Archivio testo: Frate Cipolla

Frate Cipolla in italiano moderno

GIOVANNI BOCCACCIO

FRATE CIPOLLA

dal DECAMERON

VERSIONE IN ITALIANO MODERNO

RUBRICA DELLA NOVELLA: Frate Cipolla promette ad alcuni contadini che mostrerà loro una penna dell’Arcangelo Gabriele; e quando al posto della penna trova dei carboni, dichiara che si tratta di quelli sui quali fu arrostito San Lorenzo.

Certaldo, come forse avrete avuto modo di sentir dire, è un borgo di Val d’Elsa, che si trova nella campagna fiorentina, e, sebbene sia di piccole dimensioni, è sempre stato abitato da uomini nobili e benestanti; a Certaldo, visto il buon guadagno che vi faceva, ebbe per lungo tempo l’abitudine di recarsi ogni anno, per raccogliere le elemosine che gli sciocchi fanno ai frati, un frate di Sant’Antonio, il cui nome era Frate Cipolla, particolarmente ben visto in quella zona, più che altro per il suo nome, poiché il terreno di Certaldo produce cipolle famose in tutta la Toscana.

Questo frate Cipolla era piccolo di statura, aveva i capelli rossi, una faccia allegra ed era il peggior briccone che esistesse al mondo: inoltre, pur essendo completamente ignorante, era un oratore così abile e spigliato, che chi lo avesse conosciuto, non soltanto avrebbe creduto che egli fosse un grande esperto di retorica, ma avrebbe detto che fosse Cicerone in persona, oppure di Quintiliano; inoltre era compagno di brigata e amico di quasi tutti quelli che abitassero quelle zone.

Cipolla, secondo la sua abitudine, si recò a Certaldo più volte durante il mese di agosto, e, in una di queste occasioni, una domenica mattina, quando tutti gli uomini e le donne devoti dei paesi circostanti si trovavano raccolti nella canonica per la messa, quando a lui sembrò essere giunto il momento opportuno, si fece avanti e disse:

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“Signori e signore, come voi sapete bene, è una vostra usanza mandare ogni anno ai poveri dell’illustre Sant’Antonio, una parte del vostro grano e delle vostre biade, offrendo chi più e chi meno, a seconda delle possibilità e della devozione di ciascuno, affinché il beato Sant’Antonio protegga i vostri buoi, i vostri asini, i vostri maiali e le vostre pecore; oltre a questo, avete l’abitudine di pagare, in particolar modo coloro che sono iscritti alla nostra confraternita, quel piccolo contributo che si deve una volta all’anno.

Ed io sono stato mandato dal mio superiore, ossia dall’abate, a raccogliere proprio queste offerte, e perciò, con la benedizione di Dio, dopo l’ora nona, quando sentirete suonare i campanelli, vi raccoglierete all’esterno della chiesa, e lì io vi farò la predica come sono solito fare e voi potrete baciare la croce; inoltre, dal momento che ho imparato a conoscervi come persone molto devote a Sant’Antonio, in via del tutto straordinaria vi mostrerò una reliquia bella e santissima, che io in persona ho riportato con me dalla Terra Santa, che si trova al di là del mare: si tratta di una delle penne dell’Arcangelo Gabriele, che egli perse nelle camera della Vergine Maria quando egli si recò da lei a Nazareth per compiere l’annunciazione. E dette queste parole, frate Cipolla tacque e riprese la messa.

Mentre Frate Cipolla diceva queste cose, tra le molte persone che si trovavano all’interno della chiesa, erano presenti due giovani molto astuti, i nomi dei quali erano Giovanni del Bragoniera e Biagio Pizzini, i quali, dopo aver riso un po’ tra di loro per via della reliquia annunciata da Frate Cipolla, maturarono il proposito di giocargli uno scherzo riguardo alla penna di cui egli aveva parlato.

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E poiché i due erano venuti a sapere che Frate Cipolla al mattino mangiava all’interno del borgo insieme ad un suo amico, appena seppero che egli si era messo a tavola, si misero sulla strada e raggiunsero l’albergo presso il quale Cipolla alloggiava, ed entrarono con questo proposito: Biagio aveva il compito di tenere occupato con qualche chiacchiera il servitore di Frate Cipolla, mentre Giovanni doveva frugare tra le cose di Frate Cipolla fino a trovare la famosa penna, di qualsiasi cosa si trattasse, e quindi prenderla, per poi vedere che cosa avrebbe inventato Cipolla una volta di fronte al popolo.

Frate Cipolla aveva un servitore, che alcuni chiamavano col nome di Guccio Balena ed altri Guccio Imbratta, e c’era anche chi lo chiamava Guccio Porco, e costui era a tal punto inetto, che neppure Lippo Topo avrebbe potuto farne di altrettanto grosse come egli ne faceva. Frate Cipolla aveva l’abitudine di scherzare con la sua brigata e dire in molte occasioni: “Il mio servitore ha nove difetti tali che, se soltanto uno di essi si trovasse in Salomone, in Aristotele o in Seneca, sarebbe sufficiente a vanificare ogni loro dote, ogni loro qualità, ogni loro capacità. Pensate perciò che uomo possa essere lui, che è completamente privo di doti, qualità e capacità, e di quei difetti ne ha ben nove!”.

E una volta che gli chiesero quali fossero questi nove difetti, Cipolla, che li aveva messi in rima, rispose: “Ve lo dirò: egli è lento, sporco e bugiardo; negligente, disobbediente e maldicente; trascurato, smemorato, scostumato. Senza considerare che egli ha anche altri difetti meno gravi, dei quali non farò menzione per il suo bene. E ciò che più di tutto fa ridere riguardo a lui è che egli, dovunque vada, vorrebbe trovare una moglie e accasarsi. E sebbene egli abbia una barba lunga, nera e unta, è così convinto di essere bello e desiderabile, che crede che tutte le donne che lo vedono, s’innamorino di lui; e se lo si lasciasse fare, egli andrebbe dietro a tutte, senza pudore. È tuttavia vero che egli mi è di grande aiuto, dal momento che non esiste segreto che mi sia rivelato che egli non tenti di ascoltare; e se capita che qualcuno mi chieda qualcosa, ha una tale paura che io non sappia rispondere che immediatamente si mette avanti lui e risponde di sì o di no, a seconda di come crede che si debba rispondere”.

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Frate Cipolla, lasciando Guccio in albergo, gli aveva raccomandato di sorvegliare bene che nessuno toccasse le sue cose, e in particolar modo le due bisacce, dal momento che al loro interno si trovavano le sacre reliquie.

Ma Guccio Imbratta, che desiderava stare in cucina più di quanto un usignolo desideri stare sopra i rami verdi, in particolare se si accorgeva che c’era qualche serva, poiché aveva visto una serva nella cucina dell’oste, grassa e grossa, bassa e mal fatta, con due tette che sembravano due ceste per il letame e con una faccia che sembrava una dei Baronci, e per giunta tutta sudata e puzzolente di fumo, si era catapultato in cucina come l’avvoltoio si getta sulla carogna, lasciando aperta la porta della camera di Frate Cipolla e tutte le sue cose in stato di abbandono.

E malgrado fosse il mese di agosto, Guccio si era messo a sedere vicino al fuoco, e aveva cominciato a cercare di conversare con questa serva, il cui nome era Nuta, dicendole che egli aveva origini nobili per procura e possedeva oltre millantanove fiorini, senza contare quelli che egli doveva restituire ad altri, i quali, forse, erano anche di più, e che egli sapeva fare e dire tante di quelle cose, che neppure il suo padrone avrebbe saputo fare altrettanto.

Inoltre, senza porsi minimamente il problema che aveva addosso un cappuccio sopra il quale c’era tanto sporco d’unto che sarebbe stato possibile usarlo come condimento per l’enorme pentolone di Altopascio, e un farsetto strappato e rattoppato, e intorno al collo e sotto le ascelle aveva uno strato di sudiciume che lo faceva apparire lucente come fosse smaltato, e con più macchie e più colori di quanti ce ne siano nei tessuti dei tartari e degli indiani, e indossava delle scarpette tutte rotte e le calze consumate, le disse, come se fosse stato il Signore di Chatillon, che egli avrebbe voluto comprarle dei nuovi vestiti, ripulirla, e condurla via dalla prigione che doveva essere lo stare con un altro e non possedere ricchezze, e darle la speranza di un futuro migliore e altre cose del genere. E sebbene egli le dicesse tutte queste cose in maniera molto affettuosa, esse non servivano a niente, trasformandosi in vento, come la maggior parte delle sue imprese.

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Perciò, i due giovani trovarono Guccio Porco occupato a fare la corte alla Nuta. Contenti della cosa, dal momento che ciò evitata loro metà del lavoro, dal momento che non c’era nessuno nella camera di Frate Cipolla, e la porta era aperta, essi entrarono e la prima cosa che presero per frugarvi dentro fu la bisaccia nella quale si trovava la penna; aprendo la bisaccia, vi trovarono all’interno una cassetta avvolta in una grande matassa di drappo di seta; e quando aprirono la cassetta trovarono al suo interno una penna di quelle che i pappagalli hanno nella coda, e ritennero che fosse quella la penna che Cipolla aveva promesso di mostrare agli abitanti di Certaldo.

E certamente, a quell’epoca, Cipolla non avrebbe avuto difficoltà a spacciare la penna di un pappagallo per quella di un Arcangelo, dal momento che le raffinatezze provenienti dall’Oriente, non si erano ancora diffuse se non minimamente in Toscana, cosa che invece sarebbe avvenuta successivamente comportando la rovina per l’Italia intera. E se in generale le cose preziose d’Oriente erano poco conosciute, in quella zona rurale erano del tutto ignote; lì, dove sopravvivevano i rozzi, ma sani, costumi degli antichi, non solo non avevano mai visto i pappagalli, ma non li avevano neppure mai sentiti nominare.

Soddisfatti per aver trovato la penna, i due giovani la presero, e, per non lasciare vuota la cassetta, la riempirono con dei carboni che videro in uno degli angoli della camera. Quindi richiusero la cassetta e rimisero ogni cosa come l’avevano trovata, e, senza essere stati visti da nessuno, se andarono felici con la penna e si misero ad aspettare di vedere cosa si sarebbe inventato Frate Cipolla quando al posto della penna avrebbe trovato i carboni.

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I contadini e le contadine che si trovavano nella chiesa, quando avevano sentito che avrebbero visto la penna dell’Arcangelo Gabriele dopo l’ora nona, alla fine della messa se ne tornarono a casa; e poiché ciascuno aveva riferito la notizia al suo vicino, ed ogni donna l’aveva riferita alle sue comari, alla fine del pranzo, sulla rocca si radunarono tanti di quegli uomini e di quelle donne, che ci stavano a malapena, e tutti erano pieni di desiderio di vedere la famigerata penna.

Frate Cipolla, dopo aver mangiato a dovere, e dormito per un po’, si era alzato dal letto quando l’ora nona era passata da poco, e sentendo che una grande moltitudine di contadini si era radunata per vedere la penna, aveva dato ordine a Guccio Porco di raggiungerlo portando con sé i campanelli e la sua bisaccia. Guccio, dopo essere andato via a malincuore dalla cucina della Nuta, di malavoglia aveva raggiunto Cipolla sulla rocca con le cose che il frate gli aveva ordinato di portare: e quando era giunto in cima, ansimando per via del fatto che l’aver bevuto troppa acqua lo aveva parecchio appesantito, su ordine di Frate Cipolla, prese posizione all’ingresso della chiesa, e cominciò a suonare i campanelli con energia.

Quando tutto il popolo si fu radunato all’ingresso della Chiesa, frate Cipolla, che non si era accorto che le sue cose erano state toccate, cominciò la sua predica disse varie cose per portare il discorso dove voleva lui; poi, quando fu il momento di mostrare la penna dell’Arcangelo Gabriele, celebrata dapprima la confessione con grande solennità, dette l’ordine di accendere due ceri, e srotolando con dolcezza il drappo di seta, dopo essersi tolto il cappuccio, tirò fuori la cassetta. Quindi pronunciò poche parole di lode e a commento della figura dell’Arcangelo Gabriele e della sua reliquia, e aprì la cassetta.

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Quando Cipolla si accorse che la cassetta era piena di carboni, non pensò neppure che il responsabile di quel gesto potesse essere Guccio Balena, dal momento che sapeva che egli non era capace di tanto, e neppure lo maledisse per aver negligentemente sorvegliato le reliquie, bensì insultò tacitamente se stesso, per aver affidato a Guccio il compito di fare la guardia alle sue cose, quando sapeva perfettamente quanto egli fosse negligente, disubbidiente, trascurato e smemorato. Tuttavia Frate Cipolla, senza impallidire, sollevato lo sguardo e le mani verso il cielo, disse a voce alta, in modo che tutti lo potessero sentire: “O Dio, sia sempre lodata la tua potenza!”.

A questo punto, dopo aver richiuso la cassetta, Cipolla cominciò a dire, rivolgendosi al popolo: “Signori e signore, voi dovete sapere che, quando io ero ancora molto giovane, fui inviato da un mio superiore nelle terre d’Oriente, con l’incarico di condurre ricerche fino a che non avessi trovato i titoli di possesso dei feudi del Porcellana, i quali, sebbene semplicissimi da riprodurre, sono molto più utili agli altri di quanto non lo siano a noi.

Così io mi misi in cammino, e partendo da Vinegia, transitai attraverso il Borgo dei Greci, e di qui, cavalcando attraverso il reame del Garbo, e attraverso Baldacca, arrivai a Parione, da dove, non senza sete, dopo un po’ raggiunsi la Sardegna. Ma a che scopo indicarvi tutte le terre che ho visitato? Io, una volta attraversato il braccio di San Giorgio, mi ritrovai in Truffia e in Buffia (ossia nelle terre della truffa e della beffa), paesi densamente abitati e con popoli molto numerosi; e, da qui arrivai nella terra di Menzogna, dove trovai molti frati, del nostro Ordine e di altri Ordini, i quali, in nome dell’amor di Dio, evitavano tutti la fatica, e non si preoccupavano delle fatiche altrui se vedevano la possibilità di ricavarne un qualche guadagno, e spendevano soltanto monete senza conio. Da qui entrai nella terra d’Abruzzi, nella quale uomini e donne, indossando zoccoli, si arrampicano su per i monti, e insaccano i maiali nelle loro stesse budella; e poco oltre trovai un popolo i cui membri trasportano il pane sui bastoni e il vino negli otri. E da qui arrivai sulle montagne dei bachi, dove tutti i corsi d’acqua scorrono verso il basso.

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E, per farla breve, mi spinsi tanto in là, che io arrivai fino all’India Pastinaca, dove io vi giuro, e ve lo giuro sull’abito da frate che porto addosso, che io vidi volare le roncole, qualcosa di difficile da credere per chi non vi ha assistito, e su questo mi sia testimone Maso del Saggio, un grande mercante che io trovai in quelle terre, che schiacciava le noci e vendeva i gusci al dettaglio.

Tuttavia, dal momento che non ero riuscito a trovare ciò che stavo cercando, e dal momento che da quel luogo in poi c’è soltanto mare, cominciai a tornare sui miei passi, e giunsi in quelle terre nelle quali ogni anno, nel periodo estivo, si vende il pane freddo al prezzo di quattro denari, mentre il pane caldo viene distribuito gratuitamente. E qui, io incontrai il venerabile padre Non-mi-criticate-per-piacere, illustrissimo patriarca di Gerusalemme. Egli, per rispetto dell’abito dei frati di Sant’Antonio che io ho sempre indossato, volle che io vedessi tutte le sante reliquie delle quali egli era in possesso; ed esse erano così tante che, se io vi volessi riferire di ciascuna di esse, io non ne verrei a capo neanche tra una settimana, tuttavia, allo scopo di non lasciarvi con la curiosità, ve ne dirò alcune.

Come prima cosa egli mi fece vedere un dito appartenuto allo Spirito Santo, perfettamente integro, poi una ciocca dell’angelo serafino che apparve a S. Francesco, l’unghia di un cherubino, una delle costole del “Verbum caro factum est” (“Il verbo – ossia la parola – è diventata carne”), e alcune vesti della Santa Fede Cattolica, inoltre alcuni raggi della stella che apparve ai tre Magi in Oriente, e poi un’ampolla con il sudore secreto da San Michele durante il suo combattimento con il diavolo, una mascella della morte che colpì San Lazzaro, e altre ancora.

E dal momento che io gli donai generosamente una copia in volgare delle opere di Monte Morello e di alcuni capitoli del Caprezio, che egli aveva cercato per lungo tempo, egli volle che io avessi qualcuna delle sue sante reliquie e mi donò uno dei chiodi della santa Croce, una piccola ampolla contenente una parte del suono prodotto dalle campane del tempio di Salomone, la penna dell’Arcangelo Gabriele, della quale vi ho già parlato, e poi uno degli zoccoli di San Gherardo da Villamagna (che, una volta tornato a Firenze, io ho regalato a Gherardo di Bonsi, che per San Gherardo ha una grandissima devozione). Infine mi diede dei carboni, di quelli che servirono per arrostire il beatissimo martire San Lorenzo. Ed io, con devozione, riportai qui con me tutte queste cose, e ancora le posseggo tutte.

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Va detto che il mio superiore mi ha negato il permesso di mostrare queste reliquie, fino a che non si fosse accertato se esse fossero vere o false; tuttavia, ora, a seguito di alcuni miracoli che queste reliquie hanno compiuto e a seguito di alcune lettere ricevute del Patriarca, l’autenticità è acclarata e il mio superiore mi ha concesso il permesso di mostrarle a tutti. Ed io, poiché ho timore di affidarle ad altri, le porto sempre con me.

Inoltre va detto che io conservo la penna dell’Arcangelo Gabriele, affinché essa non si deteriori, all’interno di una cassetta, e i carboni sui quali fu arrostito San Lorenzo in un’altra cassetta; e queste cassette sono così simili l’una all’altra, che in più occasioni mi è capitato di prendere l’una per l’altra; ed è ciò che è avvenuto anche questa volta. Infatti, credendo di aver preso la cassetta nella quale si trova la penna, ho preso la cassetta contenete i carboni. Tuttavia io non credo che si sia trattato di un semplice errore, anzi, sono certo che ciò che è accaduto sia stata la volontà di Dio, e che proprio Dio abbia messo tra le mie mani la cassetta con i carboni, dal momento che – solo ora me ne ricordo – tra due giorni è la festa di San Lorenzo. E così, poiché Dio desiderava che io vi mostrassi i carboni sui quali San Lorenzo fu arrostito, e riaccendessi così nei vostri animi, la devozione che è giusto che abbiate nei suoi confronti, mi ha fatto prendere non la penna che avrei voluto prendere, bensì i benedetti carboni che furono spenti dal sangue versato da quel santissimo corpo. Perciò, figlioli benedetti, tra poco potrete togliervi i cappucci ed avvicinarvi per vederli.

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Ma prima voglio che sappiate che, chiunque sia segnato col segno della croce, utilizzando questi carboni, può vivere per un anno nella completa sicurezza che nessun fuoco potrà ustionarlo senza che egli lo senta.

E dopo aver detto queste parole, intonando una laude in onore di San Lorenzo, aprì la cassetta e fece vedere i carboni; e dopo che quella folla di sciocchi li ebbe guardati con reverenza e ammirazione per un po’ di tempo, tutti si accalcarono intorno a Frate Cipolla, e ciascuno, dando in elemosina offerte più generose di quanto non fosse abituato a fare, lo pregava che egli lo toccasse con quei carboni.

Così Frate Cipolla, con i carboni in mano, cominciò a tracciare sopra i camiciotti bianchi, e sopra ai farsetti, e sopra ai veli delle donne, segni a forma di croce delle massime dimensioni possibili, affermando che i carboni, una volta riposti all’interno della cassetta, sarebbero ricresciuti di tanto, quanto si erano consumati nel tracciare e croci, come egli aveva già potuto sperimentare in varie altre occasioni.

E in questa maniera, dopo che ebbe segnato tutti gli abitanti di Certaldo, non senza un cospicuo guadagno personale, con una trovata geniale si beffò di coloro che pensavano di averlo beffato nel momento in cui avevano portato via la sua penna. I due, avendo assistito alla sua predica e avendo ascoltato quale singolare rimedio avesse trovato e quanto l’avesse presa alla larga e quali parole avesse utilizzato, avevano riso al punto da temere di perdere le mascelle. E dopo che la folla se ne fu andata, i due rivelarono contentissimi a Cipolla lo scherzo che gli avevano giocato, e poi gli restituirono la sua penna, la quale, l’anno successivo, in termini di offerte, gli fruttò non meno di quanto quell’anno gli avevano fruttato i carboni.