Archivio testo: Tancredi e Ghismunda

Tancredi e Ghismunda in italiano moderno

GIOVANNI BOCCACCIO

TANCREDI E GHISMUNDA

dal DECAMERON

VERSIONE IN ITALIANO MODERNO

RUBRICA DELLA NOVELLA: Tancredi, principe di Salerno, uccide l’amante della propria figlia (Ghismunda), e le manda il cuore di lui in una coppa d’oro; la giovane vi versa sopra una pozione velenosa, la beve e così mette fine alla sua vita.

Oggi il nostro re della giornata ci ha assegnato un tema doloroso come argomento di narrazione, pensando forse che, mentre siamo qui a rallegrarci, sia giusto che ci ricordiamo delle sofferenze altrui, le quali non possono essere raccontate senza suscitare compassione sia nel narratore, sia in coloro che le ascoltano. O forse il nostro re ha scelto questo argomento per mettere un freno all’ilarità che abbiamo provato nei giorni passati: in ogni caso, qualunque sia la ragione per la quale egli abbia scelto questo tema, dal momento che io non ho il diritto di contravvenire al suo desiderio, vi racconterò un fatto compassionevole, anzi sventurato e meritevole delle nostre lacrime.

Tancredi, principe di Salerno, fu un signore molto umano e di animo buono, tuttavia, nella sua vecchiaia, egli si sporcò le mani con il sangue di due innamorati. Egli, durante l’intero arco della sua vita ebbe unicamente una figlia (la Ghismunda del titolo, ma Boccaccio rivela il nome della fanciulla solo molto più avanti), e sarebbe stato un uomo più felice se non l’avesse avuta.

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Questa fanciulla fu amata da suo padre più di quanto nessun’altra al mondo lo fosse mai stata; e per via del tenero amore che Tancredi nutriva per lei, anche quando la giovane aveva superato da diversi anni l’età in cui avrebbe dovuto prendere marito, egli stentava a separarsi da lei, e non si risolveva a trovarle uno sposo. Solo dopo lungo tempo, Tancredi concesse sua figlia in sposa ad uno dei figli del duca di Capua, ma egli la lasciò vedova dopo poco tempo che stavano insieme, e lei tornò nuovamente da suo padre. La fanciulla era più bella, sia nel corpo che nel viso, di qualsiasi altra donna al mondo, ed era di animo forte e coraggioso, e inoltre era saggia più di quanto ci si sarebbe mai aspettato da una donna. E dopo che ella fu tornata a vivere con il suo affettuoso padre, da vera nobildonna, tra mille comodità, dal momento che vedeva che suo padre, condizionato dall’amore che nutriva per lei, non si preoccupava molto di trovarle un secondo marito, visto che le sembrava scorretto chiedergli di farlo, Ghismunda decise che, nel caso in cui fosse stato possibile, le sarebbe piaciuto avere un amante segreto.

E poiché vedeva che la corte del padre era frequentata da molti uomini, nobili e non nobili, come vediamo sempre accadere nelle corti, dopo che ebbe osservato attentamente le maniere e le abitudini di molti di loro, tra tutti, le piacque in maniera particolare un giovane scudiero di suo padre, il cui nome era Guiscardo, un ragazzo di origini assai umili, ma, per valore e per costumi, più nobile di chiunque altro; così, in silenzio, col vederlo e il rivederlo, se ne innamorò fortemente, apprezzando sempre di più i suoi modi. Ed il giovane, che a sua volta non mancava di perspicacia, appena si fu accorto delle attenzioni che Ghismunda gli riservava, si innamorò di lei in maniera tale, che quasi distolse la mente da qualsiasi altra cosa che non fosse amare lei.

Ora, quando ormai i due si amavano l’un l’altro segretamente nella maniera descritta, poiché la giovane figlia di Tancredi nulla desiderava tanto quanto stare insieme a Guiscardo, ma allo stesso tempo non voleva servirsi di nessuno come intermediario, per non divulgare il suo amore, escogitò nella propria mente un singolare stratagemma per indicare al suo amato un modo per incontrarsi. La giovane scrisse una lettera e in quella lettera mise tutte le istruzioni che egli avrebbe dovuto seguire, il giorno successivo, per rimanere da solo con lei. Quindi mise questa lettera nella parte cava di uno spezzone di canna, e, a mo’ di scherzo, diede questo pezzo di canna a Guiscardo, dicendogli: “Questa sera, da’ questo pezzo di canna alla tua servitrice, affinché ella possa utilizzarlo come soffione per ravvivare il focolare”.

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Guiscardo prese il pezzo di canna, e, ritenendo che, se la giovane glielo aveva dato e gli aveva detto quelle parole, non poteva essere senza una ragione, si allontanò e lo portò a casa sua. Una volta a casa, esaminando bene la canna, si accorse che quella era stata tagliata; allora l’aprì, trovò la lettera che c’era dentro e la lesse, e dopo che ebbe capito bene che cosa avrebbe dovuto fare il giorno successivo, fu l’uomo più felice del mondo, e cominciò ad architettare come poter andare da Ghismunda nella maniera in cui ella gli aveva indicato.

Di fianco al palazzo del principe (Tancredi) c’era una grotta scavata all’interno della montagna, realizzata in tempi ormai remoti, e questa grotta riceveva un po’ di luce da un pertugio appositamente ricavato nella montagna; e questo pertugio, dal momento che la grotta era da tempo abbandonata, era ormai quasi completamente ostruito dai rovi e dalle piante che vi erano nate al di sopra. A questa grotta era possibile accedere attraverso una scala segreta, che partiva da una delle stanze al pian terreno del palazzo, quella occupata dalla figlia di Tancredi, e questa scala era separata dalla stanza da una pesantissima porta. Ora, questa scala, dal momento che non veniva utilizzata ormai da moltissimo tempo, era a tal punto uscita dalla memoria di chiunque, che ormai non c’era quasi più nessuno che si ricordasse della sua esistenza. Tuttavia Amore, al cui sguardo non c’è nulla di tanto segreto da poter sfuggire, aveva fatto sì la fanciulla innamorata si ricordasse dell’esistenza della scala. E la giovane, per non dover condividere con nessun altro il suo segreto, aveva faticato molti giorni per riuscire ad aprire da sola quella pesantissima porta. E quando finalmente ci era riuscita, ed era scesa da sola all’interno della grotta e aveva visto il pertugio, immediatamente aveva mandato a Guiscardo il messaggio di raggiungerla passando attraverso quel pertugio, e gli aveva indicato a che altezza da terra potesse trovarsi quell’apertura.

Per mettere in pratica questo piano, Guiscardo aveva subito preparato una fune con tutta una serie di nodi e cappi, che gli avrebbero permesso di utilizzare la corda come una scala per scendere e salire, quindi si era vestito con un abito di cuoio che lo avrebbe protetto dalle spine; poi, la notte seguente, senza che nessuno si potesse accorgere di nulla, aveva raggiunto quel pertugio, e lì, dopo aver legato a dovere uno dei capi della fune ad un resistente cespuglio che era cresciuto proprio all’imboccatura del foro, servendosi della fune, si era calato all’interno della grotta e lì era rimasto in attesa dell’arrivo della sua amata.

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La giovane, il giorno successivo, fingendo di aver voglia di dormire, aveva mandato via le sue damigelle e si era rinchiusa all’interno della sua camera; quindi aveva aperto la porta della grotta e, appena scesa all’interno, vi aveva trovato Guiscardo. I due si fecero l’un l’altro una meravigliosa accoglienza, e spostatisi insieme all’interno della camera di lei, trascorsero la maggior parte di quel giorno tra i piaceri; e dopo che ebbero stabilito delle regole precise, in modo che la loro relazione rimanesse segreta, Guiscardo ritornò nella grotta, mentre la fanciulla, richiusa la porta, raggiunse le sue damigelle.

Durante la notte successiva, Guiscardo risalì per la sua fune, e attraverso il pertugio dal quale si era calato nella grotta, raggiunse l’esterno e se ne tornò a casa; poi, una volta imparato questo tragitto, nei tempi successivi lo percorse e ripercorse molte volte. Ma la sorte, invidiosa di un amore così duraturo e così grande, provocando un accadimento nefasto, trasformò in triste pianto la gioia dei due amanti.

Tancredi, di tanto in tanto, aveva l’abitudine di recarsi tutto solo nella camera di sua figlia, e di trascorrere lì un po’ di tempo conversando con lei, per poi andarsene. Un giorno, dopo aver pranzato, Tancredi si recò in quella stanza, mentre sua figlia, il cui nome era Ghismunda (nel testo originale è questa la prima volta in cui Ghismunda viene chiamata per nome; la retardatio nominis è una tecnica ricorrente nella narrativa medievale, e Boccaccio l’adotta in molte novelle) , si trovava in giardino in compagnia di tutte le sue damigelle; pertanto Tancredi entrò nella stanza di lei senza essere visto né sentito da nessuno, e, poiché non voleva importunare sua figlia, costringendola a smettere ciò che stava facendo con piacere, egli lasciò le finestre della camera chiuse e le tende del letto a baldacchino abbassate, e si mise a sedere in silenzio sopra una cassetta che si trovava ai piedi del letto; e dopo che ebbe appoggiato la testa sul letto e si fu coperto con la tenda, si addormentò, completamente invisibile, come se si fosse nascosto di proposito.

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Ora, mentre egli dormiva in questa maniera, Ghismunda, che per sua sfortuna aveva fatto venire Guiscardo proprio in quel giorno, si congedò dalle damigelle che stavano con lei nel giardino, e, senza temere alcunché, andò nella sua camera e chiuse la porta dietro di sé, senza rendersi conto che qualcuno si trovava già all’interno della stanza. A questo punto, aperta la porta a Guiscardo che la aspettava, se mise sul letto insieme a lui, come era loro abitudine. Ma mentre i due scherzavano e si divertivano tra loro, avvenne che Tancredi si svegliò, ed ebbe modo di vedere e sentire ciò che sua figlia e Guiscardo facevano. Egli, tremendamente addolorato per ciò che accadeva, dapprima ebbe la tentazione di sgridarli, poi, però, prese la decisione di starsene in silenzio e di provare a restare nascosto, in modo da poter fare, in maniera più discreta e senza disonore per sé, ciò che nel suo animo aveva ormai preso la decisione di fare.

I due amanti trascorsero parecchio tempo insieme, così come erano abituati a fare, senza accorgersi di Tancredi; e quando a loro sembrò che fosse giunto il momento, scesero dal letto, e Guiscardo se ne tornò nella grotta, mentre Ghismunda uscì dalla camera. Tancredi, sebbene fosse ormai anziano, si calò nel giardino da una finestra della stanza, senza che nessuno lo vedesse, e, addolorato da morire, fece ritorno alla propria camera.

Dopo di ciò, Tancredi, con un suo ordine, nelle prime ore della notte successiva, fece catturare Guiscardo da due suoi uomini, mentre quello stava uscendo dal pertugio, e si trovava impacciato nei movimenti dalla veste di cuoio; quindi lo fece condurre di fronte a sé, e quando se lo vide davanti, gli disse quasi tra le lacrime: “Guiscardo, la benevolenza che ho dimostrato nei tuoi confronti non meritava di essere ricambiata con l’oltraggio e la vergogna che mi hai procurato nei miei affetti, come ho potuto vedere oggi io stesso con questi miei occhi”. Guiscardo non gli rispose altro che questo: “Il dio Amore è molto più potente di quanto non lo siamo io, né voi”. A questo punto Tancredi dette ordine che Guiscardo, senza che si sapesse, fosse tenuto sotto sorveglianza in una delle camere del palazzo; e così fu fatto.

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All’arrivo del mattino successivo, Ghismunda non aveva idea di tutto ciò che era successo, mentre Tancredi aveva escogitato una serie di cose terribili; dopo pranzo, come era abituato a fare, Tancredi si recò nella camera di sua figlia. Quindi la mandò a chiamare e si chiuse nella stanza insieme a lei; a questo punto le cominciò a dire tra le lacrime: “O Ghismunda, dal momento che io credevo di conoscere la tua virtù e la tua onestà, mai mi sarebbe potuto venire in mente, né lo avrei creduto se mi fosse stato riferito, che tu fossi capace anche solo di pensare di andare a letto con qualcuno che non fosse tuo marito, ed invece è ciò che io ho visto con i miei stessi occhi, e di questa cosa, per tutta la restante parte della mia vita che la vecchiaia ha in serbo per me, io ne soffrirò, ogni volta che me ne ricorderò.

Inoltre, se era destino che tu arrivassi a tanta disonestà, almeno avesse voluto Dio che tu avessi il decoro di scegliere un uomo adeguato al tuo rango; invece, tra tanti uomini che frequentano la mia corte, sei andata a scegliere proprio Guiscardo, un giovane di umilissima condizione sociale, allevato nella nostra corte da quand’era fanciullo fino ad oggi, come un trovatello; e così facendo tu mi hai gettato in uno stato di completo sconforto, dal momento che non so che decisione prendere riguardo a te. Di Guiscardo, che io ho fatto catturare questa notte, nel momento in cui usciva dal pertugio, e che adesso tengo sotto sorveglianza, io nel mio animo ho già deciso cosa farne. Ma riguardo a te, Dio sa, se so cosa devo fare. Da una parte mi tira il mio amore per te, che è più forte di quello di qualsiasi padre nei confronti di sua figlia, dall’altra parte mi tira una sacrosanta indignazione, derivante dal gesto indegno che hai compiuto: l’amore vorrebbe che io ti perdonassi, lo sdegno vuole che io, facendo forza contro la mia naturale predisposizione verso di te, mi comporti in maniera crudele nei tuoi confronti: ma, prima di prendere una decisione, io voglio ascoltare ciò che tu hai da dire in merito a questa faccenda”. E dopo che ebbe detto queste parole, abbassò lo sguardo, piangendo a dirotto, come avrebbe fatto un fanciullo che le avesse prese di santa ragione.

Ghismunda, ascoltando le parole di suo padre, e apprendendo non soltanto che la sua relazione segreta era stata scoperta, ma che per giunta Guiscardo era stato catturato, provò un dolore indicibile, e ripetutamente fu sul punto di manifestarlo con grida e con pianti, come le donne sono solite fare il più delle volte. Ma per tutto il tempo il suo animo altero riuscì ad avere la meglio su questa vile pulsione, e, con una forza straordinaria, Ghismunda mantenne un’espressione composta sul suo volto, e dentro di sé, ritenendo che il suo Guiscardo fosse già stato ucciso, non pensò a porgere suppliche in favore della propria vita, ma stabilì di voler morire.

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Perciò, non alla maniera di una donna addolorata, che viene rimproverata di un suo errore, ma alla maniera di una donna valorosa e incurante delle minacce, con il volto asciutto e franco, e senza il minimo turbamento, disse a suo padre: “O Tancredi, non ho intenzione né di negare, né di supplicare, perché negare non servirebbe a niente e supplicare non voglio farlo; inoltre non ho intenzione di fare alcun gesto per farti tornare calmo e riguadagnarmi la tua benevolenza e il tuo amore: piuttosto ho intenzione di confessare tutta la verità, e di difendere la mia reputazione con argomenti legittimi e quindi, con i fatti, dare seguito alla mia fierezza d’animo. Ebbene è vero che io ho amato e amo tutt’ora Guiscardo, e io l’amerò per tutto il tempo che mi resta da vivere, per poco che sia; e, se si può amare anche dopo la morte, anche allora io non cesserò di amarlo. E a fare ciò, non sono stata spinta dalla fragilità femminile, bensì dal fatto che tu non ti sia assolutamente preoccupato di trovarmi un marito, e poi dal valore che Guiscardo mi ha dimostrato di avere.

Avrebbe dovuto esserti chiaro, o Tancredi, che, dal momento che tu sei fatto di carne, hai generato una figlia fatta di carne, e non di pietra e neppure di ferro; e avresti dovuto ricordare, e faresti bene a ricordarlo anche ora, malgrado tu sia diventato vecchio, quante e quali siano le leggi che la natura detta all’età giovanile e quale forza esse abbiano; e sebbene tu, essendo un uomo, ti sia dedicato per una parte dei tuoi anni migliori all’arte militare, avresti in ogni caso dovuto sapere a cosa l’ozio e l’agio possano indurre sia i vecchi che i giovani.

Dunque, siccome mi hai generata tu, io sono fatta di carne, e siccome sono vissuta abbastanza poco, sono ancora giovane, e queste due cose, messe insieme, fanno sì che io sia piena di desiderio sessuale, e questo desiderio ha ricevuto una spinta ulteriore dal fatto che io sono già stata sposata e perciò conosco quale piacere deriva dal soddisfare il desiderio amoroso. E dal momento che io non riuscivo a resistere a impulsi così potenti, e dal momento che sono giovane e sono una donna, ho fatto la scelta di indirizzarmi verso ciò a cui quegli impulsi mi tiravano, e mi sono innamorata. E sta’ sicuro che io ho tentato di evitare con ogni mio mezzo, nella misura in cui ne fossi capace, di procurare vergogna a me o a te mentre commettevo quel peccato che l’istinto mi induceva a commettere. E il dio Amore, mostrandosi indulgente, e la sorte, mostrandosi benevola, avevano trovato e mi avevano indicato una via assolutamente segreta per la quale io potessi raggiungere il mio scopo; e attraverso quella via, senza che nessuno se ne accorgesse, io sono riuscita a soddisfare i miei desideri. E che io abbia fatto tutto questo – chiunque sia stato a rivelartelo o qualunque sia stato il modo in cui tu sei venuto a saperlo – io non lo nego.

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Guiscardo non l’ho scelto a caso, come fanno in molte, ma l’ho preferito a tutti gli altri compiendo una scelta ragionata, e con un accurato disegno l’ho fatto arrivare fino a me, e ho soddisfatto il mio desiderio grazie all’accorta perseveranza, mia e sua. Inoltre, in merito a quanto è accaduto, io ho l’impressione che tu, al di là del fatto che io abbia peccato in amore, mi rimproveri con maggiore amarezza, dimostrando così di allinearti all’opinione più comune e di ignorare la verità, per il fatto che io ho scelto come amante un uomo di umile condizione, e parli come se volessi intendere che non ti saresti turbato nel caso io avessi scelto come mio amante un uomo nobile; ma dicendo queste cose non ti accorgi che mi accusi di un peccato non mio, ma della sorte, la quale, molto spesso, porta in alto gli uomini meno degni, e abbandona in basso quelli maggiormente degni.

Tuttavia, per ora lasciamo stare la sorte, e soffermiamo la nostra attenzione sull’essenza delle cose: ti accorgerai che noi tutti abbiamo derivato la nostra carne da un’unica sostanza e abbiamo ricevuto le nostre anime da un unico Creatore, che ha dato a quelle anime uguali forze, uguali capacità e uguali poteri. Ma dopo esser nati tutti uguali, come prima cosa ci ha distinto il valore personale; e furono definiti “nobili” coloro che avevano o davano prova di un maggior valore personale, mentre tutti gli altri restarono “non nobili”. E sebbene successivamente sia invalsa una diversa usanza, che è andata a soppiantare questa legge, questa legge non è ancora stata cancellata, né dalla natura, né dalla giustizia. Per questo, chi agisce valorosamente dà chiaramente prova di essere nobile, e chi lo definisce altrimenti, commette un errore che non deve ricadere su colui che ne è vittima.

Ora sofferma l’attenzione su tutti gli uomini nobili che frequentano la tua corte, e valuta il loro valore, i loro costumi e i loro modi, e poi valuta quelli di Guiscardo: se esprimerai il tuo giudizio con animo imparziale, tu dovrai riconoscere che egli è estremamente nobile, mentre tutti quegli uomini nobili sono dei villani. In merito alle capacità e al valore di Guiscardo io non ho dato retta al giudizio di chissà chi, bensì mi sono fondata su ciò che tu stesso hai detto e su ciò che potevo vedere con i miei occhi. Chi ha mai elogiato Guiscardo, tanto quanto hai fatto tu, riguardo a tutte quelle cose degne di lode per le quali un uomo valoroso deve essere lodato? E di certo non lo hai fatto a torto, poiché, se i miei occhi non mi hanno ingannato, io non ti ho mai sentito attribuirgli meriti che io stessa non vedessi in lui, e in maniera più spiccata di quanto le tue parole potessero esprimere; per cui, se nel compiere la mia scelta io sono stata ingannata, sei stato tu ad ingannarmi.

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Stando così le cose, tu te la sentiresti di dire che io ho amato un uomo di vile condizione? Non diresti la verità; più giusto sarebbe allora se tu dicessi che io ho amato un uomo povero, ma ciò sarebbe un tuo demerito di principe, perché vorrebbe dire che non hai saputo trarre fuori dalla povertà un uomo valoroso che ti ha servito valorosamente; e in ogni caso, la povertà non toglie la nobiltà alle persone, toglie loro le ricchezze. Molti re, molti grandi principi sono uomini provenienti dalla povertà, e molti di coloro che zappano la terra e sorvegliano i greggi, sono stati e sono ancora molto ricchi.

Infine, l’ultimo dubbio che sollevavi, ossia cosa fosse giusto fare di me, puoi scacciarlo del tutto. Se tu, nella vecchiaia avanzata, sei disposto a fare ciò che non hai fatto durante tutta la tua vita, ossia comportarti in maniera crudele verso di me, allora preparati a farlo, perché io non sono intenzionata a rivolgerti nessuna supplica, dal momento che sei tu la prima causa di questo peccato, se di peccato si è trattato; e inoltre ti dico che puoi stare certo che, se non farai a me la stessa cosa che hai già fatto o che farai a Guiscardo, ci penserò io stessa a farlo con queste mie mani. Per cui, ora va pure con le donne a versare lacrime e sii crudele: uccidi con uno stesso colpo me e lui, se credi che è questo ciò che abbiamo meritato.

In questo modo il principe Tancredi ebbe modo di conoscere quanto coraggiosa fosse sua figlia; tuttavia egli non credette che Ghismunda fosse realmente disposta a fare tutto ciò che dichiarava di voler fare. Perciò, dopo che egli si fu congedato da lei, abbandonato ogni proposito di infierire contro di lei, pensò di placare con il sangue altrui il proprio amore tradito, e quindi ordinò ai due che sorvegliavano Guiscardo di strangolare il giovane durante la notte successiva, senza fare rumore, e poi di strappargli il cuore e di portarlo a lui; e quelli fecero ciò che era stato ordinato loro di fare.

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Poi, quando giunse il mattino successivo, il principe Tancredi si fece portare una coppa d’oro molto bella e grande, e all’interno di quella pose il cuore di Guiscardo; quindi, incaricò il più fidato tra i suoi servitori di portare la coppa a Ghismunda e gli ordinò di dirle queste parole mentre gliela consegnava: “Tuo padre di manda questo, come consolazione per aver perso ciò che tu più amavi al mondo, nella stessa maniera in cui tu hai consolato lui della perdita di ciò che egli più amava al mondo”.

Ghismunda, che era rimasta salda nei suoi fieri propositi, si era fatta portare delle erbe e delle radici, e poi, quando il padre era andato via, le aveva stillate nell’acqua e ne aveva fatto una pozione, in modo da averla subito a portata di mano nel caso fosse avvenuto ciò che lei temeva che avvenisse. Quando le si presentò il servitore, con l’omaggio e le parole del principe suo padre, con un’espressione crudele prese la coppa e tolse il coperchio, e quando vide il cuore e ascoltò le parole che il padre le mandava a dire, ebbe immediatamente la certezza che quello era il cuore di Guiscardo.

Dunque, sollevato lo sguardo verso il servitore, disse: “Ad un cuore di questo genere non si addiceva un’urna che non fosse quantomeno d’oro (Ghismunda ironizza sulla coppa d’oro nella quale suo padre le ha mandato il cuore di Guiscardo); mio padre almeno in questo ha fatto la cosa giusta”. E dopo che ebbe detto queste parole si accostò il cuore alle labbra e lo baciò, poi aggiunse: “In ogni circostanza, fino a questo punto della mia vita, ho sempre goduto di un amore tenerissimo da parte di mio padre, ma oggi ne ho la prova più che mai; e perciò, per un omaggio tanto grande, tu gli riferirai i più grandi ringraziamenti che mai io gli possa dovere”. Dopo aver detto queste parole, rivolta alla coppa che teneva stretta tra le sue mani, guardando quel cuore, disse: “Ahi, dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri, maledetta sia la crudeltà di colui che ha fatto sì che io ti potessi vedere con gli occhi che ho sul viso! Mi era sufficiente guardarti in ogni momento con gli occhi della mia mente. Tu hai finito di vivere, terminando il tempo che la sorte di aveva concesso; sei arrivato a quel traguardo verso il quale tutti noi corriamo; hai lasciato dietro di te le miserie e le fatiche della vita terrena; ed hai ricevuto dal tuo nemico in persona quella sepoltura (d’oro), che il tuo valore meritava. Per avere delle esequie in piena regola non ti mancava altro che le lacrime versate dalla donna che, finché sei stato in vita, tu hai amato tanto; e affinché tu potessi avere anche quelle, Dio ha fatto venire in mente al mio spietato padre di mandarti da me, ed io verserò quelle lacrime per te, malgrado mi fossi ripromessa di morire con gli occhi asciutti e con il volto non spaventato; e dopo che avrò versato quelle lacrime, senza frapporre esitazione alcuna, io farò in modo che la mia anima si ricongiunga, con il tuo aiuto, con quell’anima che tu custodisti tanto caramente. Ed in compagnia di chi, più che di lei, io potrei andare più felice, e più sicura verso i luoghi sconosciuti dell’aldilà? Io sono certa che la tua anima si trovi ancora qui nelle vicinanze, e stia osservando i luoghi dei suoi piaceri e dei miei; e poiché quell’anima, io ne sono certa, mi ama ancora, essa aspetta la mia anima, che a sua volta la ama immensamente”.

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E dopo che ebbe detto queste parole, come se avesse avuto nella testa una sorgente d’acqua, senza emettere neppure uno dei lamenti tipicamente femminili, chinandosi sopra la coppa, cominciò a piangere e a versare tante di quelle lacrime, che fu qualcosa di straordinario da vedere, ed intanto baciava infinite volte quel cuore morto.

Le sue damigelle, che le stavano intorno, non comprendevano né a chi appartenesse quel cuore, né cosa volessero dire le parole di Ghismunda; tuttavia, vinte dalla compassione, piangevano tutte insieme a lei, e invano, le continuavano a chiedere per quale ragione piangesse, e ancor più invano, si sforzavano di confortarla, nella maniera migliore che sapessero fare.

Ghismunda, dopo che ebbe pianto quanto voleva, sollevò il capo, si asciugò gli occhi e disse: “O mio amatissimo cuore, io ho assolto ad ogni dovere nei tuoi confronti; e non c’è altro che mi resti da fare se non venire a farti compagnia con la mia anima”. E dopo che ebbe detto queste parole, Ghismunda si fece consegnare l’anforetta nella quale era contenuta la pozione velenosa che ella aveva confezionato il giorno precedente; quindi versò la pozione nella coppa dove si trovava il cuore, ormai lavato dalle molte lacrime che ella aveva versato su di esso, e, senza nessuna paura, accostò le labbra alla coppa e bevve tutto il veleno; e dopo che lo ebbe bevuto, con la coppa tra le mani, andò a stendersi sul suo letto, e cercò di assumere la posizione più composta che riuscisse ad assumere, accostando al proprio cuore quello dell’amato defunto; quindi, completamente in silenzio, si mise ad attendere la morte.

Le sue damigelle, dopo che ebbero visto e ascoltato queste cose, dal momento che non sapevano che pozione fosse quella che Ghismunda aveva bevuto, avevano fatto riferire ogni cosa a Tancredi; costui, temendo quello che poi, di fatto, sarebbe avvenuto, lesto era sceso nella camera di sua figlia, nella quale era arrivato quando lei si era già distesa sul letto; e iniziando solo allora a confortarla con parole dolci, poiché vedeva fino a che punto ella avesse avuto il coraggio di spingersi, Tancredi cominciò a piangere addolorato.

Ghismunda gli disse: “O Tancredi, conserva queste lacrime per eventi più tristi di questo, e non le versare per me, perché non le voglio. Saresti il primo uomo a piangere per aver ottenuto ciò che desiderava! Tuttavia, se dentro di te sopravvive qualche traccia dell’amore che nutrivi per me, soddisfa un mio ultimo desiderio: visto che non hai permesso che io e Guiscardo ci vedessimo in silenzio e di nascosto, voglio che ora, pubblicamente e senza infingimenti, il mio cadavere giaccia a fianco al suo, ovunque tu lo abbia fatto gettare dopo averlo ucciso”.

Tancredi, con la voce rotta dal pianto, non fu in grado di rispondere.

A quel punto la giovane, sentendo che la sua ora era arrivata, strinse al proprio petto il cuore dell’amato e disse: “Che Dio vi aiuti, io vi lascio”. E, chiusi gli occhi, e perduta ogni facoltà, lasciò questa vita.

Questa, come avete potuto ascoltare, fu la tristissima fine dell’amore di Ghismunda e Guiscardo; Tancredi, dopo aver lungamente pianto, ed essersi tardivamente pentito della sua crudeltà, fece onorevolmente seppellire i due amanti all’interno di un unico sepolcro, con grande dolore di tutti i salernitani.