Archivio testo: Purgatorio Canto 28

Purgatorio, Canto XXVIII (28), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 28

Divina Commedia, Purgatorio XXVIII

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,

[vv. 1 – 3] Desideroso ormai d’esplorare all’interno e tutt’intorno la divina foresta, fitta e vivace (ossia: “folta di vegetazione e piena di vitalità”), la quale attenuava (ossia: “filtrava”), ai miei occhi, la luce del nuovo giorno (ossia: “i raggi del sole appena spuntato”),

Versi 4 – 6

sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.

[vv. 4 – 6] lasciai, senza attendere oltre, il margine esterno dell’altopiano, cominciando ad inoltrarmi per la distesa erbosa molto lentamente, attraverso il terreno che emanava profumo da ogni suo punto.

Versi 7 – 9

Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;

[vv. 7 – 9] Un’aria dolce, senza mutare mai la sua intensità, mi colpiva sulla fronte, con una forza non maggiore di quella di un vento delicato;

Versi 10 – 12

per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;

[vv. 10 – 12] per cui le fronde, tremolando, si piegavano docili (ossia: “senza resistenza”), tutte quante nella direzione in cui il santo monte proietta la sua ombra all’inizio del giorno (ossia: “verso occidente”);

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Versi 13 – 15

non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;

[vv. 13 – 15] senza tuttavia risultare inclinate (sparte) rispetto alla loro posizione normale in misura tale che gli uccelletti sulle loro cime dovessero cessare dal compiere le loro attività (ossia: “dovessero cessare di cantare e di spostarsi tra i rami”);

Versi 16 – 18

ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,

[vv. 16 – 18] al contrario essi (cioè: “gli uccelletti”), cantando, accoglievano con piena letizia le prime ore del giorno in mezzo alle foglie, le quali (sottinteso: “con il loro fruscìo”) creavano un sottofondo al loro canto,

Versi 19 – 21

tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.

[vv. 19 – 21] identico a quello che, di ramo in ramo, prende consistenza dentro la pineta sul litorale di Classe (presso Ravenna), quando Eolo libera il vento di scirocco.

Versi 22 – 24

Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;

[vv. 22 – 24] I miei lenti passi mi avevano portato già tanto avanti, nel folto dell’antica selva, che io ormai non potevo più vedere da dove fossi entrato;

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Versi 25 – 27

ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.

[vv. 25 – 27] ed ecco che mi impedì di procedere oltre un fiumicello, che (scorrendo) verso sinistra, con le sue piccole onde piegava l’erba che era spuntata sulle sue rive.

Versi 28 – 30

Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,

[vv. 28 – 30] Tutte le acque più trasparenti che si trovano nel mondo terreno, sembrerebbero contenere qualche impurità a paragone dell’acqua di quel fiumicello, la quale lascia vedere assolutamente tutto in trasparenza (che nulla asconde),

Versi 31 – 33

avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.

[vv. 31 – 33] e ciò, nonostante il fatto che essa scorra molto scura sotto l’ombra perenne (prodotta dagli alberi della selva), la quale non lascia mai che i raggi del sole o della luna filtrino in quel luogo (ivi).

Versi 34 – 36

Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;

[vv. 34 – 36] Con i piedi mi fermai al di qua, mentre con lo sguardo andai al di là del fiumicello, per osservare la grande varietà di rami fioriti (mai: “rami fioriti ornamentali della festa di calendimaggio”);

Versi 37 – 39

e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,

[vv. 37 – 39] e là (ossia: “e sull’altra sponda”) mi apparve, così come appare improvvisamente qualcosa che, a causa della meraviglia che suscita, allontana ogni altro pensiero,

Versi 40 – 42

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.

[vv. 40 – 42] una donna tutta sola, che si aggirava cantando e cogliendo fiori tra i fiori di cui era dipinta tutta la via che ella percorreva.

Versi 43 – 45

“Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,

[vv. 43 – 45] “Deh, bella donna, che ti riscaldi ai raggi dell’amore divino, se io dovessi credere al volto, che suole essere testimone del cuore (ossia: “se sei cortese quanto appare dal tuo volto”),

Versi 46 – 48

vegnati in voglia di trarreti avanti”,
diss’io a lei, “verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.

[vv. 46 – 48] ti sia gradito di avanzare” le dissi io “verso questo fiume, quanto basta affinché io possa sentire che cosa stai cantando.

Versi 49 – 51

Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera”.

[vv. 49 – 51] Tu mi fai ricordare il luogo dove si trovava e l’aspetto che aveva Proserpina nel momento in cui la madre (Cerere) perse lei, e lei perse il luogo fiorito in cui trascorreva il proprio tempo (ed ella primavera)”.

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Versi 52 – 54

Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,

[vv. 52 – 54] Così come (ossia: “Con lo stesso movimento con cui”) si volta una donna che danza, con le piante dei piedi unite tra loro e attaccate al terreno, e mette un piede poco avanti all’altro,

Versi 55 – 57

volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;

[vv. 55 – 57] allo stesso modo si voltò lei verso di me, sopra i fiorellini vermigli e gialli, non diversamente da una fanciulla che abbassi gli occhi casti;

Versi 58 – 60

e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.

[vv. 58 – 60] e rese soddisfatte le mie richieste, avvicinandosi tanto, che il dolce suono (del suo canto) mi arrivava con il suo significato (ossia: “tanto che io potevo sia percepire la melodia, sia distinguere il significato delle parole del suo canto”).

Versi 61 – 63

Tosto che fu là dove l’erbe sono
bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.

[vv. 61 – 63] Appena giunse là dove le erbe erano ormai bagnate dalle onde del bel fiume, mi fece il regalo di alzare gli occhi.

Versi 64 – 66

Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.

[vv. 64 – 66] Non credo che splendesse altrettanta luce negli occhi di Venere, quando venne trafitta dal figlio (Cupido) in maniera del tutto inconsueta per quest’ultimo (ossia: “quando Cupido, cosa mai avvenuta precedentemente, né in seguito, trafisse involontariamente la madre Venere”).

Versi 67 – 69

Ella ridea da l’altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.

[vv. 67 – 69] Ella sorrideva dall’altra sponda, stando diritta, mentre tra le mani muoveva i fiori di vario colore che la sommità del monte (l’alta terra) produce (gitta) senza bisogno di semi.

Versi 70 – 72

Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,

[vv. 70 – 72] Il fiume ci separava dello spazio di tre passi; e tuttavia lo stretto dei Dardanelli, là dove passò Serse, che (con la sua sconfitta) è tutt’oggi un ammonimento per ogni arroganza umana,

Versi 73 – 75

più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’allor non s’aperse.

[vv. 73 – 75] non fu maggiormente odiato da Leandro, a causa delle sue burrasche tra Sesto e Abido, di quanto fu odiato da me quel fiumicello per il fatto di non aprirsi in quel momento.

Versi 76 – 79

“Voi siete nuovi, e forse perch’io rido”,
cominciò ella, “in questo luogo eletto
a l’umana natura per suo nido,
maravigliando tienvi alcun sospetto;

[vv. 76 – 79] Ella cominciò (a dire): “Voi siete nuovi (di qui), e forse, mentre vi meravigliate, vi pervade la curiosità del perché io sorrida in questo luogo scelto da Dio come sede del genere umano;

Versi 80 – 81

ma luce rende il salmo Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.

[vv. 80 – 81] ma il salmo “Delectasti” (ossia: “Mi procurasti gioia”) emette una luce che può dissipare la nebbia che offusca il vostro intelletto.

Versi 82 – 84

E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
ad ogne tua question tanto che basti”.

[vv. 82 – 84] E tu che sei davanti, e che mi hai pregata, dimmi se desideri ascoltare altro; perché sono venuta pronta a rispondere ad ogni tua domanda quanto basti (a soddisfarti);

Versi 85 – 88

“L’acqua”, diss’io, “e ’l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch’io udi’ contraria a questa”.

[vv. 85 – 88] Io dissi: “L’acqua e lo stormire della foresta confutano, dentro di me, una convinzione che mi ero da poco formato a seguito di una cosa che ho ascoltato, contraria a questa che ora vedo”.

Versi 89 – 90

Ond’ella: “Io dicerò come procede
per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.

[vv. 89 – 90] Per cui ella (disse): “Io ti spiegherò come accada per una sua specifica ragione ciò che ti fa stupire, e dissiperò la nebbia che offende la tua mente.

Versi 91 – 93

Lo sommo ben, che solo esso a sé piace,
fé l’uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr’a lui d’etterna pace.

[vv. 91 – 93] Il sommo Bene che prova piacere solo per sé stesso (ossia: “Dio, che essendo puro bene, si compiace solo del bene”), creò l’essere umano buono e propenso al bene, e gli diede questo luogo (ossia: “l’Eden”) come anticipazione (per arra: “come caparra”) della beatitudine eterna.

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Versi 94 – 96

Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.

[vv. 94 – 96] Per una sua colpa, (l’essere umano) soggiornò qui solo per poco tempo; per una sua colpa (l’essere umano) tramutò in pianto e in affanno il piacere onesto e la dolce gioia (sottinteso: “di cui Dio gli aveva fatto dono”).

Versi 97 – 99

Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
l’essalazion de l’acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,

[vv. 97 – 99] Affinché quelle perturbazioni, che i vapori dell’acqua e della terra – i quali salgono verso il sole quanto più possono – producono nelle zone sottostanti,

Versi 100 – 102

a l’uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
e libero n’è d’indi ove si serra.

[vv. 100 – 102] non potessero recare alcuna molestia all’essere umano, questo monte s’innalzò nella misura che vedi verso il cielo, e da tali perturbazioni esso è esente a partire dal punto dove si trova la porta d’accesso (si serra: “è serrato, è chiuso”).

Versi 103 – 105

Or perché in circuito tutto quanto
l’aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,

[vv. 103 – 105] Ora, dal momento che l’intera massa d’aria dell’atmosfera gira circolarmente insieme alla prima sfera celeste (ossia: “sotto la spinta del moto impresso ai cieli dal Primo Mobile”), a meno che il moto circolare non sia interrotto da un ostacolo in qualche punto,

Versi 106 – 108

in questa altezza ch’è tutta disciolta
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’è folta;

[vv. 106 – 108] questo movimento (dell’aria) urta sulla sommità di questo monte, che si leva tutta libera nell’aria purissima, e fa stormire la selva dalla quale (la sommità) è ricoperta;

Versi 109 – 111

e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;

[vv. 109 – 111] e la selva (pianta è una metonimia), che viene colpita (dall’aria), ha il potere di impregnare l’aria con i suoi semi (de la sua virtute: “della sua virtù fecondatrice”), e l’aria, poi, girando, scrolla quei semi (ossia: “e l’aria, poi, girando attorno alla terra, fa ricadere quei semi nelle diverse regioni del mondo”);

Versi 112 – 114

e l’altra terra, secondo ch’è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.

[vv. 112 – 114] e la terra dell’altro emisfero, in base a quanto è adatta in virtù delle proprie specificità e del clima, concepisce e fa nascere dai diversi semi le diverse piante.

Versi 115 – 117

Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s’appiglia.

[vv. 115 – 117] Una volta ascoltata questa spiegazione, non dovrebbe dunque sembrarti sbalorditivo quando, di là nel mondo terreno, accade che qualche pianta attecchisca senza essere stata seminata in maniera manifesta.

Versi 118 – 120

E saper dei che la campagna santa
dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.

[vv. 118 – 120] E devi sapere che l’Eden (la campagna santa), dove ti trovi ora, è pieno di ogni specie di seme, e al suo interno presenta anche qualche frutto che di là nel mondo terreno non è possibile cogliere.

Versi 121 – 123

L’acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch’acquista e perde lena;

[vv. 121 – 123] L’acqua che vedi non scaturisce da una sorgente alimentata dal vapore acqueo che il freddo converte in pioggia, come un fiume che cresce oppure diminuisce di impetuosità (sottinteso: “in base alla quantità delle precipitazioni”).

Versi 124 – 126

ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant’ella versa da due parti aperta.

[vv. 124 – 126] ma essa nasce da una sorgente regolare e inesauribile, che dal volere di Dio attinge tanta acqua, quanta ne riversa nei due fiumi che si dipartono in due direzioni opposte.

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Versi 127 – 129

Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l’altra d’ogne ben fatto la rende.

[vv. 127 – 129] Da questa parte (ossia: “Nel fiume che è da questa parte, che si trova davanti a te”), l’acqua scorre con il potere di togliere ad ognuno il ricordo del peccato; dall’altra parte (ossia: “nel fiume che è dall’altra parte”), l’acqua restituisce il ricordo di ogni atto di bene fatto.

Versi 130 – 132

Quinci Letè; così da l’altro lato
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:

[vv. 130 – 132] Da questo lato (il fiume) si chiama Letè; mentre dall’altro lato si chiama Eunoè, e non fa effetto se (l’acqua) non viene prima bevuta da una parte e dall’altra:

Versi 133 – 135

a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna ch’assai possa esser sazia
la sete tua perch’io più non ti scuopra,

[vv. 133 – 135] il sapore di quest’acqua è superiore a qualsiasi altro sapore. E sebbene la tua sete (di sapere) possa considerarsi soddisfatta abbastanza perché io non ti riveli altro,

Versi 136 – 138

darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.

[vv. 136 – 138] (tuttavia), come dono gratuito (ossia: “non richiesto”), ti fornirò un’ulteriore insegnamento: e non credo che il mio parlare ti sia meno gradito se esso si estende al di là della promessa (ossia: “di quanto ti avevo promesso”).

Versi 139 – 141

Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.

[vv. 139 – 141] Coloro che (ossia: “Quei poeti che”) nell’antichità celebrarono in versi l’età dell’oro e la condizione felice di essa, forse sul Parnaso sognarono questo luogo (ossia: “forse nella loro ispirazione ricevettero la visione dell’Eden”).

Versi 142 – 144

Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice”.

[vv. 142 – 144] Qui i primi rappresentanti della stirpe umana furono felici, qui c’è sempre la primavera e c’è sempre qualsiasi frutto; l’acqua di questo fiume è il nettare di cui tutti quei poeti parlano;

Versi 145 – 147

Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
a’ miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l’ultimo costrutto;

[vv. 145 – 148] Allora io, con tutta la persona, mi rivolsi verso i miei due poeti, e vidi che avevano accolto l’ultima frase con un sorriso;

Verso 148

poi a la bella donna torna’ il viso.

[v. 148] poi rivolsi nuovamente il mio sguardo alla bella donna.