papa ha privato l’imperatore del suo ruolo”); e la spada è congiunta col pastorale (ossia: “e il papa ha concentrato nelle sue mani il potere spirituale e il potere temporale”), e le due cose, tenute insieme a forza, è inevitabile che procedano male;

Versi 112 – 114

però che, giunti, l’un l’altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch’ogn’erba si conosce per lo seme.

[vv. 112 – 114] infatti, ora che le due autorità sono riunite nella stessa persona, l’una non ha più timore dell’altra: se non mi credi, guarda ai frutti (a la spiga), poiché ogni erba si riconosce dal suo seme.

Versi 115 – 117

In sul paese ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga;

[vv. 115 – 117] Nel paese delimitato dall’Adige e dal Po (ossia: “in Lombardia”) una volta si potevano trovare valore e cortesia, prima che Federico II venisse a contesa (ossia: “prima che l’imperatore Federico II entrasse in conflitto con i papi di Roma”);

Versi 118 – 120

or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna,
di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

[vv. 118 – 120] ora chiunque volesse decidere, spinto dalla vergogna, di evitare di parlare o di avvicinarsi agli uomini giusti, potrebbe tranquillamente andare a rifugiarsi in Lombardia.

Versi 121 – 123

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l’antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:

[vv. 121 – 123] Ci sono tuttavia ancora tre vecchi, nei quali l’età antica è di rimprovero alla nuova, e ai quali par tardi che Dio li conduca a miglior vita:

Versi 124 – 126

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.

[vv. 124 – 126] Corrado da Palazzo e il buon Gherardo e Guido da Castello che meglio è chiamato “il leale Lombardo” col senso che a questa parola attribuiscono i francesi.

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Versi 127 – 129

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango, e sé brutta e la soma”.

[vv. 127 – 129] Puoi dunque concludere, ormai, che la Chiesa di Roma, per voler confondere in sé stessa i due governi (ossia: “il potere spirituale e il potere temporale”), cade nel fango, e lorda sé e il suo carico”.

Versi 130 – 132

“O Marco mio”, diss’io, “bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Levì furono essenti.

[vv. 130 – 132] “O Marco mio”, dissi, “ragioni bene; e ora capisco perché i figli di Levi furono esclusi dall’eredità (ossia: “ora capisco perché nella Bibbia si dice che la classe dei sacerdoti non aveva facoltà di possedere patrimoni terrieri”).

Versi 133 – 135

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
in rimprovèro del secol selvaggio?”.

[vv. 133 – 135] Ma chi è il Gherardo che tu dici essere rimasto come esempio di quella generazione ormai estinta, come ammonimento per il tempo presente così brutale?”

Versi 136 – 138

“O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta”,
rispuose a me; “ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.

[vv. 136 – 138] “O le tue parole mi vogliono ingannare (facendomi credere che tu non abbia conosciuto Gherardo) o mi vogliono mettere alla prova (per vedere se veramente io l’ho conosciuto)”, rispose; “poiché, pur parlando toscano, sembra che tu non sappia nulla (nulla senta) del buon Gherardo.

Versi 139 – 141

Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

[vv. 139 – 141] Non saprei come altro designarlo, se non ricordandolo come “il padre di Gaia”. Che Dio sia con voi (ossia: “Vi saluto nel nome di Dio”), poiché non posso più camminare insieme a voi.

Versi 142 – 144

Vedi l’albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia”.

[vv. 142 – 144] Puoi vedere biancheggiare una luce che, con i suoi raggi, penetra attraverso il fumo: là c’è un angelo, ed è necessario che io mi allontani di qui, prima che io diventi visibile a lui”.

Verso 145

Così tornò, e più non volle udirmi.

[v. 145] Detto ciò, si volse indietro, e non volle più ascoltarmi.