Archivio testo: Purgatorio Canto 26

Purgatorio, Canto XXVI (26), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 26

Divina Commedia, Purgatorio XXVI

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: “Guarda: giovi ch’io ti scaltro”;

[vv. 1 – 3] Mentre procedevamo in questa maniera, l’uno davanti all’altro, lungo il margine esterno della cornice, e il (mio) buon maestro (ossia: “e Virgilio”) mi diceva ripetutamente “Fa’ attenzione; ti serva ch’io ti metta in guardia!”,

Versi 4 – 6

feriami il sole in su l’omero destro,
che già, raggiando, tutto l’occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;

[vv. 4 – 6] il sole mi batteva sulla spalla destra, ed esso, proiettando i suoi raggi, faceva ormai diventare tutto l’orizzonte di ponente da celeste a bianco;

Versi 7 – 9

e io facea con l’ombra più rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ombre, andando, poner mente.

[vv. 7 – 9] ed io, con l’ombra (che proiettavo), facevo sembrare la fiamma più vivida; e vidi molte anime fare caso, mentre camminavano, a questo pur piccolo indizio.

Versi 10 – 12

Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: “Colui non par corpo fittizio”;

[vv. 10 – 12] Fu questa la ragione che spinse quelle anime a cominciare a parlare di me: ed iniziarono a dirsi tra loro: “Quello non sembra un corpo evanescente”;

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Versi 13 – 15

poi verso me, quanto potëan farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.

[vv. 13 – 15] poi alcune si avvicinarono a me tanto quanto potevano avvicinarsi, sempre facendo attenzione a non spostarsi tanto da non essere più bruciate (ossia: “mantenendosi sempre all’interno delle fiamme per non interrompere la loro espiazione”).

Versi 16 – 18

“O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.

[vv. 16 – 18] “Tu, che cammini dietro agli altri, non perché tu voglia essere più lento, ma forse in segno di rispetto, rispondi a me, che sono bruciato dall’arsura e dal fuoco.

Versi 19 – 21

Né solo a me la tua risposta è uopo;
ché tutti questi n’ hanno maggior sete
che d’acqua fredda Indo o Etïopo.

[vv. 19 – 21] La tua risposta è necessaria non solamente a me; poiché tutte queste anime ne hanno un desiderio maggiore del desiderio che un etiope o un indiano hanno dell’acqua fresca.

Versi 22 – 24

Dinne com’è che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete”.

[vv. 22 – 24] Dicci come possa accadere che tu, con la tua figura, faccia schermo alla luce solare, proprio come se tu non fossi ancora caduto nella rete della morte”.

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Versi 25 – 27

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
già manifesto, s’io non fossi atteso
ad altra novità ch’apparve allora;

[vv. 25 – 27] Così mi parlava una di quelle anime; ed io mi sarei subito presentato, se non avessi volto l’attenzione ad una cosa nuova che si verificò in quel momento,

Versi 28 – 30

ché per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.

[vv. 28 – 30] in quanto, attraverso il sentiero occupato dalla fiamma, arrivò, incontro a questo gruppo di anime, un altro gruppo di anime, che mi tenne sospeso a guardare.

Versi 31 – 33

Lì veggio d’ogne parte farsi presta
ciascun’ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;

[vv. 31 – 33] Nel punto in cui si incontrano (Lì), io vedo che, da una parte e dall’altra, tutte le anime si avvicinano e si baciano una per una, senza soffermarsi, appagate di una pur rapida dimostrazione d’affetto;

Versi 34 – 36

così per entro loro schiera bruna
s’ammusa l’una con l’altra formica,
forse a spïar lor via e lor fortuna.

[vv. 34 – 36] nella stessa maniera, all’interno della loro schiera bruna, le formiche si toccano con il muso l’una con l’altra, forse per informarsi circa il percorso e circa la loro sorte.

Versi 37 – 39

Tosto che parton l’accoglienza amica,
prima che ’l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna s’affatica:

[vv. 37 – 39] Non appena terminano questa amichevole accoglienza, in quello stesso punto, prima ancora di compiere il primo passo, ciascun gruppo si sforza di gridare più forte dell’altro,

Versi 40 – 42

la nova gente: “Soddoma e Gomorra”;
e l’altra: “Ne la vacca entra Pasife,
perché ‘l torello a sua lussuria corra”.

[vv. 40 – 42] e il gruppo arrivato dopo (grida): “Sodoma e Gomorra!” e l’altro: “Pasife entra nella vacca affinché il torello possa correre a soddisfare la sua lussuria!”.

Versi 43 – 45

Poi, come grue ch’a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver’ l’arene,
queste del gel, quelle del sole schife,

[vv. 43 – 45] Poi come delle gru che volino un gruppo verso i monti Rifei, e un gruppo verso i deserti sabbiosi, le seconde insofferenti del freddo, le prime insofferenti del caldo,

Versi 46 – 48

l’una gente sen va, l’altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a’ primi canti
e al gridar che più lor si convene;

[vv. 46 – 48] una schiera si incammina nella direzione opposta a noi (s’en va: “si allontana”), e l’altra si incammina nella nostra direzione (s’en vene: “si avvicina”); e, in lacrime, esse ritornano ai canti precedenti e a quelle grida che più si addicono loro (ossia: “e riprendono a gridare quegli esempi di lussuria punita che maggiormente si addicono loro”);

Versi 49 – 51

e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m’avean pregato,
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.

[vv. 49 – 51] e, come era accaduto prima, quelle medesime anime che prima mi avevano pregato si riavvicinano a me, attente ad ascoltare nell’atteggiamento del volto.

Versi 52 – 54

Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: “O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato,

[vv. 52 – 54] Io, che vedevo per la seconda volta il loro desiderio (letteralmente: “Io, che avevo visto per due volte il loro desiderio”), incominciai a dire: “O anime certe di ottenere, presto o tardi, la pace eterna,

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Versi 55 – 57

non son rimase acerbe né mature
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture.

[vv. 55 – 57] il mio corpo non è rimasto nel mondo terreno – né giovane, né vecchio – ma è qui con me, con il suo sangue e con le sue articolazioni.

Versi 58 – 60

Quinci sù vo per non esser più cieco;
donna è di sopra che m’acquista grazia,
per che ’l mortal per vostro mondo reco.

[vv. 58 – 60] Da qui, io salgo verso l’alto, al fine di non essere più accecato (dal peccato); in cielo c’è una donna che ottiene grazia per me, ed è per questo che io posso portare la mia parte mortale attraverso il vostro mondo.

Versi 61 – 63

Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,

[vv. 61 – 63] Ma, possa il vostro desiderio più grande essere presto soddisfatto, cosicché vi accolga quel cielo che è pieno d’amore e che si estende in ampiezza più d’ogni altro,

Versi 64 – 66

ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a’ vostri terghi”.

[vv. 64 – 66] ditemi, affinché io possa un giorno raccontarlo per iscritto, chi siete e chi è quel gruppo di anime che si allontana alle vostre spalle”.

Versi 67 – 69

Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba,

[vv. 67 – 69] In maniera non diversa resta turbato il montanaro sbalordito e ammutolisce mentre si guarda intorno ammirato, quando egli, rozzo e selvaggio, arriva in città,

Versi 70 – 72

che ciascun’ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,

[vv. 70 – 72] da come ciascuna di quelle anime rimase turbata nell’aspetto; ma, dopo che esse si furono riprese dallo stupore, che negli animi grandi fa presto ad attenuarsi,

Versi 73 – 75

“Beato te, che de le nostre marche”,
ricominciò colei che pria m’inchiese,
“per morir meglio, esperïenza imbarche!

[vv. 73 – 75] “O fortunato”, ricominciò a dire quell’anima che prima mi aveva posto la domanda, “che vieni a fare esperienza delle nostre regioni per poter avere una morte migliore!

Versi 76 – 78

La gente che non vien con noi, offese
di ciò per che già Cesar, trïunfando,
“Regina” contra sé chiamar s’intese:

[vv. 76 – 78] Il gruppo di anime che non cammina insieme a noi, commise lo stesso peccato per il quale in passato Cesare, mentre celebrava il trionfo, si sentì chiamare “Regina”:

Versi 79 – 81

però si parton “Soddoma” gridando,
rimproverando a sé com’ hai udito,
e aiutan l’arsura vergognando.

[vv. 79 – 81] ed è per questo motivo che esse si congedano da noi gridando “Sodoma”, rimproverando sé stesse nella maniera che hai ascoltato, e vergognandosi aumentano il bruciore.

Versi 82 – 84

Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l’appetito,

[vv. 82 – 84] Il nostro peccato fu invece di natura eterosessuale; poiché non rispettammo la legge umana della moderazione, assecondando come bestie il desiderio,

Versi 85 – 88

in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.

[vv. 85 – 88] per nostra umiliazione il nostro grido richiama, quando ci congediamo dall’altro gruppo, il nome di colei che si comportò da bestia dentro a pezzi di legno uniti in forma di bestia (ossia: “richiama il nome di Pasife, che si comportò da bestia infilandosi in una finta vacca di legno”).

Versi 89 – 90

Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo’ saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei.

[vv. 89 – 90] Ora conosci le nostre azioni e (sai) di quali peccati ci macchiammo: se per caso volessi anche conoscere i nostri nomi, non ci sarebbe abbastanza tempo per dirli tutti, né io saprei dirteli.

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Versi 91 – 93

Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima ch’a lo stremo”.

[vv. 91 – 93] Soddisferò però la tua curiosità per quanto riguarda la mia identità: io sono Guido Guinizzelli, e mi trovo qui a purificarmi per essermi pentito in tempo, prima della fine della mia vita”.

Versi 94 – 96

Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

[vv. 94 – 96] Così come divennero, nell’ira di Licurgo, i due figli nel momento in cui rividero la loro madre (ossia: “Isifile”), così pure divenni io, ma senza giungere fino al loro gesto,

Versi 97 – 99

quand’io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amor usar dolci e leggiadre;

[vv. 97 – 99] quando sentii pronunciare il proprio nome dal padre mio e di tutti gli altri migliori poeti che composero versi d’amore dolci e leggiadri;

Versi 100 – 102

e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai.

[vv. 100 – 102] e senza più ascoltare, né parlare, preso dai miei pensieri, restai a lungo a fissarlo ammirato, tuttavia, a causa del fuoco, non mi avvicinai di più a lui.

Versi 103 – 105

Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar che fa credere altrui.

[vv. 103 – 105] Quando mi fui saziato di guardarlo, mi offrii tutto pronto al suo servizio con una di quelle affermazioni che infondono fiducia negli altri (ossia: “con un solenne giuramento”).

Versi 106 – 108

Ed elli a me: “Tu lasci tal vestigio,
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può tòrre né far bigio.

[vv. 106 – 108] Ed egli allora mi disse: “Tu lasci un segno tanto profondo dentro di me, con le parole che ho ascoltato, e tanto significativo, che non potrebbe essere cancellato, né sbiadito, neppure dall’acqua del fiume Letè.

Versi 109 – 111

Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro”.

[vv. 109 – 111] Ma, se le tue parole hanno appena pronunciato un giuramento sincero, dimmi qual è il motivo per cui dimostri, nel modo in cui mi parli e per come mi guardi, di amarmi tanto”.

Versi 112 – 114

E io a lui: “Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri”.

[vv. 112 – 114] Ed io gli risposi: “(sottinteso: “Il motivo sono”) Le vostre dolci poesie, che, fintanto che durerà la scrittura moderna (ossia: “Fin quando si tramanderà la tradizione poetica in lingua volgare”), renderanno amate le carte inchiostrate che le contengono”.

Versi 115 – 117

“O frate”, disse, “questi ch’io ti cerno
col dito”, e additò un spirto innanzi,
“fu miglior fabbro del parlar materno.

[vv. 115 – 117] “O fratello”, mi disse allora “costui che ti indico con il dito”, e mi indicò un’anima davanti a lui, “fu un autore più abile (sottinteso: “di me”) nel suo volgare”.

Versi 118 – 120

Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

[vv. 118 – 120] Egli superò ogni altra poesia d’amore o romanzo in prosa; e lascia pure parlare quegli ignoranti che credono che il poeta proveniente dal Limosino (ossia: “Giraut de Bornelh”) sia superiore a lui.

Versi 121 – 123

A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

[vv. 121 – 123] Essi prestano credito alla diceria più che alla verità, e in questa maniera formano il loro giudizio prima di aver considerato le regole dell’arte e la ragione.

Versi 124 – 126

Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ ha vinto il ver con più persone.

[vv. 124 – 126] Alla stessa maniera agirono molti, vissuti in passato, nei confronti di Guittone, attribuendogli bravura solo per sentito dire, finché alla fine la verità lo ha decretato sconfitto, grazie alle opere di più seguaci (ossia: “fino a che non è stato evidente che l’opera di Guittone non trovava molti continuatori tra i poeti delle generazioni successive, diversamente da quanto accadeva al Dolce Stil Novo”).

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Versi 127 – 129

Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio,

[vv. 127 – 129] Ora, se tu puoi godere dell’enorme privilegio di avere la possibilità di accedere al chiostro nel quale l’abate della confraternita è Cristo (ossia: “Hai il privilegio di poter accedere al Paradiso”),

Versi 130 – 132

falli per me un dir d’un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro”.

[vv. 130 – 132] recita per me un “Padre nostro” di fronte a lui , che è tutto ciò di cui abbiamo bisogno noi anime di questo regno, nel quale non ci è più data possibilità di peccare”.

Versi 133 – 135

Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo.

[vv. 133 – 135] Poi, forse per lasciare il posto ad un’altra anima che aveva vicino, (Guinizzelli) scomparve attraverso le fiamme, nella stessa maniera in cui un pesce scompare nell’acqua quando scende verso il fondo.

Versi 136 – 138

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco.

[vv. 136 – 138] Io mi avvicinai un poco a quell’anima che mi era stata indicata, e gli dissi che il mio desiderio di conoscerla preparava già una buona accoglienza al suo nome.

Versi 139 – 141

El cominciò liberamente a dire:
“Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

[vv. 139 – 141] L’anima cominciò a parlare senza esitazione: “Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che io non posso e non voglio tenermi celato a voi.

Versi 142 – 144

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’ esper, denan.

[vv. 142 – 144] Io, che piango e vado cantando, sono Arnaut (ossia: “sono Arnaut Daniel”); io guardo dolente la passata follia (ossia: “mi ricordo con dolore del mio passato peccaminoso”), e gioioso guardo dinnanzi a me la letizia in cui spero.

Versi 145 – 147

Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!”.

[vv. 145 – 147] Ora vi prego, in nome di quel valore che vi guida fino alla cima della scalinata (ossia: “che vi guida verso la vetta del Purgatorio”), ricordatevi a tempo debito del mio dolore!”

Verso 148

Poi s’ascose nel foco che li affina.

[v. 148] Poi (ossia: “Dopo aver detto queste parole”) egli si nascose nel fuoco che li purifica.