Archivio testo: Inferno Canto 13

Riassunto Canto XIII (13) – Inferno

INFERNO

CANTO 13

Divina Commedia – Inferno XIII

RIASSUNTO DEL CANTO
RIASSUNTO BREVE:

Il canto 13 dell’Inferno si svolge nel secondo anello del settimo cerchio, dove, trasformati in arbusti, si trovano puniti i suicidi.

Il canto si compone di tre sequenze narrative:

– la prima sequenza va dal verso 1 al verso 33 e contiene la presentazione della selva.

– la seconda sequenza va dal verso 34 al verso 108, e svolge il racconto dell’incontro tra Dante e l’anima trasformata in pianta di Pier delle Vigne.

– la terza sequenza, che va dal verso 109 alla fine del canto, è occupata dalla narrazione di una concitata scena di caccia infernale, avente per protagonisti due dissipatori. Alla scena seguono poche terzine contenenti il mesto lamento di un anonimo suicida fiorentino, anch’egli trasformato in pianta.

Prima sequenza → Deposto sulla terraferma da Nesso (il centauro che ha traghettato il poeta attraverso il fiume di sangue che cinge la selva dei suicidi), Dante entra con Virgilio all’interno di una fitta boscaglia di arbusti neri, intricati, coperti di punte spinose avvelenate, e abitato da creature mostruose, dal corpo di uccello e dal volto di donna: le Arpie. Procedendo nel bosco, Dante sente i lamenti dei dannati, ma non ne vede le figure, dunque Virgilio invita il poeta a spezzare un rametto da uno degli arbusti. Appena Dante compie l’operazione, dal ramo spezzato comincia ad uscire del sangue misto ad una voce. Inizia così il colloquio tra Dante e Pier delle Vigne.

Seconda sequenza → Per prima cosa Pier delle Vigne rimprovera Dante per aver spezzato le sue fronde, quindi, interrogato da Virgilio – che in questo canto parla al posto del poeta – il dannato racconta la propria vicenda come segretario particolare dell’imperatore Federico II, e spiega come le infondate accuse di tradimento, mosse al suo indirizzo dagli invidiosi della corte federiciana, lo condussero a togliersi la vita.

Al termine della narrazione della propria vicenda, Pier delle Vigne spiega come avvenga la dannazione dei suicidi, della quale riferisce i momenti essenziali: il giudizio di Minosse, la caduta a precipizio e l’affondamento nel terreno del settimo cerchio, la ricrescita in forma di pianta. A corredo di ciò, Pier delle Vigne spiega anche che nel giorno del giudizio universale, a differenza di tutte le altre anime, i suicidi non potranno rivestirsi dei loro corpi, perché essi se ne privarono deliberatamente: per cui ogni anima appenderà il proprio corpo al proprio albero e così trascorrerà.

Terza sequenza → Mentre Dante e Virgilio stanno ancora ascoltando Pier delle Vigne, improvvisamente si sente un rumore di frasche spezzate, e compaiono due anime in corsa inseguite da cagne infernali. Si tratta di due dilapidatori (Dante considera la dilapidazione una forma violenza contro se stessi): Lano di Ricolfo Maconi e Iacopo di Santo Andrea. L’anima di Iacopo si rifugia in un cespuglio, e lì viene dilaniata, provocando, di riflesso, anche la lacerazione dell’albero; dunque l’anima nella pianta si abbandona a un mesto lamento. Nel suo lamento l’anima dichiara di appartenere ad un suicida fiorentino, ma si mantiene nell’anonimato.

Con le parole dell’anonimo suicida fiorentino si chiude il tredicesimo canto.

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RIASSUNTO DETTAGLIATO:

L’azione del canto 13 dell’Inferno si svolge nel secondo anello del settimo cerchio, dove, trasformati in piante, e straziati dalle Arpie, trovano punizione i violenti contro se stessi (i suicidi).

Il canto si compone di tre sequenze narrative:

La prima sequenza, che va dall’inizio del canto al verso 33, contiene la presentazione della selva dei suicidi.

La seconda sequenza, che va dal verso 34 al verso 108, contiene l’episodio centrale del canto: l’incontro tra Dante e Pier delle Vigne (cancelliere di Federico II, condotto al suicidio dalle accuse di tradimento indirizzate contro di lui dai personaggi della corte federiciana).

La terza sequenza, che va dal verso 109 alla fine del canto, contiene una concitata scena di caccia (avente per protagonisti due scialacquatori), cui segue un breve segmento a carattere elegiaco recante il lamento di un anonimo suicida fiorentino trasformato in pianta.

Antefatto

Dante e Virgilio sono entrati nel settimo cerchio all’inizio del canto 12 ed hanno attraversato il più esterno dei tre anelli concentrici da cui il cerchio è formato: un fiume di sangue bollente nel quale Dante ha visto puniti i violenti contro il prossimo. Per oltrepassare il fiume, e raggiungere il secondo anello del settimo cerchio, Dante è stato aiutato da Nesso, uno dei tre centauri addetti a sorvegliare la punizione dei violenti. Il centauro Nesso ha preso Dante su di sé e l’ha traghettato dall’altra parte del fiume. Con l’arrivo di Dante e Nesso sull’altra sponda si è concluso il canto dodicesimo.

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Versi 1 – 33: Presentazione della selva dei suicidi

Quando il racconto riprende, al principio del canto 13, Nesso ha appena deposto Dante sulla riva e sta ritornando verso i centauri suoi compagni; Dante e Virgilio, intanto, imboccano il sentiero che immette nella selva dei suicidi. I versi dal 4 al 15 sono dedicati alla presentazione della selva: Dante descrive questo spazio come un bosco fitto – che il poeta assimila alla macchia maremmana – popolato da arbusti neri, intricati, coperti di punte spinose avvelenate, e abitato da creature mostruose, dal corpo di uccello e dal volto di donna: le Arpie.

Virgilio prende la parola e spiega a Dante che quella selva costituisce il secondo girone del settimo cerchio, e si estende fino al confine con una vasta landa di sabbia (la terza zona del cerchio).

Poiché nella selva si odono i lamenti dei dannati, ma non compaiono anime, Virgilio invita Dante a spezzare uno dei ramoscelli degli arbusti dai quali è circondato. Dante esegue quanto ordinato, e dall’arbusto spezzato comincia ad uscire del sangue insieme ad una voce umana.

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Versi 34 – 108: Colloquio tra Dante e Pier delle Vigne

Inizia qui il dialogo con l’anima di Pier delle Vigne (cancelliere di Federico II di Svevia, condotto al suicidio da alcune infamanti accuse di tradimento mosse al suo indirizzo nell’ambito della Corte federiciana).

Per prima cosa l’anima rimprovera Dante per aver spezzato i suoi rami, cosicché Virgilio interviene assumendosi la responsabilità del gesto del poeta e spiegando che solo agendo in quella maniera Dante avrebbe potuto credere all’incredibile condizione oltremondana dei suicidi. Quindi Virgilio invita il dannato a presentarsi.

L’anima si presenta dicendo di appartenere al segretario particolare dell’imperatore Federico II, quindi spiega come le infondate accuse di tradimento indirizzate alla sua persona dai cortigiani invidiosi lo condussero a togliersi la vita.

A questo punto Virgilio, per conto di Dante, chiede a Pier delle Vigne di spiegare come avvenga la trasformazione in piante delle anime dei suicidi. Pier delle Vigne spiega che le anime dei suicidi, immediatamente dopo essere state giudicate da Minosse, vengono sbalestrate nella selva, e si configgono nel terreno. Qui esse crescono in forma di pianta, torturate dalle Arpie che si nutrono delle loro foglie e che ne spezzano i rami. A conclusione della spiegazione, Pier delle Vigne aggiunge che nel giorno del giudizio universale ciascuna anima si ricongiungerà al proprio corpo, ma, per legge di contrappasso, non potrà rivestirsene, perché se ne distaccò volontariamente. Dunque ciascun suicida appenderà il proprio corpo alla propria pianta, e così corpi e anime trascorreranno l’eternità.

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Versi 109 – fine: Scena di caccia con gli scialacquatori

Mentre Dante e Virgilio stanno ancora ascoltando Pier delle Vigne, improvvisamente si sente un rumore di frasche spezzate, e compaiono due anime in corsa, inseguite da cagne infernali. Una delle due anime, mancando delle forze per proseguire la fuga, si rintana tra le frasche di un arbusto e lì viene dilaniata dalle cagne. Nella concitazione dell’aggressione, l’arbusto della selva viene straziato: l’anima al suo interno, lacerata, si lamenta; Virgilio e Dante si avvicinano, e Virgilio chiede all’anima a chi appartenga; l’anima, con un’articolata perifrasi a carattere storico-religioso, che designa la città di Firenze, fa intendere di essere l’anima di un fiorentino impiccatosi nella propria casa.

Da alcune battute pronunciate dai dannati coinvolti nella scena, si capisce che le anime che Dante e Virgilio hanno visto in fuga appartengono a Lano di Ricolfo Maconi e Iacopo di Santo Andrea, due personaggi celebri nell’epoca di Dante per l’esagerata prodigalità. La loro presenza nella selva è giustificata dal fatto che all’epoca di Dante la dilapidazione dei propri beni veniva percepita come una forma di violenza contro se stessi. L’anima nell’arbusto straziato non ha nome, rappresentando proprio col suo anonimato, i molti suicidi fiorentini degli anni delle rivalità comunali e delle guerre civili.