Archivio testo: Purgatorio Canto 33

Purgatorio, Canto XXXIII (33), parafrasi e commento

PURGATORIO

CANTO 33

Divina Commedia, Purgatorio XXXIII

PARAFRASI DEL TESTO CON NOTE DI COMMENTO

Versi 1 – 3

’Deus, venerunt gentes’, alternando
or tre or quattro dolce salmodia,
le donne incominciaro, e lagrimando;

[vv. 1 – 3] Intonando a voci alterne una dolce salmodìa, e intanto piangendo, le donne – ora il gruppo delle tre, ora il gruppo delle quattro – incominciarono a cantare “O Dio, i Gentili sono arrivati”, (ossia: “i due gruppi di donne formati dalle tre virtù teologali e delle quattro virtù cardinali cominciarono a cantare, a voci alterne e tra le lacrime, una dolce salmodìa, che iniziava con le parole “O Dio i Gentili sono arrivati”),

Versi 4 – 6

e Bëatrice, sospirosa e pia,
quelle ascoltava sì fatta, che poco
più a la croce si cambiò Maria.

[vv. 4 – 6] e Beatrice, sospirando, e con atteggiamento devoto, le ascoltava, divenuta tale in volto (ossia “divenuta così angosciata in volto”), che Maria, ai piedi della croce, fu poco più addolorata.

Versi 7 – 9

Ma poi che l’altre vergini dier loco
a lei di dir, levata dritta in pè,
rispuose, colorata come foco:

[vv. 7 – 9] Ma quando le altre vergini (ossia: “quando le sette virtù”) la lasciarono parlare, lei, alzatasi dritta in piedi, rispose, con un volto del colore del fuoco:

Versi 10 – 12

’Modicum, et non videbitis me;
et iterum, sorelle mie dilette,
modicum, et vos videbitis me’.

[vv. 10 – 12] “Ancora un poco e non mi vedrete più, e poi ancora un altro poco, o mie amate sorelle, e mi rivedrete”.

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Versi 13 – 15

Poi le si mise innanzi tutte e sette,
e dopo sé, solo accennando, mosse
me e la donna e ’l savio che ristette.

[vv. 13 – 15] Poi le fece andare tutte e sette davanti a sé, e, con il solo cenno (del capo), fece camminare dietro di sé me, la donna (ossia: “Matelda”) e il poeta che si era fermato (ossia: “e Stazio, che si era fermato”).

Versi 16 – 18

Così sen giva; e non credo che fosse
lo decimo suo passo in terra posto,
quando con li occhi li occhi mi percosse;

[vv. 16 – 18] (Beatrice) camminava in questa maniera e non credo che avesse compiuto il decimo passo, quando, con i suoi occhi, ferì i miei (ossia: “quando si voltò verso di me, ferendo i miei occhi con lo splendore dei suoi”);

Versi 19 – 21

e con tranquillo aspetto “Vien più tosto”,
mi disse, “tanto che, s’io parlo teco,
ad ascoltarmi tu sie ben disposto”.

[vv. 19 – 21] e con volto tranquillo mi disse: “Cammina più in fretta, in modo che, se parlo con te, tu sia in grado di sentirmi distintamente”.

Versi 22 – 24

Sì com’io fui, com’io dovëa, seco,
dissemi: “Frate, perché non t’attenti
a domandarmi omai venendo meco?”.

[vv. 22 – 24] Non appena fui arrivato vicino a lei, così come dovevo fare (ossia: “così come mi era stato detto di fare”), ella mi disse: “Fratello, perché non osi farmi delle domande, ora che cammini al mio fianco (meco: “con me”)?”

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Versi 25 – 27

Come a color che troppo reverenti
dinanzi a suo maggior parlando sono,
che non traggon la voce viva ai denti,

[vv. 25 – 27] Così come (capita) a coloro che, di fronte a un loro superiore, sono troppo pieni di reverenza nel parlare, al punto che non riescono a far uscire dalla bocca una voce distinta (letteralmente: “al punto che riescono a condurre fino ai denti una voce distinta”),

Versi 28 – 30

avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: “Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono”.

[vv. 28 – 30] (lo stesso) avvenne a me, che cominciai a dire a mezza voce (sanza intero sono): “Mia amata, voi conoscete ciò di cui sento la necessità (mia bisogna), e (conoscete) quel che serve per soddisfare la mia necessità”.

Versi 31 – 33

Ed ella a me: “Da tema e da vergogna
voglio che tu omai ti disviluppe,
sì che non parli più com’om che sogna.

[vv. 31 – 33] Ed ella mi disse: “Voglio che tu ti liberi ormai dal timore e dalla vergogna, in maniera da non parlare più come se stessi sognando (ossia: “in maniera da non parlare più mormorando indistintamente alla maniera di chi parla nel sonno”)”.

Versi 34 – 36

Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
fu e non è; ma chi n’ ha colpa, creda
che vendetta di Dio non teme suppe.

[vv. 34 – 36] Sappi che il carro che fu rotto dal drago, ora non esiste più (ossia: “Sappi che la Chiesa corrotta nella maniera che ti è stata descritta è come se non esistesse più”); ma coloro che ne hanno colpa stiano pur certi che la giustizia di Dio non teme ostacoli umani.

Versi 37 – 39

Non sarà tutto tempo sanza reda
l’aguglia che lasciò le penne al carro,
per che divenne mostro e poscia preda;

[vv. 37 – 39] L’aquila che lasciò le sue penne sul carro, evento col quale essa divenne prima mostro e poi preda (del gigante), non resterà per sempre senza erede (ossia: “Il trono dell’Imperatore, di cui l’aquila è il simbolo, non resterà per sempre vacante”).

Versi 40 – 42

ch’io veggio certamente, e però il narro,
a darne tempo già stelle propinque,
secure d’ogn’intoppo e d’ogne sbarro,

[vv. 40 – 42] Infatti io vedo con certezza, e per questo lo racconto, le stelle che avanzano sicure da ogni intoppo e da ogni sbarramento, ormai vicine a darci un tempo

Versi 43 – 45

nel quale un cinquecento diece e cinque,
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque.

[vv. 43 – 45] nel quale un “cinquecento dieci e cinque”, mandato da Dio, ucciderà la ladra e quel gigante che commette misfatti insieme a lei.

Versi 46 – 48

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch’a lor modo lo ’ntelletto attuia;

[vv. 46 – 48] E forse il mio discorso, oscuro alla maniera dei discorsi di Temi e della Sfinge, non ti persuade, perché esso annebbia l’intelletto nello stesso modo in cui facevano i loro (ossia: “così come annebbiavano l’intelletto i discorsi della profetessa Temi e della Sfinge”),

Versi 49 – 51

ma tosto fier li fatti le Naiade,
che solveranno questo enigma forte
sanza danno di pecore o di biade.

[vv. 49 – 51] ma presto saranno gli eventi stessi le Naiadi che risolveranno questo difficile enigma senza perdita di pecore o di biade (ossia: “ma, entro breve tempo, gli eventi storici che si verificheranno ti permetteranno di comprendere il mio enigmatico discorso, comportandosi come le Naiadi, le quali risolvevano gli enigmi dei tebani, ma senza che l’umanità debba patire, in questo caso, i danni alle greggi e ai pascoli che i tebani invece patirono per aver chiesto oracoli alle Naiadi anziché alla profetessa Temi”).

Versi 52 – 54

Tu nota; e sì come da me son porte,
così queste parole segna a’ vivi
del viver ch’è un correre a la morte.

[vv. 52 – 54] Tu prendi nota di tutto; e riferisci queste parole – così come esse sono state pronunciate da me – a coloro che vivono l’effimera vita terrena (letteralmente: “a coloro che vivono quella vita che altro non è se non un correre verso la morte”).

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Versi 55 – 57

E aggi a mente, quando tu le scrivi,
di non celar qual hai vista la pianta
ch’è or due volte dirubata quivi.

[vv. 55 – 57] E tieni a mente, quando le scriverai, di non tralasciare di descrivere come hai visto la pianta che ora qui è stata due volte derubata.

Versi 58 – 60

Qualunque ruba quella o quella schianta,
con bestemmia di fatto offende a Dio,
che solo a l’uso suo la creò santa.

[vv. 58 – 60] Chiunque la deruba o stacca qualcosa da essa, di fatto offende con una bestemmia Dio, che la creò inviolabile affinché fosse Lui il solo ad avvalersi di essa.

Versi 61 – 63

Per morder quella, in pena e in disio
cinquemilia anni e più l’anima prima
bramò colui che ’l morso in sé punio.

[vv. 61 – 63] Per averla morsa (ossia: “per averne morso il frutto”), il primo uomo (Adamo) attese per cinquemila anni nella sofferenza e nel desiderio (la venuta di) colui che punì su sé stesso quel morso (ossia: “attese per cinquemila anni la venuta di Cristo, che, sacrificando la propria vita sulla croce, riscattò gli uomini dal peccato di Adamo”).

Versi 64 – 66

Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
per singular cagione essere eccelsa
lei tanto e sì travolta ne la cima.

[vv. 64 – 66] Il tuo ingegno dorme se non intende che essa (cioè: “la pianta”) non può essere così alta e così capovolta in cima se non per un motivo eccezionale.

Versi 67 – 69

E se stati non fossero acqua d’Elsa
li pensier vani intorno a la tua mente,
e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,

[vv. 67 – 69] E se i tuoi pensieri vani non avessero agito come l’acqua dell’Elsa tutt’intorno alla tua mente (ossia: “se i tuoi pensieri erronei non avessero incrostato il tuo intelletto, come l’acqua dell’Elsa, ricca di calcare, incrosta tutto ciò che bagna”), e se il vano compiacimento che tu provavi per quei pensieri (‘l piacer loro) non fosse stato (sottinteso: “per la tua mente”) come il sangue di Piramo per il gelso (cioè: “se il compiacimento che tu provavi per i tuoi pensieri erronei, non avesse macchiato e oscurato la tua mente, come il sangue di Piramo macchiò e oscurò i bianchi fiori del gelso”),

Versi 70 – 72

per tante circostanze solamente
la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
conosceresti a l’arbor moralmente.

[vv. 70 – 72] foss’anche solo in virtù di queste singolari circostanze (ossia: “per l’altezza e la chioma ribaltata”), tu avresti riconosciuto nell’albero, quanto al suo significato morale, la giustizia di Dio, evidente nel divieto di toccarlo.

Versi 73 – 75

Ma perch’io veggio te ne lo ’ntelletto
fatto di pietra e, impetrato, tinto,
sì che t’abbaglia il lume del mio detto,

[vv. 73 – 75] Ma poiché io ti vedo fatto come di pietra nell’intelletto, e irrigidito ed ottenebrato al punto che la luce delle mie parole ti abbaglia,

Versi 76 – 78

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
che ’l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto”.

[vv. 76 – 78] io voglio che tu porti dentro di te il contenuto delle mie parole, se non scritto, perlomeno dipinto (ossia: “io voglio che tu porti dentro di te perlomeno una qualche traccia figurata di quel che ti ho detto”) per lo stesso motivo per cui, (sottinteso: “dalla Terra Santa”), si riporta il bastone cinto di una palma (ossia: “come testimonianza del viaggio che hai compiuto”)”.

Versi 79 – 81

E io: “Sì come cera da suggello,
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello.

[vv. 79 – 81] E io dissi: “Così come la cera segnata dal sigillo, che non altera l’immagine che è stata impressa su di essa, alla stessa maniera è ora segnato da voi il mio cervello.

Versi 82 – 84

Ma perché tanto sovra mia veduta
vostra parola disïata vola,
che più la perde quanto più s’aiuta?”.

[vv. 82 – 84] Ma per quale motivo la vostra parola, che io ho tanto desiderato, vola tanto al di sopra della mia capacità di vedere, che questa (ossia: “che la mia capacità di vedere”), quanto più si sforza di inseguirla, tanto più la perde? (ossia: “ma perché il contenuto delle vostre parole trascende a tal punto le capacità del mio intelletto, che, per quanto io mi sforzi, non riesco a capire?”).

Versi 85 – 87

“Perché conoschi”, disse, “quella scuola
c’ hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;

[vv. 85 – 87] (Beatrice) disse: “(sottinteso: “Ciò accade”) Affinché tu comprenda i limiti di quella scuola che hai seguito in passato (ossia: “affinché tu comprenda i limiti del sapere che la filosofia umana produce quando non è accompagnata dalla fede”), e tu affinché tu possa constatare come il sapere che hai appreso a quella scuola (sua dottrina) non riesca a seguire la mia parola;

Versi 88 – 90

e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina”.

[vv. 88 – 90] e poi affinché tu veda che la vostra strada dista dalla strada divina (ossia: “affinché tu veda che la sapienza umana dista dalla sapienza divina”) tanto quanto è distante dalla terra il cielo che, più alto di tutti, si affretta nel suo volgersi” (ossia: “tanto quanto il Primo Mobile, il nono e più alto tra i cieli, dista dalla Terra”).

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Versi 91 – 93

Ond’io rispuosi lei: “Non mi ricorda
ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
né honne coscïenza che rimorda”.

[vv. 91 – 93] Allora io le risposi: “Non mi ricordo di essermi mai allontanato da voi, né avverto il rimorso di coscienza per averlo fatto”.

Versi 94 – 96

“E se tu ricordar non te ne puoi”,
sorridendo rispuose, “or ti rammenta
come bevesti di Letè ancoi;

[vv. 94 – 96] “Se non riesci a ricordarti della cosa” rispose (Beatrice) sorridendo “ricordati che tu, proprio oggi, hai bevuto l’acqua del Lete;

Versi 97 – 99

e se dal fummo foco s’argomenta,
cotesta oblivïon chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta.

[vv. 97 – 99] e, così come dal fumo si deduce la presenza del fuoco, allo stesso modo questo tuo aver dimenticato dimostra chiaramente una colpa della tua volontà, quando essa si è rivolta ad altro anziché a me (ossia: “ed il fatto che tu abbia dimenticato la cosa, dimostra che l’esserti volto altrove rispetto a me è stata una colpa, perché il Lete fa dimenticare solo le colpe”)

Versi 100 – 102

Veramente oramai saranno nude
le mie parole, quanto converrassi
quelle scovrire a la tua vista rude”.

[vv. 100 – 102] Ma ormai le mie parole saranno trasparenti per te, nella misura in cui sarà opportuno aprirle alla tua vista intellettuale ancora rozza”.

Versi 103 – 105

E più corusco e con più lenti passi
teneva il sole il cerchio di merigge,
che qua e là, come li aspetti, fassi,

[vv. 103 – 105] Il Sole, più luminoso, e muovendosi più lentamente, occupava il cerchio meridiano (il cerchio di merigge: “il meridiano di mezzogiorno”) – il quale si sposta ora di qua, ora di là (ossia: “il quale muta posizione”) in relazione alla posizione degli occhi che lo osservano –

Versi 106 – 109

quando s’affisser, sì come s’affigge
chi va dinanzi a gente per iscorta
se trova novitate o sue vestigge,
le sette donne al fin d’un’ombra smorta,

[vv. 106 – 109] quando le sette donne (v. 109) – così come si ferma colui che precede, con funzione di guida, una schiera di persone, se incontra qualcosa di inatteso o qualche indizio di qualcosa di inatteso – si fermarono ai margini di un’ombra pallida,

Versi 110 – 111

qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.

[vv. 110 – 111] simile a quella che la montagna (l’alpe) lascia vedere sotto foglie verdi e rami neri, sopra i suoi freddi corsi d’acqua.

Versi 112 – 114

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
veder mi parve uscir d’una fontana,
e, quasi amici, dipartirsi pigri.

[vv. 112 – 114] Davanti a loro (ossia: “davanti alle sette donne”) mi parve di vedere uscire, da una medesima sorgente, l’Eufrate e il Tigri, e separarsi con corso lento, come due amici (ossia: “e separarsi lentamente come due amici che faticano a lasciarsi”).

Versi 115 – 117

“O luce, o gloria de la gente umana,
che acqua è questa che qui si dispiega
da un principio e sé da sé lontana?”.

[vv. 115 – 117] “O luce, o gloria dell’umanità, che acqua è mai questa, che qui sgorga da una sola sorgente, e poi allontana sé da sé stessa?” (ossia: “e poi, miracolosamente, si biforca?”).

Versi 118 – 121

Per cotal priego detto mi fu: “Priega
Matelda che ’l ti dica”. E qui rispuose,
come fa chi da colpa si dislega,
la bella donna: “Questo e altre cose

[vv. 118 – 121] Per via di questa domanda mi fu risposto: “Prega Matelda che te lo dica”. E a questo punto (qui) la bella donna rispose alla maniera di chi cerca di discolparsi da un’accusa: “Questa ed altre cose

Versi 122 – 123

dette li son per me; e son sicura
che l’acqua di Letè non gliel nascose”.

[vv. 122 – 123] gli sono già state dette da me; e sono certa che l’acqua del Lete non le ha cancellate dalla sua memoria”.

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Versi 124 – 126

E Bëatrice: “Forse maggior cura,
che spesse volte la memoria priva,
fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.

[vv. 124 – 126] E allora Beatrice (disse): “Forse una preoccupazione maggiore, che spesso priva la memoria (sottinteso: “del suo contenuto”), ha reso la sua mente ottenebrata nella vista.

Versi 127 – 129

Ma vedi Eünoè che là diriva:
menalo ad esso, e come tu se’ usa,
la tramortita sua virtù ravviva”.

[vv. 127 – 129] Ma guarda l’Eunoè che sgorga in quel punto: conducilo ad esso, e, come sei solita fare, fa’ rivivere la sua offuscata facoltà di ricordare”.

Versi 130 – 132

Come anima gentil, che non fa scusa,
ma fa sua voglia de la voglia altrui
tosto che è per segno fuor dischiusa;

[vv. 130 – 132] Così come fa un’anima nobile, che non adduce scuse, ma del volere altrui fa il suo stesso volere, non appena la volontà altrui si è manifestata all’esterno con un segno,

Versi 133 – 135

così, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: “Vien con lui”.

[vv. 133 – 135] allo stesso modo, dopo che fui stato preso per mano da lei, la bella donna (ossia: “Matelda”) si incamminò, e disse a Stazio con autorità signorile: “Vieni insieme a lui”.

Versi 136 – 138

S’io avessi, lettor, più lungo spazio
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

[vv. 136 – 138] O lettore, se io disponessi di maggior spazio per scrivere, parlerei ben volentieri più distesamente, per quanto possibile (in parte: “nella misura in cui la capacità descrittiva umana lo consente”), di quel dolce bere che mai mi avrebbe saziato;

Versi 139 – 141

ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

[vv. 139 – 141] ma dato che tutte le carte predisposte per questa seconda cantica sono ormai piene, la norma che regola ogni lavoro d’arte non mi consente di andare più avanti.

Versi 142 – 144

Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,

[vv. 142 – 144] Da quel fiume santissimo io ritornai rinnovato, nella stessa maniera in cui le giovani piante vengono rinnovate dalle nuove fronde (a primavera),

Verso 148

puro e disposto a salire a le stelle.

[v. 145] purificato e pronto per salire alle stelle (ossia: “a salire verso il Paradiso”).