Archivio testo: Inferno Canto 26

Riassunto Canto XXVI (26) – Inferno

INFERNO

CANTO 26

Divina Commedia – Inferno XXVI

RIASSUNTO DEL CANTO
RIASSUNTO BREVE:

Il canto 26 dell’Inferno – fatto salvo il breve tratto iniziale, ambientato nella settima bolgia – si svolge nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, dove si trovano puniti i consiglieri fraudolenti. Episodio centrale del canto è l’incontro che Dante fa con l’anima di Ulisse, che racconta la storia del suo ultimo viaggio.

Il racconto si compone di quattro parti:

Nella prima parte l’azione è ferma, e i versi sono occupati da un’aspra invettiva contro Firenze, che Dante pronuncia sull’onda dell’indignazione per aver riconosciuto, tra i ladri puniti nella settima bolgia, i volti di cinque fiorentini. L’invettiva si apre con il sarcastico invito a Firenze a rallegrarsi della propria notorietà tra i cerchi dell’Inferno, e continua con la “profezia” della decadenza della città che farà seguito alla rivolta di Prato del 1309.

La seconda parte fa da raccordo narrativo, e contiene il racconto di come Dante e Virgilio risalgono il pendio della settima bolgia, tornano sul ponte che scavalca le bolge, e raggiungono il tratto di ponte che sovrasta l’ottavo fossato.

La terza parte comincia con la descrizione dell’ottava bolgia, quale si presenta a Dante che la guarda dall’alto del ponte. Dante vede il fossato disseminato di fiammelle, che si spostano tremolanti e silenziose per lo spazio sottostante; dentro le fiammelle, invisibili agli occhi, stanno le anime dei consiglieri fraudolenti, i dannati dell’ottava bolgia. Dante esprime la meraviglia della visione attraverso due similitudini poste in successione. Nella prima similitudine Dante paragona lo spettacolo della bolgia ad una vallata popolata di lucciole, nella seconda paragona la condizione delle anime avvolte dalle fiamme, alla condizione del profeta Elia quando venne rapito in cielo in una nuvola di fuoco. Virgilio prende la parola, e conferma a Dante ciò che il poeta ha già intuito, vale a dire che i dannati dell’ottava bolgia si trovano all’interno delle fiammelle. L’attenzione di Dante, intanto, viene attirata da una fiamma che si distingue dalle altre per il fatto di avere due punte anziché una. Virgilio spiega che in quella fiamma si trovano le due anime di Ulisse e di Diomede, punite insieme per aver peccato insieme. Dante esprime un intensissimo desiderio di parlare con la fiamma, Virgilio acconsente, e spiegando che degli eroi Achei non si degnerebbero di parlare con Dante, si offre di parlare al posto del poeta.

Inizia così il colloquio tra i due poeti e l’anima di Ulisse, a cui è dedicata la quarta sequenza del canto.

Virgilio chiede ad Ulisse, per conto di Dante, come sia morto. Ulisse risponde narrando la storia del suo ultimo viaggio. L’eroe racconta che dopo il rientro a Itaca, l’affetto dei cari non riesce a trattenerlo, ed egli, per inestinguibile sete di sapere, decide di rimettersi per mare, intenzionato a raggiungere i confini del mondo. Così, con un piccolo equipaggio, l’eroe raggiunge Gibilterra, il confine del mondo conosciuto. Lì l’eroe, con un discorso in cui dichiara che il più autentico dovere dell’essere umano è allargare i confini della conoscenza, persuade i compagni a proseguire: così l’equipaggio di Ulisse si avventura nel mondo sconosciuto. Dopo cinque mesi di navigazione la nave giunge in vista di una montagna altissima (il Purgatorio), l’equipaggio gioisce ed esulta, ma la gioia ha durata breve: dalla montagna si sprigiona un turbine che investe la nave e la risucchia in un gorgo che non lascia anima viva.

L’immagine delle acque che si richiudono sopra la nave di Ulisse, con cui termina il racconto dell’eroe, chiude anche il canto 26 dell’Inferno.

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RIASSUNTO DETTAGLIATO:

L’azione del canto 26 dell’Inferno – dopo un breve segmento di racconto che vede Dante e Virgilio ancora nella settima bolgia (vv. 1 – 19) – si volge all’interno dell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, dove si trovano puniti i consiglieri fraudolenti.

La narrazione si compone di quattro parti distinte:

I versi da 1 a 12 contengono una dura invettiva contro Firenze, che Dante pronuncia a commento del fatto di aver visto puniti, tra i ladri della settima bolgia, ben cinque fiorentini (alla fine del canto precedente).

I versi da 13 a 19 assolvono alla funzione di raccordo narrativo tra quanto narrato nel canto precedente e i nuovi fatti, e contengono il rapido racconto dell’uscita dalla settima bolgia e dell’arrivo sull’ottava.

I versi da 20 a 75 contengono la descrizione dell’ottava bolgia – che Dante vede dall’alto del ponte che la sovrasta – cui seguono la spiegazione, dalle parole di Virgilio, del peccato che vi si punisce, e l’introduzione dell’episodio dell’incontro con l’anima di Ulisse.

I versi da 76 alla fine svolgono il racconto dell’episodio al centro del canto 26: l’incontro tra Dante e l’anima Ulisse, che narra al poeta la storia del suo ultimo viaggio.

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Versi 1 – 12: Invettiva contro Firenze

Nei primi dodici versi del canto l’azione è ferma, e il discorso è occupato da un’invettiva dai toni aspramente polemici, che Dante pronuncia contro Firenze. L’attacco a Firenze si compone di due parti: nella prima parte Dante esorta con sarcasmo la sua città a rallegrarsi della presenza di tanti fiorentini tra le anime dell’Inferno, nella seconda parte rivolge all’indirizzo della città una “profetica” previsione di futura decadenza, con un riferimento alla ribellione di Prato del 1309.

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Versi 13 – 19: Uscita dalla settima bolgia

Terminata l’invettiva contro Firenze, Dante introduce alcuni versi che assolvono alla funzione di raccordare il punto a cui il racconto è rimasto fermo alla fine del canto 25, al punto in cui il racconto rientrerà nel vivo con la descrizione dell’ottava bolgia: si tratta in sostanza di pochi versi nei quali Dante descrive per sommi capi la risalita sua e di Virgilio dal fondo del settimo fossato fino al ponte che scavalca le bolge, e l’arrivo sul tratto sovrastante l’ottavo fossato.

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Versi 20 – 75: Presentazione dell’ottava bolgia

Giunto al di sopra dell’ottava bolgia, uno straordinario spettacolo si offre agli occhi di Dante: il fondo del fossato è completamente disseminato di fiammelle, che si spostano tremolanti e silenziose per lo spazio sottostante; dentro le fiammelle, invisibili agli occhi, stanno le anime dei consiglieri fraudolenti, i dannati dell’ottava bolgia.

Per descrivere le due idee della quantità e della “qualità” delle fiammelle, Dante ricorre a due similitudini in successione:

La prima similitudine ha lo scopo di far visualizzare al lettore la distesa di fiammelle che il poeta vede dall’alto: per rendere quest’idea, Dante paragona la bolgia ad una valle popolata di lucciole, quale la vedrebbe un contadino riposando su una collina in una notte d’estate.

Per descrivere il movimento verso l’alto di ciascuna fiammella e rendere contemporaneamente l’idea dell’invisibile presenza dentro di essa dell’anima di un dannato, Dante ricorre al paragone col rapimento in cielo – in una nuvoletta di fuoco – del profeta Elia, come lo vide Eliseo, che ad un trattò non scorse più il profeta, ma solo un fuoco che saliva verso il cielo.

Virgilio prende la parola, e conferma a Dante ciò che il poeta ha già intuito, vale a dire che i dannati dell’ottava bolgia si trovano all’interno delle fiammelle. L’attenzione di Dante, intanto, viene attirata da una fiamma che si distingue dalle altre per il fatto di avere due punte anziché una.

Virgilio spiega che la fiammella appare “doppia” perché in essa si trovano punite, per il lutto recato ai Troiani, due anime, quella di Ulisse e quella Diomede, uniti nel castigo come lo furono nel peccato.

Dante esprime a Virgilio un intensissimo desiderio di parlare con le due anime; Virgilio approva, ma dichiara che sarà lui parlare per conto di Dante, perché i due eroi Achei non si degnerebbero di parlare con un uomo men che celeberrimo.

Inizia così il colloquio tra Ulisse e Dante, o meglio, tra Ulisse e Virgilio che parla per conto di Dante.

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Versi 76 – fine: Colloquio con Ulisse

La domanda che Virgilio pone ad Ulisse a nome del poeta è come sia avvenuta la sua morte.

Alla domanda di Virgilio, la punta più alta della fiamma comincia a tremare come scossa dal vento, quindi il tremolio si trasforma in voce, e Ulisse avvia il racconto del suo ultimo viaggio.

Ulisse dichiara che, dopo il suo ritorno ad Itaca, l’affetto dei familiari non riesce a vincere in lui l’inestinguibile sete di conoscenza, per cui egli decide di mettersi nuovamente per mare, per rivolgersi verso nuove scoperte. Accompagnato da pochi fedeli compagni, Ulisse guida la sua nave fino alle colonne d’Ercole – l’odierno stretto tra Ceuta e Gibilterra – confine del mondo allora conosciuto. Lì, con un intenso discorso teso a ricordare che il più autentico e nobile dovere dell’essere umano è l’avanzamento della conoscenza, Ulisse persuade i compagni a proseguire e ad avventurarsi nella parte sconosciuta del mondo. Così l’eroe e il suo equipaggio oltrepassano lo stretto, e si inoltrano nell’Oceano, per giungere, dopo cinque mesi di navigazione, in vista di un monte di straordinaria altezza (Ulisse non può saperlo, ma si tratta del Purgatorio). Il gaudio alla vista della terraferma però ha breve durata, perché all’improvviso dalla montagna si sprigiona un turbine che investe la nave, e dopo averla fatta roteare per tre volte su se stessa, la risucchia nell’abisso.

Con l’immagine delle acque che si richiudono sopra la nave di Ulisse – figura della potenza divina, al confronto della quale anche il più audace sforzo umano vale nulla – si chiude il canto 26.